“E l’asociale laico sale”… Il punto di vista di un asociale | di Giano Palindromo Bifronte

“Parla da saggio ad uno stolto ed egli dirà che hai poco senno” (Euripide).

“Quando si tratta di rapporti umani, siamo talmente pieni di pretese da renderli quasi impossibili” (James Redfield, “La profezia di Celestino”, 1993).

“C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi do; una realtà vostra in voi e per voi: quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse né per voi né per me. E allora?” (Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”).

“Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore” (Emil Cioran, “L’inconveniente di essere nati”, 1973).

Un asociale è considerato comunemente – non è del tutto corretto e per certi versi anche errato – una persona alla quale non piace stare assieme agli altri, un individualista e antisociale, per estensione un introverso, misantropo, burbero, scorbutico, chiuso, solitario, taciturno, scostante, sociopatico; in senso figurato un orso. E secondo il Treccani: “Privo di sentimento della socialità, insensibile ai motivi e ai problemi sociali”.

Non è così. E le differenze tra asociale, antisociale, sociopatico e misantropo sono fondamentali:

Asociale è una persona che si isola, che vuole rimanere sola, che non ama la compagnia, quindi, che non ha socialità, cioè, che ha limitate, rarissime o per niente relazioni sociali. Letteralmente significa “non sociale”. Si ritrova nelle parole di Antoine de Saint-Exupéry: “Esiste un solo vero lusso, ed è quello dei rapporti umani” (“Terra degli uomini”, 1939). È un modo di essere.
Antisociale è una persona violenta, che non sta alle regole, che non sa vivere in armonia con la società. Letteralmente “chi va contro la socializzazione”. Viene classificato come disturbo della personalità caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dall’incapacità di assumersi responsabilità e dall’indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui. Il dato psicodinamico fondamentale è la mancanza del senso di colpa o del rimorso, con la mancanza di rispetto delle regole sociali e dei sentimenti altrui.
Sociopatico è una persona che accusa dei “disturbi” per quanto riguarda la socialità, cioè ha dei problemi nelle relazioni sociali.
Misantropo è una persona che odia o non si fida dell’umanità. “L’inferno sono gli altri” (Jean-Paul Sartre, “A Porte Chiuse”). La misantropia è un sentimento ed un conseguente atteggiamento d’odio totale o sfiducia nei confronti del genere umano, l’attitudine all’antipatia e alla sfiducia verso le altre persone. Non implica necessariamente sadismo o masochismo, o una disposizione antisociale e sociopatica verso l’umanità.
La misoginia indica un sentimento ed un conseguente atteggiamento d’odio o avversione nei confronti delle donne, generalmente da parte di uomini, più raramente da parte di altre donne.
La misandria indica un sentimento ed un conseguente atteggiamento di avversione ed ostilità verso l’uomo inteso come genere maschile.
Emarginato sociale è una persona che vive una situazione di disagio materiale e sociale di esclusione dai rapporti sociali. Rientra nel concetto legale di esclusione sociale fino a giungere alla negazione dei diritti civili, ed spesso si pone in relazione alle situazioni di povertà ed alla discriminazione.

Non si nasce antisociale, lo si diventa – isolandosi dalla società in cui si vive e ci si muove – per propria scelta e decisione, a seguito di un malessere o un evento traumatico o qualcos’altro.

“È nel rapporto con gli altri che si prende coscienza di sé: ed è proprio questo a rendere insopportabile il rapporto con gli altri” (Michel Houellebecq, “Piattaforma nel centro del mondo”, 2001).

Il gruppo sociale si forma quando si condividono gli stessi ideali. Un asociale non li condivide e non considera la sua condizione un male, come invece vede le condizioni da antisociale, sociopatico, misantropo ed emarginato sociale. Anche un asociale vive in un mondo fatto di scambi e relazioni con altri. E non si nasconde (caso mai si mimetizza), va dritto per la propria strada (nonostante la massa) e cammina a testa alta (nella società che lo circonda). Un asociale possiede tante energie che ridistribuisce nella vita sociale, ma a modo suo.

Quindi, un asociale è molto diverso da un antisociale (che odia la società come tale) o un sociopatico (che soffre di un disturbo sociale) o un misantropo (che odia gli uomini come tali) o un emarginato sociale (che viene escluso dalle relazioni sociali). Soprattutto, come scrisse Karl Kraus (“Pro domo et mundo”, 1912), “non basta non salutare” per essere considerato un asociale, osservando che “non si salutano anche persone che non si conoscono”.

L’asocialità non è un’atteggiamento negativo viscerale e non è uno stato di esclusione imposto o una patologia subita. Non è neanche classificabile come fobia sociale, cioè come situazione e forma in cui si può scatenare la paura degli altri (una cura adeguata può consentire a chiunque soffra di questo paralizzante timore, di aprirsi nuovamente alla vita con serenità. Un asociale non ha paura degli altri. Il suo modo di essere è piuttosto il risultato di un conflitto interiore, a seguito del quale, per timidezza o per superiorità o per esperienza traumatica, ecc. si estranea dalla società, in modo parziale o totale.

“Maleducazione, irresponsabilità, doppiezza e stupidità sono le caratteristiche delle reali interazioni umane: la materia delle conversazioni, la causa di molte notti insonni” (Jonathan Franzen, “Come stare soli”, 2002).

“Chi ha mai visto due cani che, quando si incontrano, parlano di un terzo cane, perché non sanno che altro fare insieme?” (Max Frisch, “Montauk”, 1975).

Un asociale trova lo stare da solo assai più rasserenante rispetto alla compagnia della maggior parte delle persone che ha conosciuto o che conosce. Non è a suo agio, fino a detestare la presenza contemporanea di più persone intorno a se (il casino, la confusione, gli strilli). Se può, declina inviti a feste, raduni, ritrovi, serate mondane, ecc. Poi, ovviamente se capita una ricorrenza particolare può intervenire senza disturbo. Ma se succede è perché è lui a deciderlo e certamente non chi crede di potergli imporre a tutti i costi regole e convenzioni sociali. Per esempio, lascia perdere più ragazze di quante vorrebbe ricordare, proprio perché questo suo modo di vivere si concilia male con gusti e abitudini delle fanciulle in questione. Il fatto è che la maggior parte degli asociali (che possono essere benissimo anche essere molto socievoli, quando vogliono e a modo loro) creano il proprio mondo con la propria vita, senza voler uniformarsi al resto … Hanno uno spirito libero da condizionamenti, preconcetti e pregiudizi che porta necessariamente a scegliere di volta in volta, con chi, quando, come, ecc. relazionarsi.

Il non voler trovare un proprio posto definito nel tessuto sociale, perché non se ne trova uno ideale, perché non ci si vuole adattare a un posto stretto o perché non si sa crearselo, per quale motivo è considerato un difetto? Forse perché la maggior parte delle persone “sociali” hanno paura della solitudine, quindi preferiscono trovare difetti a coloro che non hanno paura.

“Gli uomini nei loro reciproci rapporti fanno sempre come la luna e i gobbi, non ci mostrano cioè che un solo lato”, scrisse Arthur Schopenhauer in “Parerga e paralipomena” (1851).

E Fernando Pessoa: “Nessuno comprende l’altro. Siamo, come ha detto il poeta, isole nel mare della vita; tra noi si inserisce il mare che ci limita e separa. Per quanto una persona si sforzi di sapere chi sia l’altra persona, non riuscirà a sapere niente se non quello che la parola dice – ombra informe sul suolo della sua possibilità di intendere” (“Il libro dell’inquietudine”, 1982. Postumo).

Nessuno sa con certezza che cosa pensa l’altro veramente. Lo si può forse supporre, ma non esserne certi: “L’idea che la mente di una persona sia accessibile a quella di un’altra è soltanto una finzione verbale, un modo di dire, un’ipotesi che fa sembrare plausibile una specie di scambio tra creature fondamentalmente estranee, quando invece il rapporto tra due persone è, in ultima analisi, insondabile” (Robert Maynard Pirsig, “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, 1974).

Ed è da queste considerazioni che nascono molti equivoci. La gente “normale” è sempre tanto preoccupata di quello che la gente “normale” pensa di loro, anche quando sembra che se ne “strafottano”. Invece, l’asociale si isola da questa società, ma è sempre lui a deciderlo, non la società “normalizzata”. Più che di difetti dovremmo forse parlare del concetto di “normalità”

«Quando qualcuno mi chiede: “Cos’è la normalità?”, rispondo: Non lo so e non lo saprò. Posso solo dire che la normalità non esiste e che è una convenzione fatta dall’uomo per ovviare alle sue emozioni» (Valentina Villano).

Siamo veramente sicuri di sapere cosa significhi il concetto di “socialità“? L’asocialità viene vista come un difetto e “anormale”, forse perché l’asociale vive in un mondo a sé, che le persone “normali” non riescono a capire. Fa paura tutto ciò che non si comprende. Mentre basta affrontare un asociale con serenità e affettuosità. E soprattutto non procurare del male a delle persone fragili, deboli, emarginate, indifese, periferiche. Perché questo un asociale non lo sopporta assolutamente.

È opinione diffusa che non si possa vivere bene senza gli altri. Si basa sulla premessa filosofica di Aristotele che l’uomo è un “animale sociale”, cioè che l’uomo per sopravvivere ha bisogno della società. Ma dato che è la società a coltivare questa opinione, l’asociale può trovarsi benissimo al di fuori. Oltrettutto, ci sono innumerevoli autori che dissentono con la massima di Aristotele, per citarne solo alcuni:

“Al mondo non c’è bestia tanto temibile per l’uomo quanto l’uomo” (Michel de Montaigne, “Saggi”, 1580/95).

“Lupus est homo homini, non homo-L’uomo è lupo, non uomo, per l’altro uomo” (Tito Maccio Plauto, “Asinaria-La commedia degli asini”).

“L’uomo è lupo all’uomo – Homo homini lupus” (Thomas Hobbes, “Del cittadino”, 1642).

“L’uomo è un animale sociale che detesta i suoi simili” (Eugène Delacroix, “Diario”, 1822/63. Postumo, 1893).

“Uomini. Insetti che si divorano gli uni cogli altri sopra un piccolo atomo di fango” (Voltaire, “Zadig o il destino”, 1747).

“Quando vedo gli uomini comportarsi tra loro così come fanno, mi sento prendere dal più tetro e profondo malumore. Dappertutto non scorgo che bassa adulazione, ingiustizia, interesse, tradimento, intrigo” (Molière, “Il misantropo”, 1666).

“Gli uomini sono nati gli uni per gli altri. Ammaestrali dunque o sopportali” (Marco Aurelio, “Pensieri”).

Non possiamo costringere gli altri a rispettarci. Ma possiamo rifiutare di essere mancati di rispetto. Se vi mancano di rispetto, stabilite dei limiti e proteggetevi dalle aggressioni (dirette o indirette). Non siamo venuti al mondo per sopportare gli attacchi altrui, per quanto siano velati, e ancor meno abbiamo fatto qualcosa per meritarli. Non possiamo controllare il comportamento degli altri, ma possiamo imparare a stabilire dei limiti e delle conseguenze se vengono oltrepassati.

È un difetto evitare una società in cui non ci si riconosce ed invece scegliere di stare solo con le persone amate o con chi si ritiene che vale la pena? Un asociale si rende conto di aver bisogno di altri (e che ci sono altri che hanno bisogno di lui) e, quindi, cerca di trovare un compromesso tra il suo modo di essere asociale e la società in cui vive e in cui non si riconosce, che non gli piace per niente, che lo fa vomitare, che certe volte disprezza, ma al di fuori della quale non saprebbe come sopravvivere. Quindi, non tiene tutto per sé, compresa la cultura, la conoscenza, le buone maniere, il buon senso. Ma cerca di governare sé stesso e decide lui stesso quando, come, quanto e per chi aprire l’autentica porta blindata della corazza del suo modo di essere nel mondo. Per conseguenza, non esclude la partecipazione, il dono, l’offerta e l’accettazione di amore, l’attenzione per chi è maltrattato, la conoscenza, l‘aiuto, la comprensione e il regalare tempo ad altri, se così decide.

Oggettivamente, questo suo essere asociale non gli crea problemi insormontabili, forse qualcuno derivante dal fatto che l’Homo sapiens sapiens è classificato come un “animale sociale”, ma nulla di troppo grave (anche perché un asociale sviluppa un alto senso di autodifesa). Nonostante l’asocialità sia ritenuta non soltanto un difetto, ma una cosa da condannare. Viviamo nel era della massificazione, del collettivismo, della globalizzazione. Cioè di individui che si perdono nella massa, nella collettività, nella globalità. Questo tipo di società moderna, con le sue contraddizioni e deviazioni, ha tre grandi tabù: la morte (vera nemica della società edonista del “benessere”), la solitudine (vera nemica della società massificata del “gregge”), i tabù (vera nemica della società moralista e bacchettona del “conformismo”).

L’asociale disturba qualcuno? Viene additato come antisociale, sociopatico, anarchico, ribelle, emarginato, sociofobico? Lo tacciano di essere un folle e un anormale, perché afferma che al più presto si ritirerà dove più nessuno potrà trovarlo se non lo vuole (e non perché è un ricercato latitante)?

Francamente se ne infischia, appunto, perché è un asociale. E non gli importa un fico secco di quello che pensano gli altri (almeno non quelli  che non gli importano) di lui. L’opposto sarebbe una contraddizione in terminis. Ma ciò non vuol dire che non sa ascoltare o che è incapace di empatia e di affetto (dato e ricevuto) o di relazionarsi con altri.

“La gente con cui è più difficile vivere è quella che ha una conoscenza profonda della vostra natura senza un corrispondente profondo affetto. Essa legge in voi come in un libro, ma è il libro di un autore che non ammira” (John Boynton Priestley, “Essi camminano per la città”, 1936).

“E l’asociale laico sale”…
per dirlo con un palindromo,
ciò che desidera
è che ascolti
la sua storia
fino in fondo.

Postscriptum

Per capire il concetto di asociale (a parte di capire qualcosa della corruzione e degli affari loschi del mondo imprenditoriale con le sue trame occulte e il sistema malato, e del mondo del giornalismo d’inchiesta senza compromessi) si potrebbe leggere le 2.282 pagine della Millennium Trilogy di Stieg Larsson (676 per “Uomini che odiano le donne”, 754 per “La ragazza che giocava con il fuoco” e 852 per “La regina dei castelli di carta”; Marsilio Editori 2002). Racconta la storia di Lisbeth, “così socialmente irrecuperabile”, “la donna che odia gli uomini che odiano le donne”

Vero è, entrare nella corazza di un asosiale non è facile. Personalmente penso di aver capito qualche cosa, dopo la lettura di questa trilogia, di questi tre mondi così ermetiche: quello dell’antisociale, quello del corrotto e quello del giornalista-investigatore.

Dopo questo testo andrebbe letto un’altro molto breve, in un certo senso collegato, “Pensare” come “spalatore di nuvole” – 4 febbraio 2020, sul modo di pensare del Commissario Jean-Baptiste Adamsberg. È un personaggio immaginario creato dalla scrittrice francese Fred Vargas, un commissario di polizia, protagonista di una serie di romanzi gialli ambientati a Parigi.

Lasciamo in sospeso che io sia un asociale e una spalatore di nuvole, e anche se lo fossi, sono soprattutto allergico alla gente mediocra e di merda. E mi ritrovo nella descrizione del modo di “pensare” di Adamsberg.

“Non esistono innocenti. Esistono solo gradi diversi di responsabilità” (Stieg Larsson, Millennium Trilogy).

Questo testo è stato pubblicato nella Note su Facebook, il 15 maggio 2014 [QUI].

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