Canis canem non est, ma tutti i cani hanno mangiato avidamente gli escrementi del cane del padrone più potente che ci sia. Cave canem!

Soffro con lo stimato Cardinale Angelo Becciu, per le calunnie e il killeraggio mediatico di cui è oggetto mentre e da quando veniva cacciato con i modi brutali e disdicevoli, che ormai sono il marchio dell’infamia, distribuito a destra e a manca dall’Uomo che Veste di Bianco. Ma nel contempo siamo grati a questo piccolo sardo, grande Principe della Chiesa Cattolica Romana, perché suo “caso” – complice i media che pescano nella cloaca del Domus Sanctae Marthae – fa uscire allo scoperto tante vicende nauseanti del sacro imbroglio vaticano (non più opache anche grazie a Libero, con la buona pace del Segretario di Stato pro tempore). E per ultimo in ordine di tempo – ma non ultima – la facenda inaudita dell’uso di falsificazioni per via dell’Espresso, per eliminare un papabile scomodo.

Lucetta Scaraffia. Una bella foto della luce che illumina questa oscurità mediatica.

Tutto questo succede sulla pelle e ai danni di Becciu, suo malgrado e non volendo, continuando a proteggere – cosa che gli fa tanto onore – “costui” che rifiuta il titolo “Vicario di Cristo”, ma che lo è e lo rimane per noi, Cattolici Romani.

Il “caso Becciu” è diventato ormai il “caso L’Espresso del falsario” (simile come il “raporto McCarrick” è diventato il “rapporto Viganò”) e offre l’occasione di dare e ricevere lezioni di giornalismo. Lo dimostra oggi l’amico e collega Renato Farina su Libero (con un suo pezzo da incorniciare), partendo dell’articolo di Lucetta Scaraffia [1] sul Quotidiano Nazionale-Il Giorno-La Nazione-Il Resto del Carlino, che abbiamo riportato ieri.

Scrive Farina, che si è accesa una Lucetta sul sacro imbroglio vaticano: la storica, scrittrice e giornalista Scaraffia è l’unica che, sul gruppo QN, mette in dubbio i “peccati” del Cardinale Becciu. Solo la Scaraffia – sottolinea Farina – osa denunciare quanto non torna sul Cardinale Becciu, mentre gli altri tacciono sullo scoop di Feltri su Libero, che ha smascherato il falsario e il suo operato sulle colonne dell’Espresso.

A questa pagina da manuale di giornalismo – offerta da Scaraffia e Farina – riferisce nostro titolo odierno: “Cane non mangia cane”, un proverbio ha il significato traslato che i farabutti non vanno l’uno contro l’altro. Viene usata riferendosi ai membri di una categoria che evitano di compiere azioni che potrebbero danneggiare altri membri della stessa categoria, anche se facendole otterrebbero dei vantaggi. Ce l’ha insegnato un mio connazionale della grande epoca del ‘500, Erasmus van Rotterdam in “Dulce bellum inexpertis”: «Cane non mangia cane; i feroci leoni non si fanno guerra; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo». “Cave canem” [2] e attenti a non pestare la sua cacca! Ne è geloso e morde.

Buona lettura, non ho da aggiungere una virgola a quanto segue.

Si è accesa una Lucetta sul caso Becciu
di Renato Farina
Libero, 24 novembre 2020

I lettori di Libero è bene lo sappiano. Sono dei privilegiati. Sono gli unici in Italia ad aver potuto sapere con prove inesorabili che un cardinale di Santa Romana Chiesa, Angelo Becciu, è stato travolto da uno scandalo costruito ad arte da un falsario, tale Massimiliano Coccia. Costui non si è inventato le calunnie, ma è stato imbeccato da oscuri signori (o mon-signori) i quali hanno informato il loro scrivano della defenestrazione del Prefetto della Congregazione dei Santi prima che la cosa accadesse. La macchinazione è stata scoperta e riferita da Vittorio Feltri grazie alla troppa fretta di mandanti ed esecutori. Infatti l’Espresso, che è stato il luogo materiale sotto la cui egida Coccia ha agito, ha creato sul suo sito Web la pagina con la notizia dell’accaduto 7 ore e 48 minuti prime dei fatti; e ha reso note on line le dimissioni 2 ore 18 minuti prima che il cardinale fosse ricevuto a Casa Santa Marta. Con quella che Libero ha chiamato magia, ma che la ragione spiega solo con parole molto poco caritatevoli. Invece del latino tuffiamoci nell’inglese per decifrare l’accaduto: character assassination, omicidio morale.
Abbiamo scritto che tutti hanno taciuto. Sbagliato. C’è stata un’eccezione. L’articolo di Lucetta Scaraffia che Qn (Giorno-Nazione-Resto del Carlino) ha pubblicato con evidenza. Il direttore Michele Brambilla ha voluto sottolineare l’autorevolezza dell’autrice, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, già direttrice dell’inserto «Donne Chiesa Mondo» dell’Osservatore Romano. Il titolo dice: «Minacce via sms e scoop sulle dimissioni. Caso Becciu, tutti i fatti che non tornano». Sono quelli che abbiamo sintetizzato nelle prime righe. Più gli avvertimenti mafiosi lanciati contro il cardinale da una sedicente agente dei servizi segreti.

Manuale di giornalismo

Le considerazioni della Scaraffia sono un manuale di giornalismo, ma forse anche un monito per le coscienze della numerosa schiera degli omertosi che hanno insabbiato sia nei giornali sia nei sacri palazzi «una vicenda sporca e confusa, piena di personaggi loschi e di coincidenze inspiegabili» (pagina 11 di Qn). Quanto al Vaticano siamo certi che qualcosa si stia muovendo, come scrisse Feltri. Lo richiama la Scaraffia, citando «monsignor Galantino, che intervistato dal Tg2, ha rassicurato tutti i fedeli che nessuna somma di denaro destinata ai poveri è stata stornata per scopi illeciti». Buona cosa. Il segnale è chiaro. Ma basta rassicurare i fedeli su questo aspetto per lavare lo scandalo e riparare le ferite di un uomo di Chiesa calunniato? «Non basta», risponde la storica della Sapienza e femminista cristiana: «Non c’è infatti solo la necessità di soccorrere i poveri. Esiste anche un’esigenza di verità e di giustizia, che non deve essere calpestata con tanta disinvoltura. Anche perché se a queste domande (su chi e come e con quali copertura ha orchestrato questa macchina del fango, ndr) non arriva una risposta seria e convincente, c’è il pericolo che soldi per i poveri non ne arrivino più».
Gli altri quotidiani? Zero. Ci domandiamo se esista la libertà di stampa in Italia. Non esiste proprio. Dal Corriere della Sera ad Avvenire c’è un muro di Berlino, una cortina di ferro, che non solo non consente alle notizie di saltare la loro barriera di silenzio complice, ma usa i Vopos per sparare su chi prova a svelare i torbidi, non con retroscena ambigui, ma esibendo elementi chiari e distinti. Tutti i meravigliosi giornali che teorizzano la società aperta e confessano una fede adamantina nel «principio di falsificabilità» di Karl Popper, loro mito, poi se la danno a gambe quando potrebbero utilmente esercitarlo provando a demolire gli elementi da noi forniti. Parliamo non di teorie o di retroscena suggestivi ma di sms con le minacce, di codici sorgente delle pagine web che certificano gli orari del falso scoop dell’Espresso, compatibili solo con una o più mani impegnate a tirare i fili di un sacro teatro dei burattini. (Nel Vangelo neanche Gesù aveva immaginato questo scempio: aveva parlato del tempio trasformato in una spelonca di ladri, qui siamo al ballo dei farisei). Tutti tacciono. In primis, da giovedì scorso, Marco Damilano, direttore de L’Espresso cui abbiamo rivolto dodici-domande-dodici, peraltro semplici: esigono solo sincerità. Lo capiamo, non tutti hanno il coraggio di dire: ho sbagliato, pardon. Ma al resto del coro chiediamo: perché l’omertà? Invidia di Libero? Impaccio fisico alla Fonzie da cui l’impossibilità mentale di essere onesti e riconoscere che Feltri ha ragione e bisogna chiedere scusa al cardinale Becciu? Ci vuole così poco. Non c’è bisogno di sposarne la causa, sarebbe sufficiente accettare di sollevare un dubbio nella testa dei lettori, un punto di domanda. Operazione che costringerebbe a una torsione della coscienza, molto difficile per chi non ce l’ha o ha dimenticato dove l’abbia nascosta. Tutti, senza eccezione, hanno vilipeso l’ex Prefetto della Santa Sede facendo credere ai lettori che il porporato sardo era un diavolo che nominava indegnamente i santi, mentre rubava ai poveri. Forse no. Un bel «forse» basterebbe.
Analizziamo. Il gruppo Gedi è proprietario dell’Espresso, di Repubblica, il Secolo XIX e di una catena di quotidiani locali fra i più diffusi in Italia. ei quotidiani locali più diffusi. Ovvio l’autobavaglio, secondo logiche che trascurano il diritto dei lettori, e si occupano solo di salvare la ghirba dei sodali. Il Corriere della Sera so era occupato per primo delle 74 pagine depositate al Tribunale di Sassari, nell’interesse di Becciu, dall’avvocato Natale Callipari. Lì c’erano gli elementi inediti che inchiodavano L’Espresso alle sue incongruenze. Ma Andrea Pasqualetto, incaricato del servizio, ha evitato accuratamente ciò che poteva imbarazzare la linea colpevolista assunta dal quotidiano di Luciano Fontana-Urbano Cairo sin dal 25 settembre scorso, e in venti righe si è premurato di ironizzare con spirito di patata sulla evidenza avvocatesca (ma che è tale anche per chiunque odori da lontano gli affari curiali) dell’uso di falsificazioni per eliminare un papabile scomodo.

Censure

Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, si è appeso alla parola «costui», usata dall’avvocato, per indignarsi, non potendo per ragioni di fraternità grillina occuparsi dei congiuntivi di Di Maio. Gli altri? Le agenzie silenti, salvo un cenno di Adnkronos, diretta Gian Marco Chiocci, alle azioni legali intraprese del cardinale. Abbiamo notizia che Enrico Rufi, autore della prima denuncia contro Coccia, spacciatosi tra le altre cose per prete, abbia avuto richiesta di un’intervista. Poi però il direttore del quotidiano che avrebbe dovuto pubblicarla ha bloccato tutto: «Mi scuso, ma dice che non si devono attaccare altre testate». Ah sì? Cane non mangia cane, ovvio. Ma in compenso tutti i cani hanno mangiato avidamente gli escrementi del cane del padrone più potente che ci sia. Bello vero?
A parte il caso di Avvenire, autorevolmente diretto da Marco Tarquinio. Ma come? Un cardinale, principe della Chiesa, è stato vittima di un falso scoop dell’Espresso che lo ha accusato di aver depredato i «soldi dei poveri» a favore dei propri fratelli. Libero infila un’inchiesta che finora ha occupato 13 pagine (tredici!) per sbugiardare l’accusatore falsario. Non solo, vi si precisa che Becciu non è mai stato raggiunto da avviso di garanzia e che non risulta indagato né in Italia né in Vaticano, come invece sostenuto il 1° novembre dall’Espresso. E i parroci e i conventi di tutt’Italia, nonché i lettori praticanti del quotidiano, perché sono tenuti all’oscuro di una notizia così confortante? Esiste anche il peccato di omissione. O più laicamente la legge ciceroniana di essere amici più della verità che di qualche compagno di merende ecclesiastiche.

[1] Lucetta Scaraffia è nata a Torino 72 anni fa, è storica e giornalista. Ha ottenuto la cattedra alla Sapienza di Roma dove ha insegnato Storia contemporanea. Nelle sue ricerche ha riscostruito il ruolo della donna nella storia e si è occupato di religiosità femminile. Dal 2012 al 2019 ha diretto il mensile dell’Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo” ed è membro del Comitato di bioetica (2007). Tra le sue opere recenti “Storia della liberazione sessuale” e “La donna cardinale”.

[2] L’espressione “cave canem” viene usato come cartello d’avviso all’ingresso delle abitazioni per dire appunto “attenti al cane”. La scritta deriva da un famoso mosaico (foto di copertina) richiamante il “cave canem”, che si trova negli scavi archeologici di Pompei, sul pavimento d’ingresso della Casa del Poeta Tragico (Regio VI, Insula 8, Numero 5). In un altro mosaico, privo di iscrizione (foto qui sopra), dove il loppide è rappresentato alla catena presso una porta semi aperta è visibile sempre a Pompei all’ingresso della Casa di Paquio Proculo (Regio I, Insula 7, Numero 1).

Cave canem

Scennu a spassu fra ruderi romani
te terme, te palazzi cquai e ddhai
dopu ca li Latini, comu sai,
vincìra tutti li Mediterranei,
musàici stumpisci, culurati,
cu scrittu “cave canem” e lu cane
stave cu l’ucca perta pe la fame
a quardia te patruni già bbinchiati.

Lassannu e cose ntiche, quarda moi:
nun c’è pizzu te mare o te muntagna
oppuru core-core te campagna
senza ville cu marmi; cani troi,
te bbàjane vicinu e te luntanu,
ste ville, sacci, su’ te l’Italianu
ca, senza Imperu, fice i cazzi soi!
(Pippi Toma – Maglie, 11 marzo 1979)

[Andando a zonzo fra i ruderi delle terme, dei palazzi / disseminati qua e là dall’antica Roma / dopo che i Latini – come è noto / sottomisero tutti i popoli mediterranei -, / vai calpestando mosaici multicolori / e la scritta ‘cave canem’ con la figura del cane / con le fauci spalancate per mangiare / a guardia di padroni già satolli. / Passando da ieri ad oggi vedi che / non vi è località marina o montana / o di ubertosa campagna / senza ville sontuose con marmi e ti imbatti con cani / che ti abbaiano da vicino e da lontano, / queste ville, sappi, sono proprietà dell’Italiano / che, per quanto privo dell’Impero, ha fatto i ‘cazzi suoi’]

Articoli precedenti

Chi è l’autore del falso su Becciu? Dodici domande di Libero a L’Espresso, più due domande aggiuntive – 23 novembre 2020
In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale… smascherato il killer giornalistico di Becciu – 21 novembre 2020 [in fondo a questo articolo, i link agli articoli precedenti]

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