Terremoto in Irpinia: non dimenticare dopo 40 anni

“Desidero inviare un pensiero speciale alle popolazioni della Campania e della Basilicata, a quarant’anni dal disastroso terremoto, che ebbe il suo epicentro in Irpinia e seminò morte e distruzione. Quarant’anni già! Quell’evento drammatico, le cui ferite anche materiali non sono ancora del tutto rimarginate, ha evidenziato la generosità e la solidarietà degli italiani. Ne sono testimonianza tanti gemellaggi tra i paesi terremotati e quelli del nord e del centro, i cui legami ancora sussistono. Queste iniziative hanno favorito il faticoso cammino della ricostruzione e, soprattutto, la fraternità tra le diverse comunità della Penisola”.

Così papa Francesco dopo la recita dell’Angelus di ieri ha ricordato il terremoto dell’Irpinia avvenuto il 23 novembre 1980, quando una scossa di magnitudo 6.9 della Scala Richter mise in ginocchio la provincia di Avellino: oltre 2.000 morti ed 8.000 feriti; 300.000 abitazioni distrutte o inagibili, 18 comuni rasi completamente al suolo e altri 99 devastati. Complessivamente i comuni colpiti sono stati 687 (542 in Campania, 131 in Basilicata e 14 in Puglia).

In questa ricorrenza il vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia, mons. Sergio Melillo, che allora viveva ad Avellino, ha ricordato quel giorno: “La ricostruzione, con le sue difficoltà e le sue ombre, stava generando un cambiamento epocale. Nel mentre si ricostruivano nuovi sky-line ai paesi, si passò dalle tende alle ‘roulotte’, ai ‘prefabbricati’.

Si insediarono industrie mai veramente decollate, strutture progettate in ‘laboratori disincarnati’. Nacquero luoghi senza memoria. Molto è stato fatto per risollevare questi territori ma, di fatto, si è prodotto uno sgretolamento di rapporti tra i luoghi e la vita. La globalizzazione omologante ha come cancellato il senso delle appartenenze, la conoscenza dimorante, non quella puramente folkloristica dei nostri paesi”.

Mentre mons. Pasquale Cascio, arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, ha sottolineato l’impegno della Chiesa in quel periodo: “La Chiesa è impegnata in prima linea non solo per accompagnare, ma anche per coinvolgersi, a partire dalle sue strutture, dai cristiani impegnati in politica, nelle amministrazioni e nell’imprenditoria, dando il suo apporto più specifico di cultura storicamente trasmessa, di speranza connaturale al suo essere e di solidarietà e carità, come unica legge che la contraddistingue”.

In questo anniversario il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha ricordato le vittime: “Nella ricorrenza del più catastrofico evento della storia repubblicana desidero anzitutto ricordare le vittime, e con esse il dolore inestinguibile dei familiari, ai quali esprimo i miei sentimenti di vicinanza.

Anche il senso di comunità che consentì allora di reagire, di affrontare la drammatica emergenza, e quindi di riedificare borghi, paesi, centri abitati, e con essi le reti di comunicazione, le attività produttive, i servizi, le scuole, appartiene alla nostra memoria civile”.

Da quel terremoto “le istituzioni democratiche trassero lezione dalle fragilità emerse: dopo quel 23 novembre 1980 nacque la Protezione civile italiana, divenuta nel tempo struttura preziosa in un Paese così esposto al rischio sismico e vanto per professionalità e capacità organizzative.

Oggi città allora colpite, e paesi allora distrutti, hanno ripreso vita. L’opera di ricostruzione ha mobilitato energie, in un percorso non privo di problemi e contraddizioni, con insediamenti divenuti parte di una rete economica e sociale di rilevante importanza per il Mezzogiorno e l’intero Paese.

Permangono irrisolte antiche questioni, come il deficit occupazionale e l’emigrazione, le insuperate sofferenze delle aree interne. Lo sviluppo sostenibile, sfida accentuata dalla attuale crisi sanitaria, quarant’anni dopo il sisma, richiama la necessità di un analogo impegno comune che sappia utilizzare in maniera adeguata risorse finanziarie e progettuali destinate alla ripartenza dopo la pandemia”.

A queste parole si devono ancora una volta associare quelle dell’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini: “Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. E’ vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia.

Ho potuto constatare che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione, i sepolti vivi. Qui non c’entra la politica, c’entra la solidarietà umana; tutti gli italiani e le italiane devono sentirsi mobilitati per andare in aiuto di questi loro fratelli colpiti da questa sciagura. Perché credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

E due giorni dopo il sisma papa Giovanni Paolo II si recò in visita in quei luoghi martoriati per esprimere vicinanza: “Voi, carissimi, pregate con la vostra sofferenza. E spero, sono convinto, che voi pregate più di tanti altri che pregano, perché portate dinanzi al Signore questa vostra grandissima sofferenza, queste vostre vittime, specialmente le vittime rappresentate dai giovani, dai bambini, che sono morti nella chiesa.

Vedo come soffre il vostro parroco: l’ho incontrato poco fa. Ecco tutto quanto posso dirvi in questo momento. Sono venuto per dirvi che vi sto vicino. Cristo ha detto all’apostolo Pietro: ‘Conferma i tuoi fratelli’.

Non posso confermarvi con le mie forze umane, con le mie possibilità umane, ma posso confermarvi, nel senso che possiamo insieme trovare la forza di Gesù, nella nostra fede e nella nostra speranza, nella sua carità che è maggiore di tutte le sofferenze e anche della morte, perché anche con la morte questa sua carità ci apre la prospettiva della vita”.

(Foto: Archivio Rai)