Il 22 febbraio 1943 Sophie Scholl venne giustiziata dal regime nazista

Sophie Magdalena Scholl (Forchtenberg, 9 maggio 1921 – München, 22 febbraio 1943), a capo del movimento non violento d’ispirazione cattolica di resistenza al regime nazionalsocialista denominato la Rosa Bianca, venne giustiziata il 22 febbraio 1943. Insieme al fratello maggiore Hans è un simbolo luminoso della lotta di giovani cattolici tedeschi alla dittatura nazista. Ribelli per amore di Cristo. “Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera”.

“Dopo la guerra mi giustificavo dicendo che ero giovane, non avevo termini di paragone con cui giudicare la sua malvagità. Ma un giorno vidi un monumento a Sophie Scholl: eravamo nate lo stesso anno. Da quel momento seppi di non avere più scuse” (Traudl Junge, segretaria di Adolf Hitler).

Hans era stato mandato al fronte orientale ed aveva assistito alle atrocità commesse dalle SS contro gli ebrei. Al suo ritorno a München si unì agli studenti che frequentavano l’Università Ludwig Maximilian, tra i quali Sophie, per discutere della loro opposizione al regime nazista. La primavera del 1941 si incontrarono così i membri della futura Rosa Bianca, formata da intellettuali cattolici anti-nazisti e tra il 1941 ed il 1942 i giovani oppositori, grazie alla loro preparazione ed alle convinzioni politiche e religiose, iniziarono a pensare a come diffondere le loro idee. La decisione fu quella di preparare volantini da distribuire tra la popolazione in modo da rendere nota la resistenza passiva all’impegno militare nazista. Il primo testo, diffuso nel giugno 1942, citava Friedrich Schiller e Johann Wolfgang von Goethe. In quel periodo i il padre di Sophie venne arrestato e condannato ad un breve periodo di detenzione per aver criticato pubblicamente la politica di Adolf Hitler.

Tra giugno e luglio 1942 il gruppo della Rosa Bianca distribuì centinaia di copie di volantini in modi diversi: spedendoli a indirizzi scelti casualmente, lasciandoli alle fermate dei mezzi pubblici o nelle cabine telefoniche. Il loro tentativo voleva indurre chi leggeva ad obbedire ad una legge morale superiore e a rifiutare il militarismo.

Il 18 febbraio 1943, mentre distribuiva alcuni volantini all’Università di München, Sophie fu scoperta dal custode Jakob Schmid, denunciata e fatta arrestare, col fratello. Rinchiusa nella stessa cella di Else Gebel, venne sottoposta per quattro giorni a interrogatorio da parte della Gestapo, fu riconosciuta colpevole di alto tradimento e processata insieme al fratello Hans e all’amico Christoph Probst, che nel frattempo era stato arrestato anche lui. I tre non tradirono i loro compagni e si addossarono ogni responsabilità. Non accettarono di firmare nessuna ritrattazione, perché affermavano di aver agito secondo coscienza e per il vero bene del popolo tedesco. Robert Mohr, l’uomo della Gestapo che la interrogò, le chiese: «Non si sente colpevole di aver diffuso e aiutato la Resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?». Lei rispose: «No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!».

Il 22 febbraio 1943 si celebrò il processo a München. I tre ragazzi furono condannati a morte dal Tribunale del Popolo, presieduto dal giudice-boia di Hitler, Roland Freisler. Furono subito dopo condotti nell’edificio dove avvenivano le esecuzioni capitali, nella prigione di Stadelheim. I loro genitori chiesero di vederli per l’ultima volta. L’incontro fu loro concesso, cosa mai accaduta nel Terzo Reich. I tre amici furono ghigliottinati lo stesso giorno nel cortile della prigione di Stadelheim, dal boia Johann Reichhart. L’esecuzione venne supervisionata dal dottor Walter Roemer, il capo di polizia della corte distrettuale di Monaco. Andò al patibolo con una gamba rotta, le tracce di pesanti percosse e torture subite in carcere.

Le ultime parole di Sophie furono: «Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’è quasi nessuno disposto a dare sé stesso individualmente per una giusta causa? È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?».

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