Caso 60SA. Spunta una lettera segreta del Cardinale Parolin del 2019 nell’ambito dello scandalo finanziario della Segreteria di Stato

Spunta una lettera “riservata-urgente” del Segretario di Stato di Sua Santità, il Cardinale Pietro Parolin datata 4 marzo 2019 e indirizzata al Presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR) Jean-Baptiste de Franssu. Con questa lettera Parolin chiede per la prima volta il finanziamento milionario per l’acquisizione del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra, da cui ha origine il più recente scandalo economico-finanziario nello Stato della Città del Vaticano. “Investimento valido, ma ci servono 150 milioni di euro”, scrive Parolin. Arriva l’ok dei tecnici, poi scoppia la guerra tra il Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra e il Direttore generale dello IOR, Gian Franco Mammì [Gian Franco Mammì, il “banchiere di ferro”, figura cruciale al vertice dello IOR. Le sue denunce hanno portato a “scoperchiare dall’interno la pentola” degli scandali finanziari in Vaticano – 6 dicembre 2020].

Papa Francesco e il Cardinale Pietro Parolin.

L’esistenza, il contenuto e le circostanze della lettera di Parolin sono stati svelati da Emiliano Fittipaldi sul quotidiano Domani di oggi, 10 gennaio 2021. Scrive Fittipaldi nell’articolo dal titolo «La lettera segreta di Parolin. “Quel palazzo è un buon affare”» (originale QUI): “C’è un documento riservato nascosto in Vaticano che riscrive – almeno in parte – la storia dell’inchiesta che sta terremotando da un anno e mezzo la Santa Sede. E che spiega pure cosa potrebbe aver causato l’improvviso raffreddamento del rapporto tra Papa Francesco e il suo Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin. Un allontanamento culminato con la defenestrazione della commissione cardinalizia dello Ior avvenuto lo scorso settembre e più di recente con lo spostamento definitivo del tesoro custodito dalla Segreteria di Stato nelle casseforti dell’Apsa, l’organismo che amministra i beni del piccolo stato tecnocratico. (…) Ora il Vaticano aveva chiarito attraverso gli atti dell’accusa che l’investigazione era cominciata il 2 luglio 2019, in seguito a una denuncia formulata del Direttore generale dello Ior Alessandro [il nome corretto è Gian Franco. V.v.B.] Mammì. Un dirigente laico vicino a Francesco insospettito da una improvvisa richiesta arrivata dal Sostituto Peña Parra un mese prima”.

Papa Francesco e il Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra

Fittipaldi sottolinea come “il documento permette di aggiungere un tassello importante alla ricostruzione dei fatti. Perché evidenzia che anche Parolin conosceva benissimo l’operazione londinese, tanto che il 4 marzo 2019, con lettera intestata ‘riservata-urgente’”. Fittipaldi sottolinea che “il documento è clamoroso. Non solo perché Parolin definisce l’investimento voluto da Becciu ‘valido’ e da ‘tutelare’, come da tutelare ‘la riservatezza’ dello stesso. Ma anche perché la data della nota e altri rapporti inediti della Funzione compliance dello Ior segnalano che Mammì, i suoi dirigenti e quelli dell’Aif hanno lavorato all’affare per mesi prima che il Direttore generale (d’accordo con il Papa) decidesse di far saltare tutto e di presentare una formale denuncia penale”.

Prosegue Fittipaldi: “Ma come mai la lettera di Parolin non è stata mai citata nelle ricostruzioni e nelle carte dei promotori di giustizia? Certamente rispetto ai reati ipotizzati contro Mincione, Torzi, il banchiere Enrico Crosso e il minutante Fabrizio Tirabassi la vicenda non è rilevante. Ma il documento imbarazza perché chiarisce meglio la genesi dell’inchiesta. Il fatto che il braccio destro del Papa considerava ‘validi’ gli investimenti di Becciu (che lo stesso Parolin definì ‘opachi’ sei mesi dopo). E perché permette di evidenziare come dietro lo scandalo si nasconde una lotta di potere tra uomini riferibili alla prima cerchia di Francesco”.
Poi Fittipaldi conclude: “Intanto mentre si aspettano nuovi sviluppi dell’inchiesta penale l’Apsa guidata da Galantino e dal Segretario Paolo Gaspirini lo scorso settembre ha replicato nella sostanza esattamente quanto voleva fare Parolin quasi due anni prima. Accendendo nuovi finanziamenti per circa 150 milioni di euro con banche stranieri estinguendo il mutuo con Cheney e proteggendo l’investimento londinese di Sloane Avenue. ‘Parolin aveva ragione, è stato ingiustamente umiliato’, dicono alla terza Loggia. Ma in Vaticano dopo i pasticci finanziari, sono i laici a dettare legge, piaccia o meno. Il papa della curia (soprattutto italiana) non si fida più
”.

Ci sono quattro punti da evidenziare in merito all’articolo di Fittipaldi su Domani di oggi:

1. Tutti i fatti citati (lettera “riservata-urgente” di Parolin al Presidente dello IOR compresa) si riferiscono al 2019. Come mai di questa lettera di Parolin datata 2019 non si è mai parlato, soprattutto mai è stata evidenziata dalla magistratura vaticana come evidenza di indagine?

2. C’è da notare che l’articolo di Fittipaldi sposta il focus da Becciu su Parolin, “che prima avalla l’operato degli investimenti di Becciu e poi li definisce opachi”. Spunta la lettera a firma di Parolin, che i promotori di giustizia vaticani definiscono “non rilevante”. Sicuramente non la mandano al Papa, perché è considerata non rilevante. A nostro avviso, la figura di Becciu dall’articolo odierno di Fittipaldi ne esce sempre meglio, sempre più pulito e sempre più estraneo a tutta la vicenda del caso 60SA, in quanto si evince che il diretto superiore dell’allora Sostituto Becciu e cioè il Cardinal Segretario di Stato Parolin ha delle grandi responsabilità, mai emerse finora.

3. Siamo convinti che la lettera “riservata-urgente” di Parolin (fino ad oggi segreta) “volutamente” non è stata mai portata a conoscenza del Papa. Francesco avrebbe cacciato Becciu se avesse saputo della lettera di Parolin? Secondo noi no. Questo ci fa pensare che al Papa è stata nascosta tale lettera, mentre gli è stato messo in mano in forma anticipata una copia cartacea dell’Espresso non ancora in edicola, con deliberato atto di depistare il Papa al fine di incolpare ingiustamente Becciu.

4. Infine, è doveroso spendere alcune parole sul principio di “equità vaticana”.
Il Sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, quando sbaglia paga? A quanto pare, dipende da chi è il Sostituto pro tempore. Per il principio di equità, se il Sostituto sbaglia si dovrebbe punire in modo equo, indistintamente da chi è il titolare pro tempore dell’Ufficio.
Dati alla mano così non è, poiché a cavallo del caso 60SA vi sono due prelati che ricoprono o hanno ricoperto il medesimo ruolo, ma che per lo stesso fatto vengono disciplinarmente trattati in due modi diversi e opposti, senza apparente equità.
Delle due l’una, se sbaglia Becciu di conseguenza sbaglia Peña Parra. Ma così non è perché solo Becciu “paga” disciplinarmente, subendo un trasferimento come Prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in stile promovaetur ut amoveatur.
Se Parolin firma la lettera che nel 2019 gli presenta Peña Parra, viene avallato indirettamente anche il lavoro passato “eseguito” da Becciu. Cosa ci dice la lettera firmata da Parolin il 4 marzo del 2019, segreta ed emersa solo oggi? Ci dice e ci conferma che Peña Parra e Becciu sono e restano Sostituti che “eseguono” ordini superiori.
Dati alla mano, con l’emersione di questa lettera a firma di Parolin, viene fatta piena luce su questa operazione 60SA “opaca” (definizione di Parolin che l’ha promossa). È molto chiaro che il Papa viene abilmente depistato, distogliendo la sua attenzione dalla realtà storica dei fatti e dalle reali responsabilità. E il depistaggio viene fatto contro Becciu, come Peña Parra un fedele esecutore. Però, stranamente, diversamente da Peña Parra paga solo Becciu per la medesima operazione, con un prezzo altissimo e ingiustificato.

A margine di questi quattro punti c’è da osservare, che Massimiliano Fittipaldi in tempi non sospetti si è allontanato dall’Espresso per diventare Vice direttore di Domani.

È da ieri 9 gennaio una nota di Matteo Matzuzzi, vaticanista del Foglio, pubblicata sul suo blog personale “Roma capoccia-Spina di Borgo” sul sito del quotidiano online: “La crisi della Segreteria di stato è certificata dal Papa in persona. Ma del suo titolare non si parla”. E con questo il focus rimane sul Cardinale Pietro Parolin.

Scrive Matzuzzi: “La mossa clamorosa di fine anno con cui il Papa ha ridotto la Segreteria di stato a una sorta di ministero degli Esteri, togliendole la cassa, non ha forse avuto la risonanza che meritava. Il vertice dei vertici della curia romana, accentratore di poteri senza pari da mezzo secolo, da almeno un biennio subisce colpi e colpetti che hanno appannato non solo la sua fama ma anche quella del suo titolare responsabile, il cardinale segretario di stato Pietro Parolin. Eppure, di tutto e di tutti si parla meno che di lui. Perquisizioni negli uffici sella Segreteria, torbide vicende di palazzi londinesi, estromissione dagli organismi di sorveglianza interni. Frecce che avrebbero fatto male anche al soldato protetto dalla corazza più spessa, offuscandone la stella. Invece, nulla.
L’unico che ciclicamente attacca Parolin è il cardinale Joseph Zen, che ricorda le sofferenze dei cattolici cinesi sotto il regime comunista di Pechino con cui Roma ha stretto un accordo relativo alla nomina dei vescovi che tanto deve alla penna dell’attuale segretario di stato. Fare la storia con i se non ha senso (e non è bello), ma ogni tanto è un esercizio utile: ma se a posto di Pietro Parolin ci fosse stato Tarcisio Bertone, cosa si leggerebbe e si direbbe oggi? Passerebbe sotto silenzio il commissariamento ordinato dal Papa con il controllo dei forzieri che passano a mons. Nunzio Galantino, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa)? Probabilmente, no. Anche questi, però, sono segni dei tempi. (mat.mat)
”.