Ingredere ut adores!

Il corsivo di Abate Faria inviato a Stilum Curiae – segnalato anche sul diario Facebook dell’Editore di Korazym.org Vik van Brantegem – definisce un progetto politico intrusivo della Santa Sede e della CEI sulla politica italiana, che non ha precedenti.

Perché non dobbiamo dimenticare, che tutto il movimento politico cattolico democratico iniziato da Don Luigi Sturzo e non solo, fu un movimento portato avanti dai laici cattolici, dietro istanze culturali certamente teorizzate alla Santa Sede (il neotomismo di Giuseppe e Gioacchino Pecci/Leone XIII). Un movimento politico complesso quello del Partito Popolare prima e della Democrazia Cristiana dopo, che trovava le sue radici nella opposizione a quella cultura post-illuminista che aveva non solo realizzato l’Unità d’Italia, ma a fine ottocento stava perseguitando la Chiesa Cattolica Romana attraverso, ad esempio, una politica importante di confische a carico di importanti ordini religiosi. Insomma la non expedit trovava le sue ragioni non solo nella breccia di Porta Pia, ma in tutta una atmosfera che contrappose ad esempio aspramente Don Giovanni Bosco alla monarchia sabauda.

Tutta quella situazione politica fu ben captata dai gesuiti del tempo, che censurarono con forza i laicisti di allora. Oggi paradossalmente – come dice Abate Faria – la Santa Sede e una Conferenza Episcopale Italiana fortemente condizionata dal Regnante nei suoi vertici, entra nell’agone in modo assai deciso per sostenere Giuseppe Conte e un futuro Partito Conte. Oltretutto – come dice Abate Faria – proprio nel momento in cui il Ministro Luciana Lamorgese ha reintrodotto la genderistica definizione di genitore 1 e genitore 2. L’obiettivo sarebbe un nuovo partito di centro, ma con un connotato cattocomunista.

Noi non potremmo capire tutto questo, se non tenessimo conto della provenienza di Conte, che ha scalato, rapidissimamente non solo la carriera universitaria, ma anche quella di governo. Ebbene, non si può dimenticare la provenienza di Giuseppe Conte da Villa Nazareth, ovvero la istituzione italiana formativa a lungo diretta dal Cardinale Achille Silvestrini, personaggio importantissimo della “mafia di San Gallo” e grande fautore italiano del movimento riformatore di certo Concilio Vaticano II, che Benedetto XVI definì in senso censorio nel famoso discorso del 2005 come Concilio dei media. Al proposito si rimanda a questa interessante riflessione di Andrea Cionci su Libero del 17 gennaio 2021: “Il cardinal Silvestrini: mentore di Conte e membro della “Mafia di San Gallo”.

Si tratta di tutto il movimento che ha oggi in Francesco la punta di diamante e che si è posto l’obiettivo non celato di cambiare la Chiesa. Cambiarla nei termini che già Lutero aveva introdotto e che possiamo a ragione considerare il vero incubatoio anticattolico della rivoluzione francese.

Talché il riferimento sempre effettuato da Benedetto XVI nello storico discorso di Natale 2005 al Concilio di Nicea chiariva in maniera inequivocabile la natura anticattolica del così detto Concilio dei media, al punto da ricordare gli anni funesti che seguirono a Nicea, in cui fu sconfessato l’arianesimo. Oggi tanti contenuti ariani si ritrovano nel messaggio spesso contorto ed eterodosso di Francesco e dei suoi accoliti, che nella fattispecie del partito cattolico di Conte si riconfermano nella loro distruttività.

Conte non ha niente di democristiano. Innanzitutto perché non è in grado di operare nessuna mediazione tra le varie istanze politiche del mondo cattolico, come invece sapeva fare la DC. Le correnti democristiane erano in grado di operare una sintesi, perché in ciò erano facilitate dalla comune radice anticomunista e antifascista. Quella matrice di libertà, che oggi i molti reduci del partito democristiano non sanno più interpretare.

Il vero nemico di Conte e della Santa Sede non è il sovranismo, ma proprio quella coralità per la libertà che era espressa dai cattolici democristiani nel nome del neotomismo. Matteo Salvini non si è lasciata sfuggire la occasione di mettere il dito nella piaga, ricordando nel suo discorso al Senato, e dopo, la Chiesa di Giovanni Paolo II e tutti i contenuti cattolici a salvaguardia della famiglia e della integrità fisica e morale degli Italiani, non ultimo il riferimento alle droghe.

Ingredere ut adores [*]. È la iscrizione dei monaci olivetani sull’architrave della chiesa del rettorato della Università di Perugia, che Giovanni Paolo II pronunciò domenica 26 ottobre 1986 nella sua visita come incipit:
«Questo invito desidero ripetere a voi tutti, oggi, venendo in visita alla sede centrale dell’Università: sono entrato nel luogo sacro e ho adorato la presenza misteriosa e consolatrice di Cristo, Uomo-Dio, nascosto e vivente nel segno sacramentale del pane eucaristico. (…)
”Ingredere ut adores”. L’antico invito dei monaci olivetani si rivolgeva al fedele credente per esortarlo a entrare nel tempio per un’altissima finalità: cercare, incontrare, adorare Dio, l’Essere infinito, trascendente, onnipotente, creatore. Entrando in un tempio ogni, altra finalità deve essere subordinata alla ricerca e all’incontro personale con l’Assoluto. L’atteggiamento fondamentale dell’uomo di fronte a Dio è pertanto l’umiltà, cioè la limpida e rasserenante autocoscienza della propria pochezza, del proprio limite, della propria contingenza e creaturalità nei confronti dell’Eterno, dell’Onnisciente.
E quale altra finalità, insita in sé stesse, hanno le istituzioni culturali della storia dell’uomo, se non la ricerca della verità? E quale è – per gli uomini di cultura, siano essi docenti o alunni – l’atteggiamento più consono a tale esaltante avventura, se non l’umiltà? Umiltà nella ricerca sincera della verità: umiltà nella accoglierla; umiltà nel trasmetterla agli altri. (…)
L’Università, per sua natura, rappresenta ed è questo progetto di fondamentale ricerca della verità, che tutti attrae e sovrasta e che tende ad armonizzare i particolari aspetti delle varie specializzazioni
».

Nella università di una delle capitali d’Europa della laicità, Giovanni Paolo II ripeteva i capisaldi del neotomismo: la umiltà e la capacità di essere figli del Padre buono, sono al servizio della verità. Non al servizio della teologia della liberazione, ovvero di una recriminazione tutta umana, che alla fine sfocia inevitabilmente nella ideologia.

Ingredere ut adores: cercare, incontrare, adorare Dio. Con queste parole si sintetizza una spiritualità che non è inquinata dalla mondanità di Barabba. E oggi in tanta politica e in tanta religione così detta cattolica si parla solo di mondo. Il mondo, la storia (non a caso la eresia modernista era profondamente storicistica) hanno sostituito ogni figura contemplativa. Senza la contemplazione non si riesce a immaginare la politica e la storia. Senza la contemplazione non si raggiunge la verità.

Ma come può ancora essere di moda una tale parola, che tutto l’establishment laicista europeo ha bandito in nome del relativismo? In una epoca in cui non si ricerca la verità, e nemmeno in politica, è ovvio che l’unica prospettiva è la criminalizzazione degli avversari, e non è forse questo il dilemma che sintetizza la rivoluzione francese?

[*] Entra per pregare.

Foto di copertina: Palazzo Murena, sede dell’Università degli Studi di Perugia. In questo stabile si trasferirono i monaci Olivetani nel 1740 dopo aver fatto demolire, nel 1739, circa quindici case che erano nei dintorni. Il 28 luglio 1740 l’abate Giorgio Cesarei posò la prima pietra del monastero. Il complesso monastico, chiamato Monte Morcino Nuovo, fu disegnato in origine da Luigi Vanvitelli e poi da Carlo Murena il quale diresse tutti i lavori. Dopo la Restaurazione, Luigi Canali, all’epoca magnifico rettore dell’Università degli Studi di Perugia, ottiene da Papa Pio VII che il Convento accogliesse in maniera definitiva l’ateneo. Ancora oggi lo stabile accoglie il rettorato, gli uffici amministrativi, la biblioteca e la cappella universitaria dell’Università degli Studi di Perugia. Nella facciata principale l’edificio mostra la cappella rinascimentale degli Olivetani, sormontata dai simboli dei monaci che la edificarono: il monte Oliveto con i rami di olivo. Fino al 1958 fu destinata al conferimento delle lauree. In quell’anno, l’allora rettore Giuseppe Ermini la restituì al culto come cappella per gli studenti e i docenti. L’ingresso principale del palazzo reca la scritta STUDIUM GENERALE CIVITATIS PERUSII. Una porta dà l’ingresso al palazzo, alla destra di quello della Chiesa, il cui portone reca la scritta INGREDERE UT ADORES.

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