La Pacem in Terris. Una utopia di 50 anni fa, ancora attuale.

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Nel 1986, nel Preambolo della Dichiarazione dell’Assemblea Generale sul Diritto allo Sviluppo compariva il concetto dello “sviluppo integrale “ dell’essere umano. Un concetto, quello dello “sviluppo umano integrale”, che una enciclica profetica, la Pacem in Terris di Giovanni XXIII, contiene già in nuce. La Pacem in Terris compie cinquanta anni. Da quel testo, si sono sviluppati dei temi che non solo sarebbero state tracce fondamentali del Concilio Vaticano II, ma che sarebbero state linee guida anche dell’attività internazionale della Santa Sede. E non a caso Ettore Ballestrero, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana, ha sottolineato in un messaggio che “la Pacem in Terris è un punto di partenza” e che “laddove Papa Roncalli indicava che la pace sorge dal rispetto per l’ordine costituito da Dio, sembrava profeticamente configurare una delle attuali minacce alla pace, il relativismo”.

 

Il messaggio di Ballestrero è stato inviato ad Arezzo, al convegno dedicato a Pace e guerra tra le nazioni a cinquanta anni dalla Pacem in Terris, organizzato dall’associazione “Rondine cittadella della Pace” e dall’ “Istituto internazionale Jacques Maritain”. Due giorni di studi alla fine della scorsa settimana, mentre i missili israeliani piombavano su Gaza segnando l’inizio di un nuovo conflitto. E la strada l’ha indicata Franco Vaccari, presidente di “Rondine cittadella della pace”: “Affiancare la diplomazia popolare a quella istituzionale e politica per trovare soluzione ai conflitti in atto nel mondo”.  accari ha poi dichiarato al Sir: “Davanti al conflitto di Gaza si rafforza la scelta di ripartire dalla persona e dalle relazioni concrete. Tutto il resto diventa fragile”.

A cinquanta anni dalla Pacem in Terris, è ovviamente mutato il quadro internazionale. In quel tempo c’era la Guerra Fredda, il mondo era diviso in blocchi, gli armamenti erano considerati un’arma dissuasiva per evitare la distruzione l’uno dell’altro. Eppure, ripercorrere i temi di quell’enciclica permette in qualche modo di comprendere quali sono le questioni in gioco. “C’è un punto – spiega Roberto Papini, segretario generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain – che ci sembra fondamentale. E nasce da una domanda: perché, dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del mondo bipolare, nonostante  qualcuno come Fukuyama abbia parlato della fine della storia perché sarebbe stata la fine delle guerre, le guerre continuano ad esserci? L’impressione è che il termine pace dipenda strettamente dal termine guerra, e che i due termini siano inestricabili. Il filosofo e politologo Raymond Aaron diceva che la guerra è endemica, come la peste: non la estirperemo mai. Il problema è di arrivare a delle paci che non siano superficiali, ma che gettino le basi per giustizia, solidarietà e rispetto delle minoranze. Se queste sono assicurate, allora la pace può essere duratura. La Pacem in terris non solo ha gettato le basi per una pace non superficiale, ma ha anche riconosciuto formalmente i diritti dell’uomo. E questo  ha aperto al dibattito conciliare che ha portato alla Dignitatis Humanae”.

C’è un tema di fondo nella Pacem in terris, ed è slancio all’unità, alla comunione. Più volte, in sede internazionale, la Santa Sede ha sostenuto una diplomazia multilaterale che tenga in considerazione tutte le voci in campo, e non solo quelle delle nazioni più grandi ed economicamente influenti (come nei casi dei consessi del G8 o del G20). E poi, ha chiesto sempre che tutte le voci in campo fossero in grado di fare un passo indietro per il Bene Comune, e che la dialettica non fosse impostata su un aut aut, ma sulla ricerca di un equilibrio tra tutte le parti, al di là dei singoli interessi. In fondo, la comunione crea unità e condivisione, mentre la democrazia spacca, divide in una maggioranza e in una minoranza. E per questo c’è bisogno di una autorità mondiale con competenze universali, che faccia da coordinamento in favore del bene comune. E’ un tema che Giovanni XXIII aveva lanciato nella Pacem in Terris in tempi non sospetti, e che di recente – sin dalla pubblicazione della Caritas in Veritate di Benedetto XVI – è ritornato a diventare soggetto di discussione, sebbene a volte lo spirito della proposta non sia stato ben compreso nemmeno nella Chiesa cattolica.

Per Tommaso Di Ruzza, dell’Autorità di Informazione Finanziaria, non sono certo crisi, conflitti o guerre come quella di Gaza a togliere alla Pacem in Terris la sua vena di “prorompente attualità”. Un’attualità data dal fatto che centra la sua attenzione sul concetto di dignità della persona umana, valido sia ai tempi di Giovanni XXIII, 50 anni fa, che oggi. In questo testo possiamo riscontrare come la persona umana sia capace di errore e di male ma al tempo stesso di bene. E’ sulla dignità delle persone umane che si può costruire un ordine giusto”. Per questo, Di Ruzza considera la Pacem in terris uno dei cardini dell’azione diplomatica del Vaticano. Ma – aggiunge – la stessa enciclica “affonda le sue radici nel magistero sociale dei predecessori di Giovanni XXIII. Penso a Leone XIII e a Pio XII, con i suoi radiomessaggi natalizi, citato ben ventotto volte nella Pacem in terris”.

Di Ruzza ha sottolineato nel suo intervento al convegno  i quattro gradi di sussidiarietà che compaiono nella Pacem in Terris, dall’ordine tra gli esseri umani a quello che riguarda anche le comunità politiche e la comunità mondiale, passando attraverso i gradi intermedi dell’ordine tra gli esseri umani e le pubbliche autorità e l’ordine tra le comunità politiche. “Sussidiarietà” è la parola chiave, che segna l’attività diplomatica della Santa Sede orientata al bene comune (dalle piccole comunità alle grandi, con una particolare attenzione per la cosiddetta “track two diplomacy”, la diplomazia attraverso le comunità) ma che è anche la base dei modelli di politica sviluppati dai movimenti e partiti di ispirazione cristiana nel mondo. Si parte dal locale per arrivare all’universale

Dai temi della Pacem in Terris si trovano molte (se non tutte) delle questioni contemporanee. Per esempio, l’ordine tra gli esseri umani ha un impianto concettuale per cui i diritti naturali sono legati al dovere di ogni persona di riconoscere e rispettare quei diritti. E tra questi diritti, c’è quello della “libertà della ricerca del vero, della manifestazione del pensiero e nella sua diffusione”, il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza, il diritto al culto di Dio privato e pubblico. È la libertà religiosa, legata indissolubilmente alla libertà di coscienza (e il tema dell’obiezione di coscienza è fondamentale), architrave oggi del Pontificato di Benedetto XVI, che ha insistito su questo aspetto a più riprese, sottolineandolo almeno una volta in ogni viaggio internazionale che ha compiuto dal 2005 ad oggi e poi in vari discorsi, come il classico discorso di inizio anno ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede.

Ma ancora più attuale, per il dibattito di questi ultimi giorni, è il diritto all’esistenza, che nella Pacem in Terris è connesso con il dovere di conservarsi in vita. Un diritto spesso negato, anche in maniera strisciante. Ad esempio, la risoluzione “Mortalità e morbilità materna prevedibile e i diritti umani”, adottata il 21 settembre 2012 dal Consiglio dei Diritti dell’Uomo presso le Nazioni Unite, aprirebbe in maniera subdola a un nuovo “diritto all’aborto”. Un diritto fortemente contrastato a livello internazionale, ma voluto da una forte lobby, di cui fa parte – ad esempio – l’International Humanist and Ethical Union. La risoluzione non ha nessun accesso espresso all’aborto. Però l’ONU ha anche un suo vocabolario, che rende i concetti senza dirli. Quando si scrive “salute riproduttiva femminile e tutela della maternità” si legge contraccezione e ricorso più ampio possibile all’interruzione di gravidanza. E così, nella risoluzione è scritto che “il Consiglio accoglie con soddisfazione l’elaborazione da parte dell’alto commissario Onu per i diritti umani Navi Pillay di una Guida Tecnica, diramata in luglio, riguardante il perseguimento dell’obiettivo di ridurre la mortalità e la morbilità materne mediante un approccio fondato sui diritti dell’uomo”. Tra gli obblighi che provengono dai diritti umani, la Guida segnala la garanzia dei “diritti alla salute sessuale e riproduttiva”, in modo che in ogni piano nazionale sia “realmente assicurato l’accesso universale” a “interventi essenziali per migliorare la salute materna”, come “servizi di pianificazione familiare”, “gestione delle gravidanze inattese, includendo l’accesso a servizi di aborto sicuro, dov’è legale, e cura post aborto”. E tutti gli Stati sono responsabili di dover assicurare servizi “disponibili, accessibili, accettabili e di qualità”.

La metolodogia si potrebbe definire di sussidiarietà inversa, in cui un organismo sovranazionale fa pressione sugli Stati perché si adeguino alle sue linee guida. Non ci sono autorità che si orientino verso il bene comune, tenendo in considerazione i corpi intermedi, ma autorità che by-passano le comunità e attraverso questo scavalcamento impongono una linea. Viene da chiedersi fino a che punto questo modus operandi possa garantire la pace, e in che modo si potrà nascondere a lungo che questo approccio viola in fondo i diritti umani. “Molti Stati all’ONU – ha denunciato con forza Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede al Consiglio dei Diritti Umani ONU di Ginevra –  sono stati influenzati dalla prevalente cultura della morte, che vede il valore della vita umana nella prospettiva della sua utilità o del suo contributo al funzionamento economico della società”.

E’ una vicenda che spiega come i temi lanciati dall’enciclica giovannea siano vivi e presenti nel mondo, e allo stesso tempo delinea il modo in cui la Santa Sede si muove in ambito internazionale. All’approccio umanistico –già lo scrittore russo Dostoevskij scriveva che “nell’amore astratto per l’umanità si finisce per amare solo se stessi” – la Chiesa contrappone l’umanesimo integrale, l’attenzione per l’uomo. Un’attenzione che portò Giovanni XXIII – ha spiegato Di Ruzza – a delineare una sua dottrina delle relazioni internazionali non in linea con quella corrente e forse utopistica, ma non per questo irrealizzabile. “Riaffermiamo noi pure – scriveva Papa Roncalli nella Pacem in terris – quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche. Sarebbe del resto assurdo anche solo il pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità. Quando invece sono scelti a quell’alto compito perché considerati membra più ricche di qualità umane e fra le migliori del corpo sociale”.

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