Card. Tolentino Mendonça: una grammatica semplice dell’umano

Dal 4 febbraio è in libreria ‘Una grammatica semplice dell’umano’ (Vita e Pensiero), che è un sillabario che dalla ‘A’ di Altri alla ‘V’ di Vulnerabilità invita a ri-alfabetizzare lo spirito; una ‘mistica’ semplice per ritrovare o rinnovare il dialogo con Dio e sentire il profumo dell’eterno nella fragranza del pane condiviso.

Nel libro il card. Tolentino Mendonça scrive che “Dio è un tu e parla la lingua di ciascuno per fondare un’alleanza inedita in ogni cuore”: in queste pagine Dio, la fede, la speranza (realtà invisibili) vibrano nella concretezza del quotidiano, perfino nella sua apparente banalità.

Per il poeta portoghese e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, in questa esistenza frenetica e paralizzata, impaurita e impulsiva ci stanno mancando le parole, il sapore, il profumo delle esperienze essenziali che compongono la nostra umanità:

“Ci scopriamo ‘analfabeti’ di quella grammatica che ci costituisce, una grammatica semplice che, come un filo leggero e fortissimo, lega il concreto della nostra vita all’esperienza spirituale che apre al mistero di Dio”.

Un Dio che danza, come voleva Nietzsche, ma da un altro punto di vista: “Io credo in un Dio che danza: in un Dio, cioè, che non si esime dal divenire, né si tiene neutrale rispetto alle nostre singole storie.

Credo in un Dio che s’immischia, un Dio coinvolto, rilevabile persino dall’impreciso radar dei sensi, suscettibile di essere invocato dai motori di ricerca dei nostri interrogativi ostinati o dal nostro silenzio”.

Nel libro il card. Tolentino Mendonça ricostruisce, a partire dalla fede, una grammatica dell’umano, così come, a partire dall’umano, uno sguardo nuovo sulle grammatiche della fede, partendo dalla solitudine:

“L’unica solitudine in cui possiamo confidare è la solitudine che ci fa incamminare piano piano verso una sorgente. Senza solitudine è impossibile una vita spirituale. La solitudine è riservare un tempo e un luogo a Dio e a Dio solo.

La cultura contemporanea ha smesso di prepararci alla solitudine. La solitudine che fa male è quella involontaria, determinata nella maggior parte dei casi da una incomunicabilità affettiva. Non abbiamo nessuno a cui raccontare la vita, a cui confidare un segreto.

Non accogliamo il narrare di nessuno. Essere soli è differente dall’essere isolati. Tutti siamo soli, ma restare isolati è la consumazione, anche quando temporanea, di una lacerazione”.

La solitudine è presenza costante nella vita umana: “Sappiamo che il cielo non è su di noi solamente nei giorni di allegria, ma anche nei tempi di tristezza e sofferenza. Nelle ore di svolta, quando la speranza sembra scemare. Sappiamo che nessun luogo ha più cielo di un altro.

Il santuario non ha più cielo del nostro luogo di lavoro, dove la nostra professione, il nostro mestiere, ci tiene impegnati nell’azione e nella fatica. Al di sopra di un tetto accogliente non esiste più cielo che sopra la strada solitaria che attraversiamo. E’ precisamente quando siamo più soli, quando siamo più noi stessi, senza sotterfugi né evasioni, che Dio si fa più vicino a noi”.

Quindi la solitudine può diventare una porta per incontrare Dio: “Tanto può designare un’esperienza di smarrimento, di umiliazione e di assenza estrema, quanto può costituire l’habitat ricercato per un incontro più profondo con se stessi, con gli altri, con Dio.

Non è, anche la solitudine, una porta? Le sofferenze e le battaglie che affrontiamo in solitudine diventano progressivamente una strada alla speranza, poiché ci incamminano verso la fonte della speranza che è la presenza di Dio nella nostra vita. Dio sa che noi siamo qui”.

Il card. José Tolentino Mendonça è una delle voci più originali del cattolicesimo contemporaneo, essendo specialista di testi biblici, che affronta con rigore e creatività, aprendo agli interrogativi del presente e dialogando con le diverse espressioni culturali. La sua scrittura prende spunti e immagini da molti registri di linguaggio, in particolare da quello poetico, letterario e filosofico.

89.31.72.207