Il Vescovo Galantino, il “Motu proprio” di Santo Stefano (“entro non oltre il 4 febbraio 2021”) e i dipendenti dei Musei Vaticani

Nella vita non si finisce mai di imparare. In questo caso in cattedra, ad insegnarci come si vive nella Città del Vaticano, ci sale il Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), la quale per decisione diretta di Papa Francesco tramite il “Motu proprio” di Santo Stefano [QUI] gestirà il portafoglio della Segreteria di Stato, Obolo di San Pietro compreso, “entro e non oltre il 4 febbraio 2021”.

Oggi, il 4 febbraio 2021 è giunto e il Vescovo Nunzio Galantino si è buttato in avanti per non cadere indietro. “Ma che no’ sai che il mondo è fatto a scale?”, chiedeva il Papa Pio VII nel film Il Marchese del Grillo. E il Marchese gli rispondeva, che “c’è chi le scende e chi le sale” [1]. In questo caso, più si va in alto, più il botto finale potrebbe essere grosso. Perché gestire il disastrato lascito della cassaforte della Segreteria di Stato non è affare di poco conto. Non lo è soprattutto per chi, come Mons. Galantino, di Vaticano ne ha masticato poco nella sua esperienza, considerato che ci ha messo piede solo pochi anni fa.

Nato il 16 agosto 1948 a Cerignola in provincia di Foggia, teologo dogmatico, ordinato sacerdote il 23 dicembre 1972, all’età di 63 anni il 9 dicembre 2011 viene eletto da Papa Benedetto XVI Vescovo di Cassano allo Ionio in Calabria, ordinato il 25 febbraio 2012. Il 28 dicembre 2013 Papa Francesco lo nominato Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana “ad interim”, confermato “ad quinquennium” il 25 marzo 2014. Il 26 giugno 2018 Papa Francesco lo nomina, quasi settantenne, Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e il 29 settembre 2020 Membro della Commissione di materie riservate[2]. Sul suo sito internet personale campeggia una citazione di Dietrich Bonhoeffer: “Non dobbiamo proporci l’impossibile, né tormentarci per non essere capaci di sopportarlo sulle nostre spalle”.

Il lavoro che Mons. Galantino si appresta a fare è di portata enorme. Per questo lo ricorderemo sempre nelle nostre preghiere, pensando alle parole del teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al nazismo. Poiché la detta “operazione trasparenza” nella Santa Sede in molti hanno provato a compierla, ma in pochi sono riusciti nell’ardua impresa.

Se il buon giorno si vede dal mattino, pare che siamo partiti proprio con il piede sbagliato. Perché delle due l’una: i fedeli che in chiesa hanno elargito generosamente offerte in coscienza loro, o in quel momento sapevano di compiere un atto di carità per i bisognosi e i poveri, o facendo la carità non hanno mai saputo in realtà quali fossero i reali beneficiari di tale atto caritatevole. Il 2 febbraio 2021 Mons. Galantino ci ha illuminato [3], informandoci che parte dei gesti di carità che formano l’Obolo di San Pietro, viene utilizzato per pagare gli stipendi ai dipendenti pontifici, ma dai!

A nostro parere, invece di chiarire una situazione, tale affermazione la rende più opaca. In primis, questa informazione ci giunge nuova e poi fa sorgere inevitabilmente altri interrogativi sull’operazione trasparenza. Poiché mai abbiamo avuto tale contezza, cioè che una parte dell’Obolo di San Pietro servisse per pagare degli stipendi, in particolare per “mantenere l’apparato amministrativo e burocratico del Vaticano”. La domanda nasce spontanea: ma cosa c’entra tutto ciò con l’istituto della carità del Papa? Da quando mondo è mondo e da quando Obolo di San Pietro è Obolo di San Pietro, il Popolo di Dio ha sempre saputo, che facendo la carità, tali proventi venissero destinati ai bisognosi e ai poveri, che in tutto il mondo sono una moltitudine. Proprio per soddisfare appunto l’esigenza di carità dei pontefici, non certo per scopi amministrativi e burocratici interni al Vaticano tantomeno per riempire le buste paga dei dipendenti.

Sul sito Vatican.va [QUI] leggiamo che “si chiama Obolo di San Pietro l’aiuto economico che i fedeli offrono al Santo Padre, come segno di adesione alla sollecitudine del Successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi”. Ci siamo sforzati a cercarla, ma qui la voce “stipendi” non siamo riusciti a trovarla.

Come dicevamo, nella vita non si finisce mai di imparare e attraverso le dichiarazioni di Mons. Galantino scopriamo un “obolo dal doppio profilo”, che per il Papa opera attraverso le strutture della Curia romana e gestisce le spese per il loro funzionamento, compresi gli stipendi per i circa 5 mila dipendenti pontifici. Agli attenti lettori la domanda sorge spontanea: ma per far in modo che un gesto di carità venga interamente devoluto ai poveri cosa bisogna fare? Forse andare direttamente dalla persona bisognosa “di persona personalmente”? Ma dai!

Mons. Galantino afferma, che la Santa Sede non può contare su un sistema interno di tassazione. Il FAS, che fa parte di APSA, cos’è allora? Il Fondo Assistenza Sanitario è l’unico ente della Santa Sede che preleva, in modo forzoso e con arroganza amministrativa, direttamente nella busta paga dei dipendenti pontifici la cosiddetta “tassa da solidarietà obbigatoria”. Il FAS la pretende questa “tassa” anche contro la volontà degli stessi dipendenti, che sono obbligati all’iscrizione. Rendiamo noto a Mons. Galantino che il FAS, come dichiarato a Vatican News dal Presidente Mons. Luigi Mistó [QUI], è un ente che gestisce uscite annue per 20 milioni di euro. Considerato che i conti del FAS sono secretati, cioè, non sono visionabili dai comuni mortali, suggeriamo al Presidente dell’APSA di andare a verificare e a rendere trasparenti anche i conti del FAS. Proprio perché formati attraverso la “solidarietà dei dipendenti”.

Dentro APSA vi sono certamente dei sistemi interni di tassazione sui quali la Santa Sede può contare e il FAS è uno di questi. Mons. Galantino, in merito alle entrate di APSA o alle “tasse”, da cui si trae profitto come il settore immobiliare, viene smentito anche dalle dichiarazioni di Padre Guerrero Alves, S.I., Prefetto della Segreteria per l’Economia (SPE), che afferma a Vatican News: “Nel 2019, il 54%, pari a 164 milioni di euro, è stato generato dallo stesso patrimonio. L’attività commerciale (visite alle catacombe che diversamente dai Musei Vaticani fanno parte della Santa Sede, produzioni vendute dal Dicastero della Comunicazione, Libreria Editrice Vaticana, ecc.) e i servizi (tasse per alcuni certificati, tasse accademiche di istituzioni universitarie, ecc.) hanno portato un 14%, cioè 44 milioni di euro. Le entità vaticane che non si consolidano in questo bilancio (IOR, Governatorato, Basilica di San Pietro) hanno contribuito per il 14% delle entrate, 43 milioni” [QUI].

Mons. Galantino afferma, che viene utilizzato l’Obolo di San Pietro anche per pagare gli stipendi dei dipendenti dello Stato della Città del Vaticano, che sono ben distinti dai dipendenti della Santa Sede, che rispondono al Regolamento Generale della Curia Romana (RGCR) e non al Regolamento del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Su questo aspetto urge fare nuovamente chiarezza, considerato che per pagare i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano non viene assolutamente utilizzato l’Obolo di San Pietro. Se così fosse, in questo particolare tempo di Covid-19 non ci sarebbero dipendenti dello Stato della Città del Vaticano in grande deficit da “ore negative”, come i 700 dipendenti dei Musei Vaticani. Tra questi vi sono dipendenti che dal marzo 2020, sin dall’inizio della pandemia Covid-19, hanno accumulato centinaia di ore negative causa la chiusura forzata, non dipesa dai lavoratori, dei Musei Vaticani, come abbiamo già evidenziato in passato [QUI].

Per informazione di Mons. Galantino, vi sono dipendenti dei Musei Vaticani che per poter andare in pensione, allo stato attuale, hanno pagato di tasca propria chi 5 mila, chi 7 mila euro per pareggiare i conti delle ore negative con il Governatorato (SCV). Non risulta che l’APSA (Santa Sede) in tutto ciò sia intervenuta a sostegno di questi dipendenti, per pagare i loro stipendi. Le dichiarazioni in merito di Mons. Galantino non trovano riscontro nella realtà dei fatti e vanno smentite anche alla luce delle dichiarazioni di Padre Guerrero Alves, S.I., a Vatican News.

Su una circostanza concordiamo con il Presidente dell’APSA e cioè, che maggiore è l’opacità nella gestione finanziaria, minore saranno i contributi da parte dei fedeli. Su questo aspetto possiamo scommetterci. Il Popolo di Dio è buono ma non è fesso. Ricordiamo a Mons. Galantino le sue stesse parole e cioè, che “una gestione trasparente e corretta delle offerte dei fedeli apre la strada alla generosità ma può anche sbarrarla a causa di un uso distorto delle offerte e di comportamenti scandalosi”. Proprio per questo motivo vorremmo evitare di passare dalla padella alla brace, economicamente parlando. Quindi, raccomandiamo al Presidente dell’APSA di fare attenzione alla gestione delle finanze, oltre a fare attenzione all’uso delle parole. Poiché queste hanno sempre il loro peso, come del resto quelle scritte come disposizioni nel “Motu proprio” di Santo Stefano.

A buon intenditor poche parole.

[1] Il Marchese del Grillo e Pio VII
Nel film del 1981 diretto da Mario Monicelli Il Marchese del Grillo, il Marchese Onofrio (foto di copertina) porta il Papa Pio VII a spalla, insieme ad altre persone. Il suo amico Blanchard assiste alla scena. Il popolo inneggia al Papa: “Viva la Chiesa”, “Viva Pio VII”. Poi il Marchese scivola e per poco non fa cadere il Santo Padre a terra…
Pio VII: “Ah!Ah! Che c’è il Marchese del Grillo qui sotto?”
Marchese: “Scusate Santità, non ho visto ‘o scalino”
Pio VII: “Ma che no’ sai che il mondo è fatto a scale?”
Marchese: “C’è chi le scende e chi le sale, Santità!”


[2] La Commissione di materie riservate è un organismo della Curia romana, istituita da Papa Francesco il 29 settembre 2020. La creazione di questo organismo era prevista dall’articolo 4§2 delle “Norme sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”, emanate il 1° giugno 2020. Compito della commissione è quello di stabilire su quali atti di natura economica è necessario mantenere la riservatezza: la commissione, infatti, vigila sui contratti stipulati dalla Segreteria di Stato della Santa Sede e dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano aventi particolari caratteristiche disciplinate dall’articolo 4§1-d delle “Norme sulla trasparenza”.
Composizione, dal 29 settembre 2020:
– Cardinale Kevin Joseph Farrell, Prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita e Camerlengo di Santa Romana Chiesa, Presidente della commissione
– Arcivescovo Filippo Iannone, O.Carm., Presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, Segretario della commissione
– Vescovo Fernando Vérgez Alzaga, L.C., Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano
– Vescovo Nunzio Galantino, Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA)
– Padre Juan Antonio Guerrero Alves, S.I., Prefetto della Segreteria per l’Economia.

[3] Intervista del Vescovo Nunzio Galantino al Messaggero
PAPA FRANCESCO
Monsignor Galantino chiarisce: «l’Obolo di San Pietro serve al Papa anche per pagare gli stipendi»
VATICANO
Il Messaggero, 2 febbraio 2021

Città del Vaticano – «Dietro indicazioni chiare del Papa, si sta lavorando per razionalizzare l’amministrazione del patrimonio della Santa Sede e per renderla assolutamente trasparente. L’impegno riguarda anche l’Obolo di san Pietro». Monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa in un articolo pubblicato su Vita Pastorale torna sulla vicenda giudiziaria dell’acquisto del palazzo di Londra, spiegando che «va avanti senza alcuna reticenza. Con l’obiettivo di fare chiarezza, non solo sulle responsabilità personali, ma anche su come di fatto è stato e viene utilizzato l’Obolo di San Pietro».
Il prelato spiega anche l’Obolo che viene raccolto ogni anno in tutto il mondo rappresenta una risorsa che viene utilizzata anche per mantenere l’apparato amministrativo e burocratico del Vaticano. «È una delle entrate che contribuiscono a sostenere il doppio profilo (apostolico e caritativo) del ministero che il Papa svolge attraverso le strutture della Curia romana. Le spese per il loro funzionamento – compresi gli stipendi per i circa 5 mila dipendenti vaticani – vengono sostenute da offerte, donazioni e ricavi provenienti dal patrimonio della Santa Sede, che non può contare su un sistema interno di tassazione».
Tra le offerte, vi sono quelle dell’Obolo «nato per contribuire all’esercizio della carità e alle necessità economiche della Chiesa, il cui bilancio non è comparabile con quello di un’azienda. Si tratta infatti di un “bilancio di missione”. Ogni Dicastero e ogni Ente compie un servizio. E ogni servizio – spiega ancora Galantino – ha dei costi. Vi sono stati anni nei quali le spese sono state inferiori alle entrate. Si è potuto così creare un fondo di riserva gestito finora dalla Segreteria di Stato. La possibilità di accantonare somme non c’è stata in questi ultimi anni».
Galantino ammette che maggiore è l’opacità nella gestione finanziaria e minore saranno i contributi da parte dei fedeli. «Alcuni scandali degli anni Ottanta, ad esempio, hanno determinato un calo vistoso delle offerte per l’Obolo di San Pietro. Come, d’altra parte, nel 2013, anno di elezione di Francesco, le offerte hanno raggiunto la somma di 78 milioni a fronte dei 66 dell’anno precedente. Un dato da non trascurare, questo. Ci dice, infatti, che la testimonianza e la credibilità di uomini e donne di Chiesa, non solo facilita l’accoglienza del messaggio evangelico, ma dispone meglio alla generosità. È, d’altra parte, l’esperienza che si fa nelle nostre parrocchie. Una gestione trasparente e corretta delle offerte dei fedeli apre la strada alla generosità. Ma può anche sbarrarla a causa di un uso distorto delle offerte e di comportamenti scandalosi».

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