Personaggi che gravitano nell’orbita della Santa Sede e del Papa gestiscono un flusso di notizie particolarmente selettivo, per colpire figure di spicco e la Chiesa stessa

Una premessa. In fin dei conti, questo “caso Becciu” diventato “caso L’Espresso” mette a fuoco l’essenza del mestiere di giornalista. Se un vaticanista si trova in stato confuso, è comprensibile, visto certe dinamiche della Santa Sede che fanno paura. Ma ogni vaticanista – soprattutto se cattolico – deve fare la scelta di che tipo di giornalista essere. E soprattutto fare la scelta da che parte stare nello Stato della Città del Vaticano. Soprattutto se cattolico, abbiamo scritto, perché se è al servizio della Chiesa Cattolica, è al servizio di Cristo, il fondatore. Per entrambi, ogni battezzato dovrebbe “pagare in prima persona se necessario” (come disse San Giovanni Paolo II), per testimoniare quello che ogni cristiano dovrebbe essere, perché se saremo quello che dobbiamo essere, metteremo fuoco in tutto il mondo.

La verità ha un suono e quando la verità si esprime tale suono si avverte come un vento, che rende un cielo limpido, una mente libera, un cuore leggero. “Le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre” (Andrea Camilleri).

Visto che l’abbiamo promesso ieri [Tutti gli orrori dell’Espresso su Becciu. Gravi affermazioni da codice penale. Vicenda emblematica per la libertà di espressione e di stampa], ritorniamo oggi sul pezzo “Tutti gli affari del cardinale Angelo Becciu” di Massimiliano Coccia pubblicato sull’Espresso cartaceo di ieri (e riportato oggi sull’edizione online). Sostanzialmente non c’è nulla di nuovo rispetto a tutti i pezzi di questa “inchiesta” (nome grosso per un lavoro arrabbattato) che aveva già prodotto. Quest’ultimo di Coccia è un pezzo riassuntivo di tutti gli altri (notevole che ci ha messo più di un mese a giocare con le scatole cinesi, per questo risultato), che a parer nostro non sarebbe neanche da commentare. Comunque, lo Staff del Blog dell’Editore ha fatto il sacrificio di leggerlo e di seguito ne riporto le conclusioni.

Inoltre, condivido di seguito l’articolo “Papa Francesco, Becciu e lo scandalo Vaticano: da L’Espresso troppi dubbi e contraddizioni” a firma di Iuri Maria Prado sul quotidiano Libero di ieri, che insiste sulla nostra prima delle due domande che abbiamo aggiunto il 23 novembre alle 12 di Libero [QUI].

Inoltre, faccio seguire la nostra traduzione italiano dell’articolo “Papa Francesco e il mondo di mezzo vaticano di cui si deve disfare” a firma del collega e amico Andrea Gagliarducci, che oggi ha elaborato sul suo blog Monday Vatican, su temi sotto la nostra lente già da tempo. Con le domande cruciali: “Chi fa trapelare documenti e verbali da pubblicare? E per quale motivo?”. Punta il mirino dritto sull’obiettivo: “Il problema non è la fuga di informazioni, né l’estro giornalistico che porta ad anticipare le informazioni. Non è niente del genere. Si tratta invece di un flusso di notizie particolarmente selettivo, gestito in modo da mettere in cattiva luce questa o quella persona e soprattutto da attaccare la Chiesa. È un mondo malvagio, che è stato pericolosamente smascherato durante il recente scandalo finanziario che ha colpito la Santa Sede”. E colpisce dritto al cuore della questione: “Ma perché un uomo dovrebbe rischiare un lavoro prestigioso, una casa, un trattamento preferenziale, privilegi, solo per lavorare con persone di cui non ci si può fidare? È la domanda più misteriosa nella storia di Paolo Gabriele. Ed è una domanda che va posta anche a molti dei personaggi che gravitano nell’orbita della Santa Sede ea quelli attorno a papa Francesco, perché chi ha strumentalizzato Paolo Gabriele continua a farlo con altre persone, o personalmente”.

L’inchiesta arrabbattona dell’Espresso

Leggendo il pezzo di Massimiliano Coccia sull’Espresso cartaceo di ieri, lo Staff del Blog dell’Editore rileva solo due elementi. E questi rappresentano una conferma di quanto già sapevamo e di cui abbiamo già scritto:

1. Coccia ha avuto informazioni dall’interno dello Stato della Città del Vaticano e lo scrive. “Il prelato (Becciu ndr) viene allontanato dagli affari generali dopo le segnalazioni degli inquirenti e della gendarmeria” – viene allontanato – ” secondo chi investiga su questi movimenti nell’indagine che ha preso le mosse del palazzo di Londra” – e inoltre – “soldi, vale la pena ricordare secondo le autorità vaticane e italiane prelevati dall’oblio di San Pietro”.

Ma sottolineiamo, “ha avuto” le info interne in passato, info che ora non ha più. La fonte interna allo Stato della Città del Vaticano della quale parla Coccia, pare non abbia più prodotto nulla di nuovo.

Fissando bene i tempi delle info in possesso di Coccia per la sua inchiesta all’arrabbattona, siamo convinti che il rubinetto delle info interne è stato momentaneamente chiuso e forse non sarà più riaperto per Coccia, che scrive in data 29 novembre 2020 fatti vecchi dell’anno 2019. Coccia non ha nulla in mano delle ultime operazioni della Guardia di finanza nell’abitazione di Tirabassi. Su questo non dice nulla, perché non sa nulla ed è perché i rubinetti sono stati chiusi.

2. Le ultime info sono quelle che riguardano le presunte rivelazioni di Perlasca su Becciu, che è stato sentito dagli inquirenti. Quindi sono vecchie di alcuni mesi e ormai superate. Invece, Coccia scrive una nuova accusa al Cardinale Angelo Becciu, e cioè che Perlasca, quando è stato interrogato, ha dichiarato al Promotore di giustizia che Becciu “ha sempre continuato a essere informato e a indirizzare la politica degli affari generali, anche dopo la sua ‘promozione’” (quindi anche dopo la sua nomina a Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi). Non solo sono affermazioni che aggiungono nulla di nuovo all’inchiesta, ma sono pure false, poiché Becciu ha sempre dichiarato che non è stato speso nemmeno un centesimo dell’Obolo di San Pietro per l’acquisto del numero 60 di Sloane Avenue di Londra. Le affermazioni di Coccia continuano a non provare nulla rispetto alla responsabilità penale di Becciu. Inoltre, Coccia non risponde a nessuna delle 12 domande + 2 nostre.
Coccia non cita nessuna presunzione di innocenza e nonostante Becciu, lo ricordiamo, non è indagato e nemmeno imputato, né in Italia, né nello Stato della Città del Vaticano. Coccia continua ad affermare “accuse dei magistrati vaticani”, che ricordiamo fino ad ora sono solo “presunte accuse di peculato”, sì, solo presunte. Ma Coccia non lo scrive mai. Per Coccia Becciu è già condannato senza nemmeno aver ricevuto un avviso di garanzia al termine delle indagini preliminari.

3. Ricordiamo a Coccia, visto che ama tanto citare il caso 60SA, che a fare il sopralluogo, come scrive Nuzzi nel suo libro, c’erano tre persone Mons. Perlasca, Mons. Mistò e Prof. Della Sega. Ma per Coccia le responsabilità penali sono di Becciu, condannato da una rivista in mano al Papa dentro la Domus Sanctae Marthae il 24 settembre 2020 alle ore 18.00. Però Coccia non dice chi ha consegnato quel settimanale al Papa e sicuramente non è stato né Coccia, né Damilano. Su questo punto cruciale abbiamo focalizzato già da tempo nostra lente. E ci ritorna Libero nel pezzo che segue.

Lo Staff del Blog dell’Editore

Papa Francesco, Becciu e lo scandalo Vaticano: da L’Espresso troppi dubbi e contraddizioni
di Iuri Maria Prado
Libero, 29 novembre 2020

Nel caso che ha portato alle dimissioni del cardinale Becciu un fatto è certo: la verità non si trova leggendo quel che ne scrive il settimanale che ha montato l’inchiesta, cioè L’Espresso. Becciu, come è noto, ha fatto causa al settimanale, e non si sa se l’iniziativa giudiziaria sia fondata: ma è sicuro che la difesa elevata dal direttore, Marco Damilano, contro l’atto di citazione notificatogli dai legali di Becciu fornisce la prova – e non è la prima – che le cose in questo pasticcio non filano dritte. In un articolo del 18 novembre, infatti, facendo un suo resoconto della vicenda, il direttore de L’Espresso scrive che, mentre uscivano le notizie di agenzia sulle dimissioni del cardinale, «era in preparazione l’uscita del nostro settimanale per la domenica successiva, con la copertina con il titolo “Fuori i mercanti dal tempio” e l’inchiesta di Massimiliano Coccia sullo scandalo vaticano».

Dopo di che il medesimo Damilano spiega, respingendo e ridicolizzando l’ipotesi, che certamente il Papa non si farebbe condizionare, in una scelta tanto implicante, da un articolo giornalistico. Al che non Sherlock Holmes, ma anche l’ultimo mentecatto, domanderebbe: ma quale articolo giornalistico se il settimanale, mentre si teneva l’udienza che ha condotto alle dimissioni di Becciu, «era in preparazione» come dice il direttore? E dunque: da un lato L’Espresso non nega ciò che i legali di Becciu addebitano, vale a dire che una copia del settimanale «era in mano al Santo Padre», ma dall’altro lato afferma che durante l’udienza stava ancora preparando la roba da pubblicare. Sbaglio o le due circostanze sono inconciliabili? Non basta.

Al di là (anzi prima) della capacità di questa pubblicazione di influenzare le determinazioni papali, viene la domanda ulteriore: chi gliel’ha fatta avere? E capisce chiunque che è una domanda tanto più urgente se si crede alla storia (e perché non crederci, se la racconta proprio L’Espresso?) che non si trattava di una cosa che poteva comprare chiunque in edicola, visto che ancora non c’era, ma evidentemente di una specie di velina. Come si vede, tutto questo c’entra molto poco con la fondatezza, o no, delle accuse rivolte a Becciu, ed è ormai abbastanza chiaro che a questo punto abbiamo un caso dentro l’altro, con un’operazione giornalistica su cui occorrerebbe fare chiarezza persino a prescindere dalle eventuali responsabilità di quel prete di altissimo rango perduto.

Papa Francesco e il mondo di mezzo vaticano di cui si deve disfare
di Andrea Gagliarducci
Monday Vaticcan, 30 novembre 2020
[traduzione italiana dall’inglese a nostra cura]

La morte di Paolo Gabriele avrebbe potuto chiudere un capitolo del mondo vaticano. Non è stato così. Invece ne ha aperto un altro, e anche questo ha più domande che risposte.

Per chi non si ricorda, Paolo Gabriele è stato il maggiordomo di Benedetto XVI che poi ha tradito la fiducia del Papa e ha consegnato documenti riservati ai giornalisti, che hanno realizzato libri, bestseller e attacchi alla Chiesa. Processato per furto aggravato e condannato, è stato perdonato da Benedetto XVI ed è rimasto alle dipendenze del Vaticano perché assunto da una cooperativa che lavora per il Bambino Gesù, l’ospedale pediatrico della Segreteria di Stato.

Gabriele è morto il 24 novembre, all’età di 54 anni, dopo una lunga malattia, e i suoi funerali hanno visto la presenza di molte delle persone che lo hanno amato e che hanno lavorato con lui. L’arcivescovo Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI, ha testimoniato come l’affetto dell’entourage del Papa emerito fosse rimasto immutato, nonostante tutto. Il cardinale James Michael Harvey, all’epoca prefetto della Casa Pontificia, è sempre stato vicino a Gabriele. C’era l’arcivescovo Paolo De Nicolò, da tempo “reggente” della Casa Pontificia. Era presente anche il cardinale Konrad Krajewski, che all’epoca del servizio di Paolo Gabriele era uno dei cerimonieri papali.

Nonostante tutto, il Vaticano non si era dimenticato di Paolo Gabriele. Lo aveva processato e condannato, ma aveva sempre preso in considerazione prima di tutto la persona e non solo quello che faceva. È stato un atto di umanità, ma è stato anche un atto di giustizia. Anche perché chi conosceva bene Paolo Gabriele sapeva che non avrebbe mai tradito il Papa di sua spontanea volontà, non aveva né la mentalità né le capacità per farlo.

A otto anni dal furto di documenti, che ha dato origine al primo Vatileaks, ci troviamo di fronte agli stessi problemi. Si potrebbe pensare che la partenza di Paolo Gabriele avrebbe rappresentato la fine di tutto. Era solo l’inizio. Non solo Vatileaks non è finito. C’è stata un’altra fuga di documenti, culminata in un altro processo in Vaticano nel 2014. Non solo. Molti dei protagonisti della stagione di Vatileaks sono ancora lì, muovendosi tra le pieghe del mondo di mezzo del Vaticano e usando questo mondo di mezzo come vogliono.

Il problema non è la fuga di informazioni, né l’estro giornalistico che porta ad anticipare le informazioni. Non è niente del genere. Si tratta invece di un flusso di notizie particolarmente selettivo, gestito in modo da mettere in cattiva luce questa o quella persona e soprattutto da attaccare la Chiesa.

È un mondo malvagio, che è stato pericolosamente smascherato durante il recente scandalo finanziario che ha colpito la Santa Sede. Lo scandalo ha riguardato l’acquisto da parte della Segreteria di Stato di un palazzo di lusso a Londra. Un mondo che non ha interesse per la Santa Sede ma la usa come mezzo per realizzare i suoi scopi.

All’epoca del primo Vatileaks si parlava molto dei possibili “maestri” di Paolo Gabriele. All’epoca sembrava evidente che questi maestri provenissero dalla vecchia guardia curiale, e in particolare dalla vecchia guardia diplomatica, delusa dalla mancanza di attenzione da parte di Benedetto XVI e del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano.

Questo potrebbe essere parzialmente vero. Ma il successivo Vatileaks ha dimostrato che il cerchio degli interessi andava oltre il profilo dei diplomatici vaticani della vecchia guardia, che in realtà era tornato all’inizio del pontificato di papa Francesco.

Tra l’altro, Papa Francesco si era subito assicurato di dare maggiore risalto ai nunzi, scegliendo come suo Segretario di Stato un diplomatico di lunga data come il cardinale Parolin e creando anche il cardinale Josef Rauber, che da nunzio in Belgio vedeva i suoi suggerimenti disattesi e che è stato poi elevato a cardinale da papa Francesco, in una sorta di risarcimento postumo.

Nonostante questa rinnovata attenzione al mondo diplomatico della Santa Sede, le fughe di notizie sono continuate. Anche in questo caso, si deve capire che non si trattava di una notizia banale. Sono sempre state fatte comunicazioni anticipate sugli eventi vaticani, anche letture scandalose. In questo caso, è diventato chiaro che le informazioni erano più professionali e mirate, quasi come quelle dei servizi segreti. Si basava soprattutto sul furto e sulla pubblicazione di documenti completi, spesso decontestualizzati, non sull’uso e l’interpretazione di documenti previsti.

Passo dopo passo, è diventato anche chiaro che la notizia non riguardava il mondo vaticano. Tutto è diventato appannaggio dei cronisti giudiziari, che spesso si sono nutriti di inchieste sulle questioni vaticane e le hanno ingigantite, raccontate, esaltate, rendendo enorme l’immagine della possibile corruzione in Vaticano.

Il secondo processo Vatileaks, tuttavia, ha evitato di affrontare la questione del furto di documenti e quindi ha lasciato un grande punto interrogativo sulla situazione. Chi fa trapelare documenti e verbali da pubblicare? E per quale motivo?

Dopo otto anni, la figura di Paolo Gabriele è apparsa sbiadita nel mondo vaticano. A differenza di coloro che si nutrivano delle sue informazioni, non si arricchì; non vendeva libri, non scriveva nemmeno memorie. Era uno strumento, e come tale fu condannato e poi perdonato.

La sua morte, tuttavia, non ha chiuso un capitolo, così come il perdono papale concessogli non aveva completato la stagione di Vatileaks. Questa è una tendenza adesso, e non è nemmeno possibile pensare al giornalismo in modo diverso. Vatileaks non è finita e potrebbe non finire mai.

Quello di Paolo Gabriele è stato il primo, ma sicuramente non il caso più significativo. Le domande scottanti sono rimaste tutte senza risposta. Non ha tradito nessuno dei suoi amici e non ha mai tradito sé stesso. Ma perché un uomo dovrebbe rischiare un lavoro prestigioso, una casa, un trattamento preferenziale, privilegi, solo per lavorare con persone di cui non ci si può fidare?

È la domanda più misteriosa nella storia di Paolo Gabriele. Ed è una domanda che va posta anche a molti dei personaggi che gravitano nell’orbita della Santa Sede ea quelli attorno a papa Francesco, perché chi ha strumentalizzato Paolo Gabriele continua a farlo con altre persone, o personalmente.

Il vero potere è quello invisibile. E c’è davvero una Chiesa profonda (Deep Church) [* Ndr] che funziona come uno stato profondo (Deep State) [* Ndr], composta da prelati con un’influenza specifica negli affari mondiali. Paolo Gabriele non faceva parte di niente. Era solo un uomo che amava Benedetto XVI, convinto che fare quello che faceva avrebbe aiutato il pontificato. Chiunque conosca le cose del mondo sa che questo può accadere. E sa, inoltre, che, in fondo, Paolo Gabriele secondo lui lo ha fatto per la Chiesa. È difficile vedere se tutti i passati (e ben pagati) consulenti in Vaticano negli ultimi anni avessero la stessa idea di perseguire il bene della Chiesa.
Se c’è qualcosa che chiude con la morte di Paolo Gabriele, è l’epoca delle persone fedeli alla Chiesa al punto da sacrificare qualcosa di sé per aiutarla, anche in modo sbagliato. Oggi chi dice di essere vicino alla Chiesa lo fa soprattutto per trarne vantaggi. Questa è la corruzione più difficile da sradicare. C’è molto lavoro da fare.

[* Ndr] Per “Stato profondo”, in inglese “deep state” si intende a livello politico l’insieme di quegli organismi, legali o meno, che grazie ai loro poteri economici o militari o strategici condizionano l’agenda degli obiettivi pubblici, di nascosto e a prescindere dalle strategie politiche degli Stati del mondo, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Detto anche “Stato dentro lo Stato”, è costituito da reti nascoste, occulte, segrete, coperte di potere pubblico. Il riferimento all’esistenza di un governo invisibile – detto anche “Governo ombra”, in inglese “Shadow government”, criptocrazia o governo segreto – è basato sull’idea che il potere politico reale non risieda con i detentori visibili, ma con eminenze grigie: nelle monarchie questo avviene con i poteri dietro il trono, mentre nelle democrazie ci sono potentati privati che esercitano potere dietro le quinte, utilizzando come schermo gli eletti nelle assemblee rappresentative; lo stesso governo eletto ufficiale sottomesso al governo ombra, il vero potere esecutivo.
In analogia si parla di “Chiesa profonda”, in inglese “Deep Church).