Chi è l’autore del falso su Becciu? Dodici domande di Libero a L’Espresso, più due domande aggiuntive

Oggi, 23 novembre 2020 Vittorio Feltri sul quotidiano Libero è micidiale, con un quarto articolo sul caso Becciu, seguito da 12 domande all’Espresso e dalla testimonianza di Enrico Ruffi. In “Quando Coccia si fingeva prete” il giornalista di Radio Radicale ci racconta chi è l’autore del falso sul Cardinale Angelo Becciu, pubblicato dall’Espresso. Nel suo articolo odierno, Feltri denuncia che “la Santa Sede dorme” (rileviamo da tempo, che la comunicazione istituzionale della Santa Sede è in uno stato comatosa pietosa) e che “il Pontefice tace sullo scandalo che agiti il Vaticano” e non solo.

Aggiungiamo – ricordando en passant qui tacet consentire videtur, una locuzione latina che significa chi tace sembra acconsentire – che un’incendiario usa degli agenti incendiari. Un piromane li usa per appiccicare il fuoco, fare sì che non si spegne anzitempo e che si propaga velocemente, allontanandosi della scena del crimine e nascondendo la mano. Invece – ed è bene ricordarlo, visto che nello Stato della Città del Vaticano è in corso una guerra, che qui non va definita civile va clericale, riferita come una “faida” – gli agenti incendiari ad uso militare sono sostanze chimiche concepite per tre motivi: illuminare il campo di battaglia, appiccare incendi e creare fumo per nascondere il terreno e le persone. Si tratta di sostanze come napalm, termite, magnesio e fosforo bianco (conservato sotto acqua, esposto all’aria brucia e continua a bruciare molto a lungo). Ciascuno di questi composti può provocare stragi di massa…

Nel caso Becciu – e in casi simili in passato – occorre investigare gli agenti incendiari di vario tipo impiegati e l’identità dell’esecutore materiale che ha agito da piromane per appiccicare l’incendio, creando nel contempo una cortina di fumo. Seguendo meticolosamente queste tracce, si arriva direttamente al responsabile. Roba da investigatori, più che di giudiziari, di vigili del fuoco.

Sulla questione è ritornato anche Lucetta Scaraffia, con un articolo su Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e Quotidiano Nazionale: “Minacce via sms e scoop sulle dimissioni Caso Becciu, tutti i fatti che non tornano”. I dubbi della scrittrice Scaraffia: “Come faceva a sapere un giornale dell’addio del cardinale? Poca trasparenza e faide in Vaticano”: “Domanda: per un cattolico normale, che non conosce né i cardinali né le complesse alchimie vaticane, cioè per quasi tutti noi, è più consolante sapere che ci sono stati gravi sperperi di denaro anche da parte di personaggi di primo piano, ma che ora coraggiosamente l’istituzione stessa fa pulizia (come appariva a chi avesse letto i giornali fino a qualche giorno fa), oppure che questa storia più che una coraggiosa denuncia è una vicenda sporca e confusa, piena di personaggi loschi e di coincidenze inspiegabili? Certo, ognuno di noi vorrebbe che fosse vera la prima ipotesi, e sarà forse per questo che i giornali nel loro complesso stanno ignorando le terribili e inquietanti notizie”.

II caso Becciu
La Santa Sede dorme
II Pontefice tace sullo scandalo che agita il Vaticano
di Vittorio Feltri
Libero, 23 novembre 2020

Ogni giorno il Papa predica, e fa bene: è il suo mestiere. Affronta il problema della immigrazione, difende i poveri e i derelitti, non c’è argomento sociale che egli non tocchi. Sembra Landini, il sindacalista più scatenato del mondo. Naturalmente non intendo criticare il Pontefice che ha il diritto e forse anche il dovere di sollecitare i cristiani ad essere coerenti con il Vangelo.

lo da non credente poi non posso occuparmi delle cose della Chiesa, pure perché mi interessano poco e niente. La questione che mi pongo è un’altra. Di recente sua Santità ha praticamente preso a calci nel sedere il cardinale Becciu accusandolo di reati infami: tra l’altro di aver distratto somme ingenti girandole ad amici e parenti.

Il porporato è stato degradato e cacciato quale ladro incallito. L’operazione mi è parsa strana, affrettata nonché abbastanza disgustosa.

Soprattutto poco credibile. Per cui ho indagato e scoperto, tramite documenti inoppugnabili, che lo scandalo è una gigantesca montatura nella quale ha avuto una parte fondamentale il periodico L’Espresso che si è adoperato, forse in buona fede, affinché il povero Becciu fosse lapidato a vantaggio di altri figuri sfuggiti alla giustizia. Si dirà che Francesco è stato ingannato, vero.

Poiché però di tutta la faccenda lo abbiamo informato noi di Libero, egli avrebbe dovuto avvertire l’esigenza di commentarla, e di intervenire per ristabilire la verità. Invece è stato zitto e continua a tacere come se diffamare un cardinale innocente fosse un peccatuccio da educande. Ammetto che il nostro quotidiano non è una sacra scrittura, tuttavia se produce delle carte idonee a sostenere il reale svolgimento dei fatti, al capo della cristianità spetterebbe il compito di prenderne visione agendo di conseguenza. Ci auguriamo che il Papa si decida a dare una occhiata alla nostra denuncia e ne dia una valutazione serena, magari accertandosi se il fesso sono io o chi ha confezionato il pacco che ha massacrato Becciu, uomo integerrimo e prete dalla testa agli alluci.

Quanto a L’Espresso, non ci stupiamo del suo silenzio. Quando la stampa calpesta un escremento se ne vergogna e tenta disperatamente di pulirsi le suole, sperando di farla franca. Conosciamo i vizietti della nostra categoria e, allorché la realtà sarà acclarata, nessuno pagherà il conto dal momento che il settimanale è di sinistra. Proprio come Bergoglio.

P.S. Proponiamo al direttore Marco Damilano – che personalmente stimo e per esperienza mi è noto come sia inevitabile fidarsi di sottoposti maramaldi – l’occasione per ripristinare la reputazione di uomo ferito per manovre di basso rango e ridare dignità all’Espresso. Risponda alle nostre 12 domande, numero apostolico idoneo alla faccenda, e farà un piacere anche a sé stesso.

12 DOMANDE A MARCO DAMILANO, DIRETTORE DELL’«ESPRESSO»

1) È vero o non è vero che alle ore 10.12 del 24 settembre, con 7 ore e 50 minuti di anticipo sull’udienza in cui Francesco fece dimettere il cardinale Angelo Becciu, sul sito dell’«Espresso» fu creata una pagina con il titolo «Si è dimesso»?

2) Come faceva il settimanale a conoscere ciò che il Papa non aveva ancora comunicato al diretto interessato? Qualcuno lo aveva informato di ciò che sarebbe accaduto? Chi?

3) È vero o non è vero che alle ore 15.44 dello stesso 24 settembre fu pubblicata sul sito dell’«Espresso» una pagina con il titolo «Ecco perché il cardinale Becciu si è dimesso”»?

4) Come fece «L’Espresso» a divulgare questa notizia ben 2 ore e 18 minuti prima che cominciasse l’udienza del Papa allo stesso cardinale?
5) Quando iniziò a pubblicare gli articoli contro Becciu la direzione dell’«Espresso» sapeva che il loro autore Massimiliano Coccia si era macchiato del reato di «falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici»? E sapeva che il Tribunale di Roma, il 27 febbraio 2019, aveva concesso a Coccia «la messa alla prova», assegnandolo a «lavori di pubblica utilità»?

6) La stessa direzione era a conoscenza del fatto che l’autore dell’inchiesta fu oggetto di un esposto presentato il 5 febbraio 2019 alla Procura di Roma da Enrico Rufi, giornalista di Radio Radicale che ha perso tragicamente una figlia, al quale Coccia, millantando le sue conoscenze e creando l’identità di un sacerdote inesistente in Vaticano, aveva promesso di procurare un incontro con papa Francesco?

7) Era a conoscenza del fatto che Coccia fu oggetto di un secondo esposto presentato da Rufi al Tribunale vaticano e ottenne dal cardinale Dominique Mamberti, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, la rassicurazione che della sua denuncia era stato informato papa Francesco?

8) Ha verificato che Coccia, nell’espletamento del proprio lavoro, risultasse iscritto in uno degli albi dell’Ordine dei giornalisti (professionisti, pubblicisti, praticanti), onde evitare che «L’Espresso» affidasse una delle inchieste più scottanti della sua storia a una persona che da molti anni esercita abusivamente la professione giornalistica? E, avuta notizia della sua mancata iscrizione, ha chiesto a Coccia di motivarla?

9) Sapeva la direzione dell’«Espresso» che Coccia non si è mai preoccupato di interpellare il cardinale Becciu circa le gravissime accuse che gli muoveva nei propri articoli, come sarebbe stato elementare dovere di chi dice di voler perseguire la verità e come è prescritto dall’articolo 9 del Testo Unico dei doveri del giornalista?

10) Sapeva la direzione dell’«Espresso» che fin dal mese di maggio 2020, cioè ben prima che Coccia pubblicasse i suoi articoli, tale Geneviève Putignani aveva ripetutamente minacciato il cardinale Becciu – sia personalmente sia attraverso un suo fratello – pronosticandogli che fra il 15 e il 30 settembre avrebbe perso la berretta cardinalizia? Come spiega tale singolare circostanza?

11) Sapeva la direzione dell’«Espresso» che quando Coccia scriveva nei suoi articoli che il cardinale Becciu era indagato, ciò non corrispondeva in alcun modo alla verità ma serviva solo a pregiudicare l’immagine dello stesso cardinale presso l’opinione pubblica?

12) È consapevole la direzione dell’«Espresso» che l’articolo iniziale di Coccia e poi i successivi hanno costituito il momento essenziale di una manovra sotterranea di vasta portata e di scopi occulti per indurre il Papa a eliminare Becciu dai vertici della Santa Sede?

La testimonianza di Enrico Ruffi
“Quando Coccia si fingeva prete”
Il giornalista di Radio Radicale racconta chi è l’autore del falso sul porporato sardo
Libero, 23 novembre 2020

Si narra, a Radio Radicale, che sia stato Marco Pannella a imbarcare a inizio 2016 Massimiliano Coccia. Falso. Fu malamente interpretata la reazione di Pannella, comunque già in uno stadio molto avanzato della sua malattia, a una sua intervista rilasciata all’Unità a fine 2015 e firmata da Coccia. Che allora si spacciava per catechista, oltre che giornalista. Fatto sta che da quel momento inizia la folgorante carriera di un personaggio che aveva fino allora campato di espedienti e che si era infatti messo in molti guai simili a quelli in cui si trova oggi, in fuga dalle sue vittime. Tra improbabili recensioni di romanzi e romanzetti rosa e fantasy, di cui la nostra radio fino allora non aveva mai avvertito la necessità, e interviste a chiunque gli capitasse sottomano, è oggi arrivato a figurare per quasi 2500 volte nel nostro peraltro ricco archivio. Un iperattivismo che lo faceva passare con la massima disinvoltura da Venditti a padre Spadaro, da Bernard-Henri Lévi a Chef Rubio, passando da Renzi, Guccini e Pignatone. Pignatone, ieri procuratore di ‘‘Mafia capitale’’, oggi al Tribunale vaticano, riuscì a portarselo perfino in radio per fargli sponsorizzare un suo libro. E poi Saviano. Saviano in tutte le salse. Naturalmente nel frattempo Pannella non c’era più. Tana libera tutti.

Don Andrea Andreani

Rischiò grosso Coccia quando io feci scoppiare il caso don Andrea Andreani, svelando che per quattro mesi il direttore Alessio Falconio aveva amabilmente dialogato per mail con un prete fantasma per organizzare un incontro con Papa Francesco. Il donadreaniandrea@gmail.com segretario particolarissimo del papa, che rinviava di settimana in settimana l’incontro non è mai esistito in tutto lo Stato della Città del vaticano, fece certificare dalla Gendarmeria vaticana monsignor Sapienza. Aveva un’importanza politica quell’incontro, perché si puntava sull’appoggio del papa per sbloccare i decreti delegati attuativi della riforma penitenziaria. Grazie alla fiducia riposta in Coccia-donandreaniandrea@gmail.com saltò tutto. Ma lui non si arrendeva neppure di fronte all’evidenza, tirando in ballo ora l’arcivescovo Paglia, ora il Segretario di Stato Parolin. Incredibilmente, dal momento in cui mi resi conto della farsa informandone subito i responsabili della radio, esattamente due anni fa, la posizione di Coccia si rafforzò, fino a diventare vera e propria blindatura contro le novità sconcertanti che nel frattempo uscivano fuori sul passato, oltre che sul presente di mitomane e sciacallo del Class Relotius de Noantri: uno a far danni allo Spiegel, l’altro a Radio Radicale, e non solo, visto quello che aveva combinato, tra gli altri, al direttore di un giornale nazionale e a un candidato sindaco al comune di Roma. A niente servì aver messo in guardia ripetutamente e dettagliatamente il direttore Alessio Falconio, l’editore Maurizio Turco e l’amministratore Paolo Chiarelli.

Front-man

E meno ancora servì aver messo in guardia il trio del cdr. Ce lo ritrovammo piazzato nella caporedazione, front-man di Radio Radicale, col privilegio del libero accesso ai social della radio a valorizzare le sue interviste e quelle di chi non gli stava antipatico. Per non parlare della sua frenetica quanto inconcludente (probabilmente dannosa) attività di lobbing nei mesi difficili della ricerca di sovvenzioni per la sopravvivenza della radio. Ai gabinetti di crisi lui non mancava mai. Se mancava si rinviavano. A rafforzare ulteriormente la sua posizione gli giunsero provvidenziali a un certo punto minacce di morte. Nessuno di noi, nella storia quarantacinquennale della radio, era mai passato da un’esperienza forte come quella. Si è ritagliato un suo ruolo anche in piena pandemia, beccandosi una querela del professor Tarro, ottantaduenne scienziato di chiara fama, per un agguato tesogli non dai microfoni di Radio Radicale, ma dalle colonne dell’Espresso. Prove generali dell’aggressione al cardinal Becciu. Vittorio Feltri ha chiesto a Marco Damilano se conosceva i trascorsi di Massimiliano Coccia. Un’altra domanda gli va posta: il direttore di Radio Radicale lo ha mai messo in guardia come altri a suo tempo, a cominciare da me, avevano messo in guardia lui? La vicenda Coccia è una pagina nera per il giornalismo italiano. Allo Spiegel, dove evidentemente hanno gli anticorpi deontologici, sono bastati due mesi per neutralizzare il loro mitomane, che alla fine ha dichiarato: «Sono malato, aiutatemi». Da noi, dopo due anni, nessuno si è ancora assunto le proprie responsabilità.

Enrico Rufi, Radio Radicale

L’articolo di Lucetta Scaraffia.

Postscriptum

“Ma c’è davvero chi crede che @Pontifex abbia deciso di licenziare un cardinale e togliergli i diritti legati al cardinalato dopo aver… letto un articolo di giornale?” (Jacopo Scaramuzzi – Twitter, 22 novembre 2020 ore 12.05).

Per conto nostro possiamo rispondere a questa domanda, facile: innanzitutto con la domanda viene indirettamente confermata la nostra tesi, che L’Espresso è solo stato usato per creare uno scandalo, come abbiamo scritto nel nostro articolo di ieri [In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale… smascherato il killer giornalistico di Becciu].

Ma poi, per dare autorevolezza ad un articolo di un giornale, al punto da poterlo usare per cacciare un cardinale di spicco, quel testo certamente ha avuto un avallo autorevole. Di certo Papa Francesco avrà avuto sulla sua scrivania, a parte della copia anticipata de L’Espresso, anche l’informativa dei promotori di giustizia, nonché il parere del presidente del suo Tribunale dello Stato della Città del Vaticano (ricordiamo che è il Sovrano assoluto dello SCV e che lui detiene in assoluto i tre poteri, incluso quello giudiziario: promotori di giustizia e presidente (Giuseppe Pignatone, che Massimiliano Coccia conosce bene) del tribunale SCV sono i suoi sottoposti, che agiscono a nome e per conto suo).

E questo ci fa anche sottolineare con su un punto siamo in netto disaccordo – fino a prova contraria – con l’eccellente lavoro giornalistico presentato da Vittorio Feltri nei suoi quattro articoli sul caso Becciu/L’Espresso, come abbiamo esposto nel medesimo articoli di ieri: l’Uomo che Veste di Bianco non è stato ingannato, invece ha ordito la trama come è suo abitudine con le “cacciate”. Caso mai – come concede anche Libero – è lo stimato direttore de L’Espresso che è stato ingannato da un suo indegno collaboratore.

Se l’Uomo che Veste di Bianco – difeso dal Direttore di Libero, cosa che gli fa onore, ancora di più perché è un non credente, che si occupa in modo encomiabile di faccende ecclesiastici (cosa che omettono di fare gran parte dei media ufficialmente – e istituzionalmente  – “cattolici”) – non ha tramato lui contro Becciu, è obbligatorio che ci dica chi è stato, con nome e cognome, seguito dai provvedimenti presi al riguardo.

Poi, alle 12 domande di Libero, aggiungiamo noi 2 domande, collaterali ma decisive per capire tutta la questione:

13. Chi è il funzionario che ha portato fisicamente la copia anticipata de L’Espresso al Papa?
La domanda parte della circostanza importante da non dimenticare, non citata da Feltri ma affermata da Adnkronos del 19 novembre, nella quale si asserisce che “prima che il settimanale ‘l’Espresso’ uscisse in edicola, una copia con le accuse nei confronti dell’attore fosse stata recapitata al Santo Padre”, come da atto di citazione dei legali di Becciu contro L’Espresso, “ed era la copia che costui aveva in mano al momento dell’udienza papale del 24.09.2020 ed al momento del ‘licenziamento’”.

14. Come mai L’Espresso è sempre informato su tutto anche in anticipo e proprio ora non sa cosa si sono detti il Papa e Becciu?
La domanda parte da quanto Damilano scrive il 19 novembre: “Nessuno sa cosa si siano detti il papa e il cardinale in quell’udienza ad eccezione di loro due”.

Infine, poniamo anche noi una domanda – di ritorno – al vaticanista Scaramuzzi, sempre così attento a cosa succede dentro e nei dintorni del Domus Sanctae Marthae: “Lei pensa che la mattina di giovedì 24 settembre 2020 L’Espresso sia arrivato innocentemente sulla scrivania del Papa”?.

Tutta questa storia è drammaticamente illuminante e – ripetiamo – la parola fine alla saga non è ancora scritta.

Secondo querela per diffamazione aggravata depositato dal Cardinale Angelo Becciu

“Ho ricevuto mandato dal cardinale Giovanni Angelo Becciu di proporre immediata querela per diffamazione aggravata nei confronti della signora Geneviève Ciferri Putignani, in relazione alle dichiarazioni a lei attribuite in data odierna dal quotidiano ‘La Verità’”, scrive in una nota l’avvocato Fabio Viglione.
Questa seconda causa giudiziaria riguarda le dichiarazioni rilasciate da Geneviève Ciferri Putignani al quotidiano “La Verità”, pubblicata ieri 22 novembre. Putignani sostiene nell’intervista oggetto di querela, che è finita negli intrighi del Vaticano per rapporti con Mons. Alberto Perlasca. La donna ha sostenuto che il Cardinale Becciu la avrebbe accusata di avere complottato ai suoi danni, lanciando improperi verso il Padreterno e il Papa, un’affermazione che il Cardinale Becciu respinge con forza.
L’avvocato di Becciu scrive nella nota: “Il contenuto sacrilego dell’articolo gravemente offensivo per il Santo Padre e per il mio assistito riposa su attribuzioni di frasi e atteggiamenti che il cardinale respinge con assoluta fermezza, denunciandone la totale falsità, e che saranno portate all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria”.
Questa è la seconda causa per diffamazione intentata – dopo la denuncia del 18 novembre contro L’Espresso – dal Cardinale Becciu da quando la Sala Stampa della Santa Sede ha comunicato il 24 settembre le sue dimissioni da Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e della sua rinuncia ai “diritti connessi del cardinalato”.
Riportiamo inoltro un corsivo “Quel che Becciu non dice” di Matteo Matzuzzi nel suo blog “Roma capoccia – Spina di Borgo” sul Foglio del 21 novembre.
Prevediamo che il collegio difensivo del Cardinale Angelo Becciu dovrà elargire tante querele come sono i pasti caldi donati a via Marsala, il meglio deve ancora avvenire.
Se poi un giornalista non riesce a sapere cosa si sono detti l’Uomo che Veste di Bianco e l’Uomo che Veste di Rosso alla Domus Sanctae Marthae il 24 settembre 2020 alle ore 18.00, che campa a fa’?
Se i giornalisti non sanno cosa i due si sono detti, probabilmente è a causa di questi tre motivi:
1. Perché se Becciu non parla e i dialoghi dei due dovessero uscire sui giornali, vorrà dire che il Papa ha fatto la soffiata.
2. Perché i giornalisti non sanno fare il loro lavoro senza chi gli passa le carte e gli fa le soffiate.
3. Perché Becciu, nonostante tutto, dimostra fedeltà a chi nonostante tutto rappresenta per fortuna o purtroppo il Vicario di Cristo. Questo aspetto di Becciu, la sua nobiltà d’animo, nessuno lo nota, nessuno lo scrive.

ROMA CAPOCCIA – SPINA DI BORGO
Quel che Becciu non dice
di Matteo Matzuzzi
Il Foglio, 21 novembre 2020
L’ex cardinale chiede i danni all’Espresso e promette battaglia. Ma non dice perché il Papa l’ha cacciato
Il cardinale Giovanni Angelo Becciu torna alla carica, non ci sta a ritirarsi a vita privata e fa sapere di aver chiesto i danni al settimanale l’Espresso che nei mesi scorsi ha condotto un’approfondita inchiesta sui misteri vaticani (della cassa vaticana, per dirla meglio) che avevano proprio in Becciu il bersaglio. “Alla luce dell’estrema gravità delle infondate accuse – fa sapere l’ex prefetto della congregazione per le Cause dei santi – chi si è reso protagonista di queste propalazioni ne risponderà davanti ai giudici. Risponderà, peraltro, di avermi fatto passare per ‘indagato’ senza che io abbia mai ricevuto alcuna comunicazione giudiziaria né dalla giustizia vaticana né da quella italiana; risponderà per avermi accusato di condotte deprecabili che ho, anche documentalmente, smontato una a una, a partire proprio da quella più dolorosa di aver distratto fondi, della chiesa e dei fedeli, in favore dei miei familiari. Fino al fantasioso complotto ai danni del cardinale Pell, con ingerenze illecite dirette a condizionare il suo processo. Tutto falso”. Mons. Becciu legittimamente si difende e ricorda che lui indagato formalmente non lo è (e in un paese civile è questo che conta), per cui una buona parte di quel che è stato scritto andrebbe se non altro inquadrato nella casella opportuna. Quel che però Becciu non dice, ed è la parte più interessante, è il motivo vero per cui il Papa lo ha cacciato togliendoli i diritti connessi al cardinalato. Siccome non si tratta di un piccolo castigo da scuola elementare, ma di una pena gravissima comminata dal Pontefice, sarebbe utile sapere la ragione dell’epurazione. Altrimenti siamo in un reality-show. (mat.mat)

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