Uno al giorno. Per non dimenticare. Il Sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso il 25 gennaio 1983, vittima di Cosa Nostra

Siamo sempre più convinti che questo Paese lo possono salvare solo i magistrati. Ecco perché in molti casi fanno una brutta fine. Oggi, ricordiamo uno di loro, il Sostituto procuratore della Repubblica di Trapani Giangiacomo Ciaccio Montalto, barbaramente ucciso il 25 gennaio 1983 nei pressi di Valderice in provincia di Trapani.

Giangiacomo Ciaccio Montalto era un uomo che viveva la sua vita con passione. La stessa passione che metteva in ogni cosa che amava, la musica classica, la poesia e la buona lettura, la vela (quella sensazione di libertà che provava quando si trovava in mare, la inseguiva sempre, anche nella vita di tutti i giorni) e la famiglia (aveva tre figlie alle quali dedicava attenzioni e cure, sempre attento e amorevole).

Era un uomo serio, ma al momento giusto amava scherzare. «Ricordo una festa di carnevale, insieme al suo caro amico Giovanni Falcone. Allora, è andata così: un anno, nel periodo del carnevale, hanno deciso di travestirsi e di uscire alla sera con amici (ho un vago ricordo che uno di loro potesse essere Falcone): gli uomini si sarebbero vestiti da donne, e le donne da uomini. Al mattino quando noi bambine ci siamo alzate, stavano ancora ridendo: erano tutti in macchina quando sono stati fermati dai carabinieri; mio padre, vestito da donna (con tanto di parrucca e rossetto rosso) era alla guida e ha dovuto esibire i documenti: gli è letteralmente caduta la faccia quando il carabiniere, alla vista della patente, ha cominciato a guardarlo incredulo ed imbarazzato» (la figlia Marene Ciaccio Montalto).

La magistratura era per lui una missione, non una professione. La giustizia e l’impegno civile era valori semplici e familiari che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita.

Nasce il 20 ottobre 1941 a Milano da famiglia trapanese e cresce circondato dalla passione per la politica e la dedizione alla legge. Suo padre, Enrico era magistrato di Cassazione. Il nonno, Giacomo era notaio e fu sindaco di Erice. Il fratello Enrico, giovane dirigente comunista, partecipò alle lotte bracciantili nel dopoguerra e morì a 22 anni in un incidente stradale.

Dopo aver superato il concorso in magistratura, il 15 giugno 1970 inizia a svolgere il periodo di uditorato presso gli uffici giudiziari romani. Inizialmente presso la Pretura, poi in Tribunale, in seguito in Procura, per poi tornare nuovamente in Pretura fino al conferimento delle funzioni giurisdizionali. Il 20 settembre 1971 viene immesso nelle funzioni di Sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica nel Tribunale di Trapani e rimarrà in quell’ufficio fino al giorno della sua tragica morte. A soli 33 anni è il reggente dell’ufficio requirente trapanese, fino alla nomina del nuovo Procuratore. Il 9 giugno del 1976 consegue l’ultima promozione della sua carriera, la nomina a magistrato di Tribunale. Fu pubblico ministero nel processo contro Michele Vinci, condannato per i delitti del cosiddetto “mostro di Marsala”, che nella città siciliana aveva rapito, gettato in un pozzo e lasciato morire tre bambine, tra cui una nipote.

Dal 1977 si trovò ad indagare sui mafiosi della provincia di Trapani e sui loro legami con il mondo imprenditoriale e bancario trapanese. Le inchieste si basarono anche su indagini patrimoniali, ricostruendo il percorso del denaro sporco nelle banche di Trapani. Poi, il suo lavoro si concentrò sul clan dei Minore (Antonino Totò Calogero, Giuseppe e Giacomo). Sulla sua scrivania finì, su sua richiesta, un dossier dei carabinieri in cui venivano riportate le attività del clan: omicidi, corruzione, spaccio di stupefacenti, traffico d’armi. I Minore furono coinvolti in varie indagini come il finto sequestro dell’industriale Rodittis e il sequestro di Luigi Corleo. Il clan dei Minore era alleato dei corleonesi. Fece riesumare perfino la salma di Giovanni Minore per verificare che fosse realmente morto d’infarto e si dice che quest’azione fu considerata blasfema dai Minore. Nel 1979 chiese un mandato di cattura per traffico di materiale bellico per Antonino Minore, che fuggì da Trapani per evitare di essere arrestato.

Nell’ottobre 1982, poco tempo prima di essere ucciso, aveva spiccato quaranta ordini di cattura per associazione mafiosa contro mafiosi e imprenditori della zona di Trapani, che però furono tutti scarcerati per insufficienza di prove nel giro di qualche mese.

Per la sua attività aveva ricevuto delle minacce. Una croce nera venne realizzata con una bomboletta spray sul cofano della sua auto. Deluso dallo scarso risultato delle sue inchieste, decise poi di chiedere il trasferimento a Firenze in Toscana. Tre settimane prima di essere ucciso, andò a Trento per incontrarsi con il Procuratore Carlo Palermo al fine di scambiarsi informazioni riservate sull’inchiesta che riguardava il traffico di stupefacenti.

Venne ucciso il 25 gennaio 1983 alle 01.30 di notte a Valderice da tre uomini mentre rientrava a casa, privo di scorta e a bordo della sua auto non blindata nonostante le minacce ricevute. I vicini non avvertirono le autorità perché sospettavano fossero spari legati ai cacciatori di frodo e così il corpo esanime del magistrato venne ritrovato da un pastore alle ore 06.45. Aveva quarantadue anni.

Le esequie di stato furono celebrate nella cattedrale di San Lorenzo dal Vescovo di Trapani, Mons. Emanuele Romano alla presenza di circa ventimila persone. Il Presidente della repubblica Sandro Pertini presiedette poche ore dopo una convocazione ufficiale del Consiglio superiore della magistratura a Palermo dove disse: «Il popolo italiano non può essere confuso con il terrorismo e il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia».

Dell’omicidio venne sospettato il boss trapanese Salvatore Minore, il quale era già ricercato per omicidio e associazione mafiosa in seguito alle inchieste di Ciaccio Montalto. Si accertò solo nel 1998 che Minore era stato ucciso nel 1982 dai Corleonesi e il suo cadavere fatto sparire, ma nel frattempo egli fu condannato nel 1989 in primo grado all’ergastolo in contumacia per l’omicidio di Ciaccio Montalto, insieme ai mafiosi siculo-americani Ambrogio Farina e Natale Evola, ritenuti gli esecutori materiali del delitto. Tuttavia, i tre imputati vennero assolti nel 1992 dalla Corte d’Appello di Caltanissetta e la sentenza d’assoluzione venne confermata nel 1994 dalla Cassazione.

Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (Rosario Spatola, Giacoma Filippello, Vincenzo Calcara e Matteo Litrico) nel 1995 portarono all’identificazione dei veri responsabili dell’omicidio e vennero rinviati a giudizio i boss mafiosi Salvatore Totò Riina, Mariano Agate, Mariano Asaro (ritenuto l’esecutore materiale) e l’avvocato massone Antonio Messina. L’assassinio di Ciaccio Montalto fu ordinato perché il trasferimento ormai deciso del magistrato alla Procura di Firenze avrebbe minacciato gli interessi mafiosi in Toscana. Nel 1998 Riina e Agate vennero condannati all’ergastolo in primo grado, mentre Mariano Asaro e l’avvocato Messina vennero assolti, sentenza confermata nei successivi due gradi di giudizio.

Minacce anche dopo la morte. Il diario sparito

“Le minacce alla nostra famiglia sono continuate anche dopo l’uccisione di mio papà e per questa ragione, con mamma e le mie sorelle siamo state costrette a lasciare Trapani e a trasferirci al Nord”. Lo ha rivelato la figlia di Giangiacomo Ciaccio Montalto, Marene, il 25 gennaio 2013 a margine della presentazione del libro di Salvatore Mugno “Una toga amara. Giangiacomo Ciaccio Montalto, la tenacia e la solitudine di un magistrato scomodo”. Marene assieme alla sorella Silvia era a Palermo quel giorno, per partecipare alle manifestazioni promosse in occasione del trentennale dell’omicidio: in mattinata un dibattito, alla presenza di magistrati, all’Istituto comprensivo intitolato al magistrato ucciso dalla mafia.

Poi una seconda rivelazione: Ciaccio Montalto teneva un diario che i familiari non hanno più trovato. “Me lo ha riferito mia mamma [Marisa La Torre, morta poco tempo prima]. Mio papà teneva in casa un diario, una sorta di agenda, dove appuntava notizie sul suo lavoro. Dopo che gli investigatori hanno acquisito della documentazione a casa nostra, di quel diario non abbiamo saputo mai più nulla. Ogni ricerca è stata vana”, dice la figlia. Marene Ciaccio Montalto, come pure la sorella Silvia, tuttavia, non ne conoscevano il contenuto, ma definivano l’episodio “inquietante”.