Bari ha accolto mons. Satriano

“Oggi tutto rifulge e si apre all’inedito di Dio, che si esprime nell’arrivo di un piccolo uomo, chiamato ad essere vostro pastore, forte solo del desiderio di onorare l’impegno affidatogli nella totale consapevolezza di fede che il suo aiuto è nel nome del Signore”: queste sono state le parole pronunciate all’inizio dell’omelia nella Cattedrale di Bari il nuovo arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Giuseppe Satriano, nella celebrazione eucaristica di inizio del ministero episcopale.

Nella memoria della conversione di san Paolo, il nuovo arcivescovo ha evidenziato il suo ‘compito’: “Andare, proclamare il Vangelo e battezzare sono i tre verbi che rendono possibile l’incontro con il Risorto… Il mondo è l’orizzonte da solcare, sapendo uscire da quella dimensione rassicurante del vivere e accettando la logica precaria della strada, del cammino”.

Per mons. Satriano “Il Vangelo da proclamare è quello dell’Amore di Dio, che in Cristo Gesù si è fatto carne e desidera abbracciare ogni esistenza, ogni dimensione del vivere, per riscattare la dignità di ciascuno dalle tenebre del peccato”.

Riprendendo la narrazione della conversione di san Paolo il neo arcivescovo ha sottolineato l’incontro salvifico con Gesù: “E’ qui il senso reale della conversione di san Paolo, che lungi dall’essere un atto eroico, uno sforzo della volontà, è l’incontro con l’Amore di Dio che lo libera da sé stesso, dalle sue strutture teologiche, ricche di certezze, ma povere di bene.

Paolo si converte a partire dal suo fallimento. A noi viene consegnato un messaggio di speranza: l’incontro col Cristo non è precluso a nessuno, non ai pagani e neanche a un nemico, a un persecutore come Paolo”.

L’apostolo si converte perché comprende la salvezza: “Paolo non si converte ad un nuovo credo ma ha capito che Gesù è il Figlio di Dio, il Messia che salva… Paolo avverte il fallimento, evidenziato dal suo cadere, mentre, investito dalla luce del Risorto, comprende come proprio quel Gesù, che sta combattendo, sia l’unica possibilità di salvezza”.

Solo la fede è liberante: “Solo se la nostra fede nel nome di Gesù sarà vera, autentica, libera da quelle che sono le impalcature culturali, i pregiudizi e i legacci di stili di vita spesso rattrappiti, potremo con cuore sincero fare nostre le domande di Paolo e interloquire col Risorto, sapendo accogliere la novità di vita a cui il Vangelo ci chiama”.

E mons. Satriano ha evidenziato anche che la Parola di Dio offre l’occasione di diventare ‘artigiani di comunione e costruttori di unità’: “E’ proprio a questa Comunità di credenti che Paolo viene rimandato dal Risorto, per portare a compimento il suo percorso. Anania sarà l’accompagnatore che lo condurrà a ritrovare la vista.

Due individualità, quella di Paolo e Anania, che s’incontrano. Entrambi sono fruitori di una rivelazione del Cristo. Essi vengono a costituire un tessuto ecclesiale che, nella fiducia e nell’accompagnamento, si nutre e cresce. L’uno si specchia nell’esperienza dell’altro, l’uno diviene luce per l’altro”.

Quindi la fede cristiana è anche un’esperienza di comunità: “La fede si manifesta allora non solo come dono scaturito dall’incontro con il Risorto, ma anche come esperienza comunitaria, nella quale l’alterità diviene elemento imprescindibile per la maturazione del proprio cammino.

Anania riconosce la presenza di uno spirito profetico in Paolo e lo conduce al battesimo, inserendolo nella Comunità dei credenti, dove si attesterà per il suo generoso ministero apostolico. Quando la Comunità cristiana è capace di vincere la paura dell’altro e di fare un gesto di gratuità verso il nemico, l’azione del Signore può rendersi presente”.

Mons. Satriano ha quindi ‘elencato’ gli stili della vita cristiana: “Umiltà, dolcezza, magnanimità, capacità di sopportare con amore gli uni i pesi degli altri, sono gli atteggiamenti e lo stile di vita con cui si diviene artigiani di comunione e costruttori di unità. Miei cari la Parola risuonata fa vibrare la vita e nuovamente ci consacra, attraverso questa liturgia, ad essere artigiani di comunione e costruttori di unità”.

L’invito è quello di ‘lasciarsi abitare da Cristo per abitare la vita delle nostre realtà’: “Si tratta di incarnare atteggiamenti che creino spazi ricchi di comunione e di condivisione tra le persone.   

Come discepoli del Cristo siamo invitati a edificare spazi eucaristici, spazi agapici, dove si realizzi un autentico incontro, ricco di comunione e condivisione, mediante atteggiamenti quali l’ascolto, il lasciare spazio, l’accogliere, l’accompagnare e il fare alleanza”.

Al termine della celebrazione l’arcivescovo ha ringraziato papa Francesco, a cui ha rivolto un ‘affettuoso e orante ricordo per il suo servizio di pastore e guida della Chiesa universale’, ed i vescovi presenti e coloro che non hanno potuto partecipare a causa delle restrizioni dovute alla pandemia attraverso un segno:

“Al termine della celebrazione desidero consegnarvi un segno che dica l’orizzonte, l’impegno, la responsabilità del nostro camminare: un semplice pezzo di pane accompagnato da un’immagine del Crocefisso.

Un pezzo di pane da mettere sulle nostre tavole, da condividere, che dica la bellezza e la semplicità della nostra storia, della nostra terra, della nostra esistenza. Essa, trasfigurata dal dono dell’Eucaristia appena celebrata, è chiamata a divenire pane spezzato per il mondo. Il piccolo pezzo di pane che vi verrà consegnato, portatelo nella vostra casa, beneditelo con una preghiera, condividetelo e donatelo.

Sarà il gesto del condividere a benedire la vostra vita e la vita di chi riceverà questo segno di speranza. Tale segno lo vivremo, di volta in volta, in tutte le comunità quando verrò a visitarvi.

Mi piace questa sera ringraziare l’Associazione ‘Fornai pane in piazza’ che ha reso possibile la realizzazione di questo segno. Vi stringo tutti forte al cuore, in particolare quanti sono nella sofferenza e nella fatica del vivere. Beneditemi con la vostra preghiera e buon cammino”.

(Foto: diocesi di Bari)

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