Eterogenesi dei fini

Di fronte alla povertà, la rabbia e l’indignazione non servono a niente. E non serve neanche di “indignarsi dell’indignazione”. È molto più utile l’umiltà, quella vera, non l’ipocrisia.

Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matteo 4, 3-4).

«Gira su FB una filastrocca che recita:
E se fossi tu ad esser nato nero?
E se fossi tu ad esser nato giallo?
E via così…
E se fossi tu… a non essere accolto?
(e taccio di certe vignette agghiaccianti…)
Volevo avvisare che io non ho chiesto di nascere.
Non ho chiesto di nascere bianca (o meglio palliduccia, tendente al grigiastro…).
Non ho chiesto di nascere qui…
Mi è capitato.
Poi mi hanno insegnato che era persino più bello il color ebano, gli occhi a mandorla, i capelli crespi… che tutte le culture erano uguali, anzi la mia era peggio. Colpevole di quasi tutto il male sotto il cielo.
E quindi anch’io. Colpevole di essere palliduccia, di aver frequentato il liceo classico, di aver un tetto sotto cui abitare, del cibo con cui stare a dieta, uno stipendio da insegnante…
Che non avrei dovuto dormir bene la notte perché altri non lo facevano, né gustare un gelato perché troppi non avevano neppure pane e riso…
Tra poco uscirò di casa.
Per andare a dare una mano a ragazzetti bruni, ebano e giallognoli, policromi.
Dar loro una mano per introdursi a una lingua, una storia, una cultura che quasi tutto all’intorno suggerisce di disprezzare…
Non sopporto di ostentare cose cosi.
Ma quando è troppo è troppo.
Ma davvero qualcuno è persuaso che questa continua chiamata in correo possa rendere qualcun altro migliore, possa sedare la paura e incrementare l’accoglienza?
Non saranno i sensi di colpa a renderci più buoni.
Si può essere buoni solo perché si sa dove andare, insieme… per un anticipo di gioia.
Così mi viene pure utile la ormai stucchevole metafora dei ponti e dei muri…
Qualcuno sta erigendo muri per convincere a gettare ponti…
Eterogenesi dei fini» (F.N.).

«A tutto questo, si aggiunge in genere anche l’accusa di essere cristiani indegni e ipocriti.
Ho un cognato medico che ha fatto per anni ambulatorio GRATUITO a Perugia per 5000 stranieri (gli attuali migranti) curandoli della tubercolosi e altre malattie gravi.
Conosco amiche/i che hanno dato i loro appartamenti vuoti a extracomunitari quasi per niente, che hanno tre adozioni a distanza (900 euro all’anno), danno offerte cospicue ai missionari, fanno ripetizioni, portano pacchi alimentari, danno 10 euro ogni volta ai mendicanti di turno; un prete mi disse di arrivare a circa 600 euro al mese in elemosine.
E ora, perché le stesse persone sono contrarie o semplicemente perplesse di fronte agli arrivi continui, indiscriminati, ingestibili (anche perché conoscono da vicino e non ideologicamente i problemi che questi comportano) vengono tacciati di razzismo, disumanità, ecc.La povertà è uno scandalo, una ferita sempre aperta (“I poveri li avrete sempre con voi…”) che noi non possiamo curare veramente. Solo Lui lo può.
Eppure, provocato dal maligno che lo invita a risolvere definitivamente la questione, trasformando le pietre in pane, rispose che “… non di solo pane vive l’uomo”.
Di fronte alla povertà, la rabbia e l’indignazione non servono a niente.
È molto più utile l’umiltà» (L.A.).

Eterogenesi dei fini

L’espressione “eterogenesi dei fini” – in tedesco “Heterogonie der Zwecke” – fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt. Con essa si fa riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”.

Foto di copertina

Rosa celeste”, illustrazione di Gustave Doré per Paradiso, Divina Comedia di Dante Alighieri.

Dopo l’accesa di Dante e Beatrice all’Empireo (Canto XXX, 34-54), la candida rosa dei beati (82-123): Dante si affretta a fissare lo sguardo nel fiume di luce, proprio come un neonato che si sveglia più tardi del solito e si getta verso il latte: gli occhi di Dante assaporano quella visione e d’improvviso il fiume gli sembra essere diventato di forma circolare, simile a un lago, mentre in seguito i fiori e le faville si trasformano, come persone che gettano la maschera indossata fino a quel momento, cosicché Dante può vedere entrambe le corti celesti, quella degli angeli e quella dei beati. Dante invoca la luce divina affinché gli dia modo di rappresentare al meglio l’alto trionfo del Paradiso che si offrì alla sua visione: egli ha visto la luce di Dio, che rende il Creatore visibile alle creature ammesse nell’Empireo, e che ha forma circolare e dimensioni tanto estese che l’ampiezza del Cielo del Sole sarebbe di gran lunga inferiore. La luce di questa rosa celeste si riflette sulla superficie concava del Primo Mobile, che da essa trae il proprio movimento e la virtù che riverbera sugli altri Cieli, e così come un colle fiorito si specchia nell’acqua di un lago sottostante, allo stesso modo Dante vede le anime dei beati che si specchiano nella luce della rosa, disposte in più di mille gradini. Il più basso di questi emana una luce grandissima, quindi il lettore può capire quanto sia estesa la rosa nei gradini superiori: tuttavia lo sguardo di Dante non vi si smarrisce, in quanto nella rosa dei beati la maggiore o minore distanza non toglie e non dona nulla alla visione, dal momento che le leggi naturali lì non hanno alcun valore. Così splendida e bella quale Dante non è in grado di descriverla, Beatrice informa il poeta che hanno lasciato il Primo Mobile e sono saliti all’Empireo, il Cielo che è pura luce piena di intelletto, di amore, di bene e di gioia, dove Dante vedrà il trionfo degli angeli e dei beati, questi ultimi col loro corpo mortale di cui si riapproprieranno il Giorno del Giudizio. Dante è subito avvolto da una luce vivissima, che sulle prime gli impedisce di vedere alcunché, proprio come gli occhi quando sono colpiti da un lampo improvviso: Beatrice gli spiega che l’Empireo accoglie sempre in tal modo l’anima che vi ascende, per disporla alla visione di Dio.

Questo era un post sul mio diario Facebook del 24 gennaio 2019. Lo ripropongo oggi, 24 gennaio 2021, la seconda volta che si celebra la Domenica della Parola di Dio.

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