Ecco la musica dei giovanissimi ragazzini, non solo di quelli che si picchiano in piazza… ma anche dei nostri figli

Il testo che di seguito condivido – uno studio-editoriale del 14 gennaio 2021 di Marco Brusati nella sezione Media Education del suo Blog Dire Oltre [QUI] – “non va letto né per scandalizzarsi, né per condannare i suoi autori e fruitori, di cui, semmai, va sentito il grido d’aiuto che deve trovare risposta”. “Le maxi-risse tra giovanissimi ragazzini sono un fenomeno pericolosamente in crescita”, non vanno viste “come mera ed immediata conseguenza o del lockdown o della chiusura delle scuole o dell’uso distorto dei Social”, che ne hanno accelerato la manifestazione, ma non lo hanno generato, sottolinea Brusati, analizzando il ruolo della musica, con la donna come oggetto sessuale della gang, la droga, le armi, le attività illegali e la vita da “gangster”, gli insulti alle Forze dell’Ordine, le minacce. Con Brusati entriamo nel mondo degli “adolescenti, preadolescenti e persino bambini – del quale è un profondo conoscitore -, i quali, senza questi progetti nello smartphone, non lo avrebbero incontrato, accettato e normalizzato nella solitudine delle loro camerette. Esiste una relazione circolare elastica tra parola, iconografia e pensiero; così come tra pensiero, immaginario condiviso, percezione di sé, considerazione dell’altro-da-sé e azioni che si ritengono lecite o non lecite. Che tipo di parola e di iconografia si stia diffondendo, ora potrebbe risultare un po’ più chiaro. E senza interventi educativi strutturati a livello di istruzione scolastica e formazione cristiana, non aspettiamoci risoluzioni spontanee”.

I miei lettori conoscono Marco Brusati già, visto che ho condiviso in passato diverse delle sue analisi, su “un fenomeno avviato da almeno tre lustri e non adeguatamente compreso: si tratta della tribalizzazione delle relazione aggregative innescata anche da alcuni fenomeni musicali di successo ed alimentata dall’assenza del mondo adulto ed educante negli interessi dei giovanissimi”. Brusati è professore a contratto di “Progettazione di eventi” nel master “Pubblicità istituzionale” dell’Università degli Studi di Firenze, direttore dell’Associazione Hope, progettista e coordinatore di eventi ecclesiali nazionali e internazionali, autore, blogger e conferenziere. Studia i processi di comunicazione applicati ai percorsi formativi, educativi, pastorali ed ecclesiali. Da diversi anni analizza l’influenza dei modelli mass-mediali sulla formazione dell’identità, personale e comunitaria, con un taglio antropologico. Dal 2017, ha aperto il blog Dire Oltre che ha superato i 1,3 milioni di lettori. Tiene numerose conferenze e incontri di formazione. Si occupo anche di formazione per creativi con la finalità di stimolare la crescita di una generazione di artisti capaci, responsabili ed alleati delle agenzie educative: per questa specifica linea di intervento, dal 1998 dirige la Hope Music School della Associazione Hope. Ha progettato e diretto numerosi eventi ecclesiali, nazionali, internazionali e dieci incontri papali, incontrando oltre cinque milioni di persone.

Oggi presento la sua analisi di un progetto artistico che “non è una mosca bianca e non è archiviabile come mera espressione di disagio socio-esistenziale delle periferie urbane”, ma, osserva Brusati, “questo è l’ambiente culturale di non poca ‘musica’ che passa 24/7 negli smartphone dei ragazzini sempre più bambini, anche quelli che vivono nei quartieri residenziali, vanno bene a scuola, fanno sport con profitto, non hanno i problemi economici delle periferie, vanno in oratorio e fanno pure la Cresima; un ambiente culturale in cui la donna può essere offesa sessualmente, ‘cantata’ come strumento di piacere o esibita come trofeo tribale; in cui la droga non è un problema, inclusa quella fatta in casa con uno sciroppo per la tosse e lo spaccio può essere un’attività per far soldi facili e generare invidia sociale; in cui la violenza può diventare strumento per regolare i rapporti tra individui e gruppi”.

Con l’occasione aggiungo alla fine anche una breve nota (dalla Sezione Polis del blog di Marco Brusati QUI) “Lady Gaga canta l’inno USA: è una scelta unitiva in un Paese lacerato?”, che – osservando bene – è sempre in tema. Il Prof. Marco Brusati sa di cosa scrive e si conferma una pecora nera tra i commentatore dei tempora currunt…

La donna come oggetto sessuale della gang, armi, droga e insulti alla Polizia: ecco la musica dei ragazzini che si picchiano in piazza e dei nostri figli
di Marco Brusati

Le maxi-risse tra giovanissimi ragazzini sono un fenomeno pericolosamente in crescita; il lockdown ne ha accelerato la manifestazione, ma non lo ha generato. Il ruolo della musica.

Le maxi-risse tra giovanissimi ragazzini anche di 12-13 anni che si aggregano secondo i canoni delle gang malavitose stanno diventando troppo frequenti per essere archiviate come mera ed immediata conseguenza o del lockdown o della chiusura delle scuole o dell’uso distorto dei Social.

Semmai tutto questo gioca un ruolo di accelerazione e non di generazione di un fenomeno avviato da almeno tre lustri e non adeguatamente compreso: si tratta della tribalizzazione delle relazione aggregative innescata anche da alcuni fenomeni musicali di successo ed alimentata dall’assenza del mondo adulto ed educante negli interessi dei giovanissimi.

Ricordiamo i principali episodi: la maxirissa al Pincio di Roma del 5 dicembre, con centinaia di adolescenti coinvolti, appelli sui social per spedizioni punitive, feriti [QUI] e persino una pistola trovata nella casa di uno dei ragazzi indagati [QUI]; quella a Villa Borghese di Roma del 12 dicembre, che ha coinvolto anche preadolescenti di nemmeno 14 anni [QUI]; quelle di Venezia del 12 e del 14 dicembre [QUI e QUI] con decine di giovanissimi e giovani; quella di Parma del 9 gennaio, con una cinquantina di giovani [QUI]; quella di Sant’Arsenio (SA) dell’11 gennaio [QUI].

Ogni evento meriterebbe una specifica analisi. Tuttavia la maxi «baby-rissa» di Gallarate (VA)  del 10 gennaio [QUIQUIQUI] presenta elementi analitici che permettono di comprendere meglio il fenomeno complessivo: ha coinvolto numerosi ragazzini-bambini anche di 12-13 anni; i video dei pestaggi sono stati diffusi sui Social con sottofondi di musica Trap; lo scontro non è avvenuto nei paesi di residenza dei suoi protagonisti come ha raccontato «una ragazzina presente alla baby-rissa di Gallarate», secondo la quale «sarebbe stato scelto il Comune come ‘luogo neutro’ e che a scontrarsi sarebbero stati soprattutto ragazzi partiti da Malnate, quasi al confine con la Svizzera, e Cassano Magnago» [QUI]; si deduce che le opposte fazioni si siano schierate come eserciti risorgimentali post-moderni, arrivando sul campo di battaglia anche con mezzi pubblici come i treni; infine, il fatto che le indagini delle forze di Polizia si stiano concentrando «anche su un gruppo di ragazzini che ruotano attorno a una band che fa musica Trap, la 167 gang. Tutti giovanissimi, si ritrovano spesso per le strade del quartiere popolare 167» [QUI]. Quest’ultima annotazione di cronaca ci può aiutare a capire il contesto entro il quale è andata maturando la maxi «baby-rissa», con le sue implicazioni culturali e generazionali.

Attraverso alcune linee tematiche, andiamo ad analizzare il repertorio artistico del collettivo artistico 167 gang (detto «band» nella vulgata) che non va letto né per scandalizzarsi, né per condannare i suoi autori e fruitori, di cui, semmai, va sentito il grido d’aiuto che deve trovare risposta. Le citazioni e le immagini sono prese dai testi e dai videoclip dei brani «Passamontagna», «Baby Gang» e «Dalle Popolari».

1) La donna. Non è un tema centrale, ma viene narrata come oggetto sessuale della gang: «lei lo prende da dietro»; «dieci pu*e nel mio back» ovvero dieci ragazze chiamate pu**ne nel back-stage di un locale o in occasione di uno spettacolo; «ti pulappo con la gang» che, nel linguaggio Trap significa «ti possiedo sessualmente insieme alla gang». 

2) La droga. È un tema centrale del progetto artistico come evidenziano questi passaggi: «167 gang 10 grammi chiusi in back»; «ho la *sniff* nelle TN» [ho droga da sniffare,  che sia cocaina o metanfetamina o altro, nelle scarpe Nike TN Squalo, da cui, in gergo, le TN]; «ragazzini con le bustine di weed» [marjuana]; «l’unica cosa che vendo è la *sniff*» [sempre droga da sniffare]. Anche i video, in diverse occasioni, rappresentano sostanze stupefacenti, come si vede in queste immagini.

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[Gli adolescenti imparano a preparare la propria droga anche dalla musica trap – 13 luglio 2020]

3) Le attività illegali e la vita da «gangster». Sono tematiche che creano l’ambientazione narrativa:  «siamo pregiudicati; se conti le condanne qua finisci domani o dopodomani; sai che chiudiamo gli affari»; «sembriamo tipi da villa; ma noi veniamo dal bando; e ci rubiamo in quella villa» [«bando» in gergo è un edificio abbandonato; per estensione una casa o un palazzo fatiscente]; «oh baby gang bimbi soldati; e fanno vroom da Milano a Napoli; sopra due TMax rubati» [giovanissimi che si lavorano per la gang su scooter rubati, facendo consegne]; «167 con Santana (un Trapper ndrè la Mafia; abbiamo già le piazze, ma vogliamo l’Italia»; «mio fratello fa da palo mentre l’altro chiude affari; in tasca cinquemila su un palazzo a dieci piani; sposati coi reati, in strada criminali». A confermare l’ambientazione narrativa, assume particolare significato sia la presenza di una pistola in un video, sia la rappresentazione del gruppo con il passamontagna [QUI].

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4) Gli insulti alle Forze dell’Ordine. Costituiscono una linea tematica secondaria, ma significativa per compredere i contenuti del progetto artistico: «Tab*una mok, sbirri…» [un insulto alla madre]; «sbirri di M»; «vendevo slata [marijuana]; ma quello sbirro di m mi ha portato dal PM»; «sbirri ma ha ka*rin» [insulto di tipo sessuale]. Risulta singolare che le Forze dell’Ordine siano riprese in un videoclip del gruppo durante il loro lavoro di controllo del territorio, come si vede in queste immagini.

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5) Le minacce: «Sei di zona fra ne piji [prendi, ndr] tante». Dopo la maxi «baby-rissa», questa frase non assume forse una valenza diversa dalla semplice espressione di finzione letteraria?

Questo progetto artistico non è una mosca bianca e non è archiviabile come mera espressione di disagio socio-esistenziale delle periferie urbane: pur avendo questa tesi un suo fondo di verità, non possiamo fermarci a quanto era ovvio fin dai romanzi ottocenteschi di Charles Dickens e Fëdor Dostoevskij: infatti, pur con accenti e pesi tematici diversi, questo è l’ambiente culturale di non poca ‘musica’ che passa 24/7 negli smartphone dei ragazzini sempre più bambini, anche quelli che vivono nei quartieri residenziali, vanno bene a scuola, fanno sport con profitto, non hanno i problemi economici delle periferie, vanno in oratorio e fanno pure la Cresima; un ambiente culturale in cui la donna può essere offesa sessualmente, ‘cantata’ come strumento di piacere o esibita come trofeo tribale; in cui la droga non è un problema, inclusa quella fatta in casa con uno sciroppo per la tosse [QUI] e lo spaccio può essere un’attività per far soldi facili e generare invidia sociale; in cui la violenza può diventarestrumento per regolare i rapporti tra individui e gruppi.

Una parte non marginale della musica Trap urbana di ultima generazione non può più essere vista come pura narrazione di una realtà vissuta o percepita, ma va letta nelle sue meta-funzioni di collettore, diffusore e amplificatore di disagio esistenziale e sociale tra adolescenti, preadolescenti e persino bambini, i quali, senza questi progetti nello smartphone, non lo avrebbero incontrato, accettato e normalizzato nella solitudine delle loro camerette. Esiste una relazione circolare elastica tra parola, iconografia e pensiero; così come tra pensiero, immaginario condiviso, percezione di sé, considerazione dell’altro-da-sé e azioni che si ritengono lecite o non lecite. Che tipo di parola e di iconografia si stia diffondendo, ora potrebbe risultare un po’ più chiaro. E senza interventi educativi strutturati a livello di istruzione scolastica e formazione cristiana, non aspettiamoci risoluzioni spontanee.

Lady Gaga canta l’inno USA: è una scelta unitiva in un Paese lacerato?
di Marco Brusati


Lady Gaga è un’artista con una fortissima connotazione: d’immagine, prossemica, simbolica, contenutistica.
I brani, i video, gli eventi pubblici ed i Social che la vedono protagonista sono lo svolgimento coerente di un tema lungo quasi tre lustri e che ha come capisaldi narrativi e iconici: un’erotizzazione e una sessualizzazione spinte, con nudità e simulazioni di rapporti e approcci sessuali; una sorta di esoterismo con alcune tinte occulte e strizzate d’occhio al luciferino; una rilettura della narrativa e della simbologia religiosa cristiane che, nel tempo, sono state percepite dai Credenti come provocatorie, offensive o persino blasfeme. Chiamare un’artista con queste caratteristiche per cantare l’inno statunitense all’inaugurazione di un mandato presidenziale è una scelta unitiva in un Paese lacerato?

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