In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale… smascherato il killer giornalistico di Becciu

In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale, è arrivato sul nostro portatile il terzo articolo della serie “Becciu” del quotidiano Libero a firma di Vittorio Feltri, annunciato ieri alla fine del secondo articolo, dopo il primo del 19 novembre (li facciamo seguire ambedue). In opposizione al killeraggio giornalistico de L’Espresso contro il Cardinale Angelo Becciu, fa lo stesso effetto di una bomba al fosforo bianco [Cardinale Becciu querela L’Espresso per le accuse, tutte assolutamente prive di fondamento, denigratorie e diffamatorie. Giustiziato dal boia giornalistico – 19 novembre 2020]. Nell’articolo di oggi, il quotidiano Libero smaschera l’uomo protagonista di un’incredibile storia di sciacallaggio: il “caso Becciu” è stato inventato da un falsario. Perché, rivela Feltri, l’autore dello “scoop” dell’Espresso, Massimiliano Coccia è stato condannato per «falsità in atti pubblici».

Sandro Botticelli, Calunnia, tempera su tavola, 1491-95, 62×91 cm,, Galleria degli Uffizi, Firenze.

In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale, in attesa dell’arrivo del pezzo odierno a firma di Feltri, alle ore 02.05 ancora svegli per il tempaccio, abbiamo letto un commento di un nostro lettore all’articolo sopralinkato. Un commento che apre degli scenari come una scatola di tonno pinna gialla di Maierato: “I toni di Feltri e dell’Espresso sono totalmente diversi. Così come l’atto di citazione. Mentre Feltri è Becciu si attengono ai fatti, la risposta dell’Espresso è una girandola di moralismi, che insinuano la mancanza di rispetto nei confronti di un Papa, in verità molto umano. Nel senso di terreno, giacché si occupa più di politica, che di teologia. Le allusioni – tutte ideologiche – dell’Espresso continuano una versione abilmente letteraria, che era emersa già nel famoso articolo. Oggi sembra che le doti letterarie siano molto importanti in politica! Più ancora che le basi giuridiche e fattuali. D’altronde hanno sempre contato e non dimentichiamo che la calunnia nel famoso quadro di Botticelli enfatizza la gestualità e la spettacolarità. Su una cosa non mi sentirei d’accordo con Feltri, che cerca di avallare la linea difensiva di Becciu: ovvero che il Papa sia stato manovrato. La mia impressione è che Francesco è il più astuto o avveduto di tutti e di fatto il grande macchinatore: i pretendenti in campo progressista nel prossimo Conclave cominciamo ad essere molti: da Marx a Tagle, da Zuppi a Parolin,… E Becciu alla fine poteva rappresentare una via di uscita per tante questioni! Soprattutto con i contatti internazionali che stava acquisendo con il nuovo incarico [di Prefetto della Congregazione dei Cause dei Santi]. Ma poteva Francesco da dimissionario vivente ritrovarsi un Papa nominato Sostituto da Ratzinger? La cosa deve averlo spaventato oltremodo. Inoltre dietro le quinte c’è un’altra questione vitale. Becciu come Commissario dell’Ordine di Malta stava sbarrando la strada a certi tedeschi” (Romeo Giuli).

Il traditore. Bocca degli Abati, il nobile fiorentino di parte guelfa che Dante considera il traditore della battaglia di Montaperti e condanna, quindi, alle pene in uno dei luoghi più oscuri dell’Inferno, nell’Antenora, Cerchio 9 Zona 2 della parte fra i traditori della patria immersi nel Cocito, un grande lago ghiacciato formato dai fiumi infernali, dalla cui superficie emergono le teste dei peccatori. Dante incontra Bocca degli Abati, il comandante fiorentino che, secondo la tradizione, tradì i suoi tagliando con un colpo di spada la mano di Jacopo de’ Pazzi il porta-insegne dei guelfi facendo cadere in tal modo lo stendardo; ciò provocò la dispersione dei guelfi e ne determinò la sconfitta. Volontariamente o no Dante inciampa sulla testa del traditore provocandone la reazione: «Perché mi peste? | se tu non vieni a crescer la vendetta | di Montaperti, perché mi moleste?» e saputo chi egli sia: «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, | malvagio traditor; ch’a la tua onta | io porterò di te vere novelle».

In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale, il Cardinale Angelo Becciu resta un fedele esecutore ed essendo fedele non può essere un traditore della Chiesa. I traditori sono le bandiere che girano come gira il vento. I traditori sono quei funzionari di stato corrotti dal regime che regna in quel momento. Quei funzionari di stato dovrebbero essere guidati solo dalla rettitudine e dall’irreprensibile rispetto al giuramento fatto a Cristo, alla Chiesa e alla Santa Sede, prima di commettere reati, condonati come peccati veniali su ordine di un regnante che taglia le teste con estremo cinismo e freddezza senza batter ciglio. Che lo fa senza pensare nemmeno per un istante, che le teste che cadono sono quelle di fior di professionisti dei quali si è servito fino a poco prima… vedi Milone, vedi Giani, vedi Hasler,… la lista è lunga assai.

Anche il quotidiano Libero tira una linea dritta, che entra fin dentro la Domus Sanctae Marthae senza passare da altri uffici. Il quotidiano Libero capisce che il pesce puzza dalla testa. Al quotidiano Libero manca solo un tassello per quadrare il cerchio. Manca quel “trait union” che collega la mente raffinatissima al suo braccio operativo. Manca l’identità della manovalanza di bassa lega, che si vende per molto meno di trenta denari, ma che accetta ben volentieri livelli retributivi e cittadinanza vaticana, compreso un bel pacco regalo in vista del Natale, per i servigi resi al regnante.

Le pedine in questo puzzle ancora da comporre, sono usate con la maestria delle menti raffinatissime. Il bottone del radiocomando sulla collina di Capaci, che uccise Falcone con la sua moglie e suoi uomini della scorta, non l’ha attivato Brusca, ma personale dei servizi deviati dello Stato italiano. Così possiamo serenamente dire, che la pistola fumante che è stata messa nelle mani di Coccia ha sì esploso il colpo fatale, ma mentre esplodeva il colpo, quella pistola non era nelle mani dello stesso Coccia. Nelle sue mani la pistola è stata posta nell’immediatezza del delitto. Coccia non è un pubblico ufficiale e il quotidiano Libero dovrebbe cercare meglio… A pensar male si fa peccato ma qualche volta ci s’azzecca!

L’attacco al Cardinale Angelo Becciu costituisce un’operazione indegna e chi lo sostiene offende l’intelligenza degli attenti lettori, ai quali Damilano si rivolge. Attendiamo che lo stesso risponda alle nostre domande, considerato che noi alle sue domande abbiamo risposto in modo esauriente.

Attendiamo sul punto anche le smentite dell’Espresso mai giunte. Smentite mai arrivate riguardo al fatto che l’Uomo che Veste di Bianco aveva tra le mani copia cartacea in esclusiva della rivista, mentre faceva rotolare la testa al Cardinale Becciu, il 24 settembre 2020 alle ore 18.00, quando la copia online della stessa rivista era stata inserita alle ore 10.12 dello stesso giorno.

L’Uomo che Veste di Bianco sapeva delle lettere anonime contro Hasler, ma per cacciare Hasler aveva bisogno di uno scandalo, perché le lettere anonime erano solo ad uso interno.

L’Uomo che Veste di Bianco sapeva della disposizione del 2 ottobre 2019 a firma di Giani, ma per cacciare Giani aveva bisogno di uno scandalo, perché la disposizione era solo ad uso interno.

L’Uomo che Veste di Bianco sapeva dei risultati delle indagini su presunti – e sottolineiamo presunti – reati di peculato che sarebbero stati commessi da Becciu, ma per cacciare Becciu su due piedi aveva bisogno di uno scandalo, perché la nota dei promotori di giustizia dello Stato della Città del Vaticano sulle indagini giudiziari in corso, è solo ad uso interno.

Stesso modus operandi. Stessa manovalanza di bassa lega, che passa le carte dietro un compenso “di servizio”. Stesso Uomo che Veste di Bianco.

Mastro Titta, “Er boia de Roma”, che terrorizzò Lord Byron. Nel 1817 il poeta inglese, in visita nella Città Eterna, rimaste profondamente turbato dall’esecuzione di tre ladri. Il protagonista era Mastro Titta, ancora oggi figura leggendaria della città. Tra impiccagioni e teste tagliate, in 68 anni di carriera giustiziò oltre 500 condannati a morte.

Il “Mastro Titta dei giorni nostri” – non si serve più d’er boia, opera in proprio – esegue processi sommari, dove la presunzione d’innocenza esiste solo per tipi come il suo amico Gustavo Zanchetta, già condannato in Argentina, ma libero in Vaticano di mostrare il suo bel faccione sorridente ogni giorno dalla Domus Sanctae Marthae fino al Palazzo Apostolico andata e ritorno, come nulla fosse, esponendo alla luce del sole una croce pettorale da vescovo che tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano possono ammirare, come la sua faccia di bronzo (per rimanere signorili) sorridente.

Cadranno altre teste. Questo è solo l’inizio. L’Uomo che Veste di Bianco ama il potere temporale, ama gestire i tre poteri dello stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) e pensa di detenere anche il “quarto potere” facendo visita alle testate giornalistiche avverse, lanciando intimidazioni come fossero sorrisi di convenienza. Ma il quarto potere nessuno lo può detenere, nemmeno un Papa, né ora, né mai.

In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale, dal Cupolone si erge la Croce di Cristo, la Croce della sua Chiesa, che c’era già prima del 13 marzo 2013 e la quale resterà salda al suo posto, anche dopo questo pessimo e tormentato pontificato.

Intanto, una buona domenica. A risentirci, la saga non ha visto ancora l’ultimo atto.

Esclusivo – Gli sms del sacro imbroglio
La donna degli intrighi vaticani
Geneviève Putignani, sedicente agente segreta, da maggio minacciò il cardinal Becciu: «Se non aiuta monsignor Perlasca (al centro degli scandali immobiliari) finirà male». Chi la mandava?
di Vittorio Feltri
Libero, 20 novembre 2020

Prima di mettere mano a un’altra storia di magia, dove una donna misteriosa precedette addirittura L’Espresso nel ‘dimetere’ per conto del Papa il cardinale Angelo Becciu, c’è una notizia che proviene da dentro le mura leonine. Avviciniamoci ad essa con il rispetto del punto interrogatorio. Segnali di fumata bianca? Chi è uso camminare per quei corridoi, vigiliti dalle guardie svizzere con l’alabarda, assicura di sì. Tutto secondo i modi determinati di Bergoglio. E così, dopo che una fuliggine catramosa ha sporcato la porpora e la faccia di Angelo Becciu dal 24 settembre per 57 giorni, ieri mattina si è alzato un vento che somiglia a quello di purificazione. Lo stesso che l’ateo sudamericano e pertanto un po’ cattolico Gabriel García Marquez chiamava Spirito Santo ed è spirato in coincidenza con l’uscita delle nostre rivelazioni sul caso Becciu. Esagerava senz’altro, il Nobel colombiano. Né io ho alcuna intenzione di montarmi la testa. Di certo qualcosa si muove nelle stanze di Casa Santa Marta dove risiede, prega e lavora il Papa.
Con velocità fulminea e bergogliana, una mutazione di costumi radicale rispetto ai tempi abituali della Curia romana, usa a «soprassedere» prima di spostare anche solo un vaso da fiori nei Giardini vaticani, ieri l’arcivescovo Nunzio Galantino, prefetto dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ha preso posizione sul caso Becciu in un’intervista del vaticanista Enzo Romeo, andata in onda durante il Tg2 delle 13. In essa ha letteralmente demolito la titolazione dell’articolo dell’Espresso che fu depositato con largo anticipo sul tavolo del Papa, e che secondo il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, sarebbe stato il proiettile alla nuca usato da qualcuno per operare quella «characterassasination», omicidio morale, che ha determinato le dimissioni di Becciu.
Romeo ha chiesto a Galantino, a proposito del convegno internazionale sulla «Economia di Francesco» per un approccio etico della finanza: «Chi legge degli scandali potrebbe dire: da che pulpito… Se si è giocato con i soldi dei poveri certo sarebbe gravissimo».
Isoliamo qui la frase centrale nella risposta di Galantino: «I poveri non sono stati depredati, come qualcuno ha detto. Sicuramente non sono stati utilizzati bene alcuni soldi, e qui è il promotore di giustizia che sta capendo».
Il sommario dell’articolo di cui ieri abbiamo ricostruito la storia di fughe notturne dalla tipografia aquilana a uso di un’intesa maligna per far fuori lo scomodo Becciu diceva: «Soldi dei poveri al fratello e offshore: le carte dello scandalo». Nessun obolo destinato ai poveri è stato depistato rispetto alla destinazione prevista dal Vangelo e dalle intenzioni di Francesco. D’un colpo l’accusa infame di aver finanziato aziende di famiglia sottraendo soldi ai bisognosi, come un Robin Hood al contrario, è stata cancellata. Ci possono essere state spese incongrue, inavvedute. Su questo la Procura vaticana lavora per capire. Ciò spiega perché non ci sia stato alcun avviso di garanzia nei confronti del cardinale. E tutto induce a credere che quanto riferito dal prelato sia stato espresso secondo la precisa volontà del Papa. Galantino, 72 anni, pugliese di Cerignola, ex segretario dei vescovi italiani, è infatti la personalità di assoluta fiducia cui il Pontefice ha affidato alcune settimane fa le chiavi della cassaforte vaticana.
Se altri hanno spiegazioni diverse, siamo qui per imparare. Del resto conviene a chiunque in Vaticano ami la «Santa Chiesa» – come si dice da quelle parti – evitare di lordame le vesti con accuse ingiuste che fanno male a un innocente ma compromettono anche la fiducia dei fedeli verso l’istituzione che ha retto sì per duemila anni, ma potrebbe essere atterrata da certi colpi. Il Papa di recente ha ricordato, citando sant’Ambrogio, che essa è pure «Casta meretrix», casta nell’intimo ma prostituta nella sua veste sporcata dai suoi membri. Non è il caso di buttar via il bambino insieme all’acqua sporca, anche se il bambino è un cardinale sardo di 72 anni.

CHERCHEZ LA FEMME

Eccoci alla donna misteriosa. La quale è insieme la stravagante protettrice di uno dei più stretti collaboratori di Becciu al tempo del suo incarico di sostituto della Segreteria di Stato (numero 3 della Chiesa). Parliamo della strana coppia formata dalla signora Geneviève Putignani e da monsignor Alberto Perlasca. Non mi permetto alcuna allusione sul tipo di sodalizio che stringe i due. So che la Putignani è entrata di prepotenza in questa vicenda, e attendendo la sua versione ci riferiamo all’esposto-denuncia presentato ieri dai legali della famiglia Becciu, con l’assistenza dell’avvocato penalista Fabio Viglione. In realtà la figura urlante di questa donna, usa a qualificarsi come agente dei servizi segreti (una costante che ci sforziamo di considerare una casualità), si era già palesata in un articolo sulla Verità, scritto da Giacomo Amadori, che rivelava un «aneddoto misterioso» riferitogli da un’altra donna, questa si raccomandata per davvero a Becciu dai servizi segreti italiani, Cecilia Marogna. Di quest’ultima – arrestata a Milano per conto dei pm vaticani e poi liberata per manifesta incongruità della richiesta – ci siamo già occupati senza citarla riferendoci ai bonifici effettuati, con l’avallo in Altissimis, su certi conti esteri e destinati a riscattare una suora colombiana ostaggio di Al Qaeda in Mali. Ha detto la Marogna «Nel giugno 2020 (in realtà era il 10 luglio, ndr) una donna ha chiesto di incontrare privatamente Becciu e lui le ha dato udienza. Ha detto di chiamarsi Geneviève Ciferri Putignani e ha iniziato a urlare: “La pagherai perché non hai difeso Alberto Perlasca”».
Dalla denuncia traiamo la conferma che non di misterioso aneddoto si tratta ma dell’episodio iniziale di una persecuzione sistematica, giunta alle minacce vere e proprie nei confronti non solo del cardinale ma anche dei suoi fratelli. Una escalation progredita guarda caso in parallelo con il ruolo di accusatore a mano a mano assunto da monsignor Perlasca. Il quale da difensore accanito del suo superiore si sarebbe trasformato in una sorta di vendicatore in tandem con Geneviève, anche se tutto questo sembra essere smentito da comunicazioni affettuose verso il suo capo di un tempo. Misteri di donne e preti. Vedremo come la magi stratum italiana e quella vaticana si muoveranno. Certo che qui gli intrighi non finiscono mai. Una volta svelato l’agguato meschino e tenebroso a mezzo stampa ieri sbugiardato da Galantino (ma con L’Espresso non abbiamo ancora finito), ecco che mostra la sua faccia stregonesca un altro mistero o pseudo tale. Dopo di che resterebbe da individuare chi nel piccolo Stato «di lavandaie» (copyright di monsignor Marcinkus, buonanima) ha supportato questa operazione e a quale scopo.

L’AMICA DI PERLASCA

Ma rieccoci alla Putignani, ai contenuti specifici della denuncia, e al contesto in cui si inserisce. Geneviève compare nella vita di Becciu nel maggio del 2020, con una telefonata. Si presenta come una signora che conosce molto bene monsignor Alberto Perlasca e manifesta tutta la sua preoccupazione per quanto gli sta succedendo, soprattutto per il licenziamento del prelato deciso dalla Santa Sede. (E qui conviene spiegare. Insieme ad altri sacerdoti e laici facenti capo alla segreteria di Stato, Perlasca era stato fatto oggetto di avviso di garanzia; presentatosi ai promotori di giustizia vaticani, apprende del suo licenziamento in tronco). L’avvocato Natale Callipari di Verona, che tutela l’intera famiglia Becciu, ha raccolto la testimonianza del cardinale. «La donna ha chiesto con toni insistenti che faccia qualcosa per Perlasca, che parli con il Papa per convincerlo a riconoscere la sua innocenza Becciu, che vuol bene al monsignore, mostra benevolenza e persino condivisione. Le assicura che avrebbe fatto di tutto per difenderlo».
Becciu riteneva che non l’avrebbe «più sentita e tanto meno vista».
Aveva congedato al telefono una gentildonna, si ritrova pochi giorni dopo una iena in casa. La riceve il 10 luglio verso le ore 19 nel suo appartamento in Vaticano. Ricevuta da suor Sara, una delle due religiose di casa, viene fatta accomodare in salotto. «Sua Eminenza andò tutto contento pensando di incontrare una signora premurosa e riconoscente per quanto stava facendo per il suo amico». Adesso val la pena citare il racconto in prima persona raccolto dal legale. Si capisce tutto dell’uomo: «Quale fu la mia delusione sin dalle sue prime battute! Trovai una donna fredda, spietata e insolente. Iniziò anzitutto con il beatificarmi il monsignore Perlasca che definiva uomo intelligente, dedito al bene altrui e anima sensibilissima. Poi iniziò a rimproverarmi che non avevo fatto niente per lui, che non è vero che ero andato dal Papa come le avevo assicurato nella precedente telefonata o, se vi ero stato, non avevo assolutamente preso le difese del suo protetto e che, anzi, volevo fare di tutto per disfarmi di lui».

TENTATO SUICIDIO

E dire che Becciu era intervenuto per aiutare e proteggere Perlasca nelle difficoltà, anche da un tentativo di suicidio. Alla signora non interessa niente, accusa il Cardinale di aver voluto eliminare il monsignore chiamando un medico per dargli una dose massiccia di narcotico onde eliminarlo.
«Alla mia reazione piuttosto forte di fronte a tutte queste insolenze, rispose con una minaccia: “Si ricordi, se lei non farà di tutto per restituire onore e impiego a monsignor Perlasca perderà la sua berretta cardinalizia e il suo cappello sarà un bel ricordo ignominioso per Lei!”. In toni più miti aggiunse però che, se accettavo, poteva inviarmi in una di quelle sere il suo autista per portarmi a casa sua, nella sua villa, ove poter discutere meglio sulla vicenda. Tra l’altro si era presentata come un ex agente segreto». Un’ora «di amara conversazione».
Becciu la ritenne a questo punto una mitomane. L’indomani la signora cominciò a inviargli messaggi minacciosi su Whatsapp. Poi bloccò il contatto sul telefono e non la vide e non la senti più.
Finché verso il 10 settembre la Putignani non si fece viva con il fratello del cardinale, Mario, professore universitario, il quale ricevette una telefonata i cui contenuti ripropongono la profezia, ma in termini ancora più precisi. Indagheranno i magistrati, ma ecco quanto riferisce la denuncia sottoscritta dal congiunto del cardinale in merito a due comunicazioni della dottoressa Geneviève Putignani.
Geneviève: «Lei è il signor Becciu, psicologo? Ex religioso (in realtà ex seminarista, ndr)… Suo fratello è Tonino … Mi presento… io ero operativa ai Servizi Segreti nella sezione Studi strategici (non ricordo l’elenco lungo della denominazione)!».
Mario: «Vedo che ci conosce proprio bene! Ma allora qual è lo scopo di questa sua telefonata?».
Putignani: «Forse non mi sono spiegata bene, suo fratello è finito e con lui anche lei col suo birrificio… È un uomo morto!».
Mario: «Questo l’ho capito. Come mai continua a ripetermelo?».
Putignani: «Per dirle che non avrà scampo: il suo potere con la stampa, i giornalisti, è finito! Lui è pieno di sé: gliel’ho detto quando mi ha ricevuto nel suo appartamento, ma lui ha la protervia di voi sardi. Si crede superiore a tutto. Finirà in carcere. Anzi tenga bene a sentire quello che le sto per dire: fra non molto, dopo il 15 settembre, sicuramente prima del 30, suo fratello perderà la berretta cardinalizia!».

MINACCE RIPETUTE

Seconda telefonata a Mario Becciu.
Putignani: «Buongiorno signor Becciu sono ancora io, la dottoressa G.P. Volevo ribadirle quanto già riferito. Tutto ormai è finito. Non c’è alcuna via di scampo!».
Mario: «Ma se non ci sono novità possiamo chiuderla qua, come mai mi richiama?».
Putignani: «Lei forse non ha capito o non vuole capire: suo fratello ha finito e con lui lei, il birrificio e suo fratello Tonino!».
Mario: «Quindi insiste nel ripetermi quanto già ampiamente detto! Lei minaccia tutte queste cose, ma non capisco il come mai. Sento tanta sofferenza, lei è una donna che sta soffrendo tanto: mi dispiace. Come mai?».
Putignani: «SI, è tanta sofferenza. Suo fratello ha fatto tanto male, ma ora ha finito. La sua supponenza gli impedisce di capire che non è più un uomo potente! E così pieno di sé! Sono pronte le manette per lui!».
Mario: «Pazienza! Eserciterò una delle sette opere di misericordia corporale e andrò a trovarlo in carcere!».
Putignani: «Ha la stessa supponenza di suo fratello! Lui che ha ribaltato la sua bassa origine con un ruolo di vertice…».
Mario: «Bassa nel senso della statura?».
Putignani: «No, bassa… come dire… figlio di poveri…».
Mario: «Bassi? Mi pare che abbia detto fin troppo. Ora le chiudo la telefonata».
Putignani: «Sì, chiuda pure… Dopo il 15, sicuramente prima del 30, le sarà tutto più chiaro!».
Per capire il clima in cui si è ritrovato il cardinale Becciu in questi mesi, bastino questi altri stralci.
Messaggi su Whatsapp inviati dalla Putignani al cardinale Becciu.
11 luglio 2020 – ore 22.06 (la Putignani aveva incontrato il cardinale il giorno prima).
«Eminenza Rev.ma, alla luce dell’animato colloquio intercorso ieri sera, 10 luglio h. 20, che mi ha visto contrapposta a Lei, benché unita a Lei, nel reciproco obiettivo di bene per la persona in oggetto; La invito, ancora una volta, a contribuire alla risoluzione del problema, da cui non può esentarsi, detenendone la piena responsabilità morale. Reitero quindi la preghiera di mettere la Sua porpora al servizio della giustizia e della verità, e non della codardia e della simulazione. D’altra parte non Le tornerebbe utile, né gioverebbe al bene della Chiesa, trincerarsi dietro la cortina della supponenza e dell’arroganza. Devoti ossequi. Dott.ssa Geneviève Putignani».
15 luglio 2020 – ore 7.23. «Eminenza Rev.ma, appena rientrata da Londra, e sulla base del nostro colloquio, mi pregio informarla che ho provveduto a chiudere alcuni rubinetti, per riaprirne altri, passati e recenti, di più sostanziale importanza. Con dispiacere, deduco Lei dovrà procurarsi legali, su suolo inglese e italiano, di maggior caratura rispetto a quelli consigliati paternamente al Suo ex collaboratore. Spesso si cade nella suggestione della propria onnipotenza, e di conseguenza nell’ingenuità di credere che persone soggette a noi da anni, possano continuare ad essere manipolabili sempre. Si sottovaluta quindi la possibilità che persone altre possano intervenire a sostegno e difesa di queste ultime, per ristabilire principi di giustizia e verità disattesi per propria opportunità. Ciò quanto accaduto nella fattispecie. Devoti ossequi».
15 luglio 2020 – ore 8.48. Scambio di messaggi fra il cardinale Becciu e monsignor Alberto Perlasca.
Becciu: «Buon giorno, Alberto! Veramente non so che dire e che fare dopo questo messaggio che la Signora mi invia e che è sempre sullo stesso tono insultante con cui mi ha aggredito venerdì sera».
Perlasca: «Eminenza, buon giorno. Sono desolato. La scongiuro, lasci perdere… e comunque non è assolutamente il mio pensiero. Alberto Perlasca».
Becciu: «Ti ringrazio. Sappi che sarò sempre al tuo fianco e quello che posso fare lo farò. Buona domenica!».
Perlasca: «Lo so, lo so… ed è l’unico».
Dopo qualche settimana, ecco che a soccorrere le minacce della signora, giungerà una copia dell’Espresso trafugata dalla tipografia. A domani.

Chi è l’uomo che scrisse lo “scoop”
Un falsario che ha inventato il caso Becciu
di Vittorio Feltri
Libero, 21 novembre 2020

Il killer giornalistico, che L’Espresso e qualcuno in Vaticano hanno usato per freddare il cardinale Angelo Becciu, è ufficialmente un falsario, noto come tale alle forze dell’ordine. Massimiliano Coccia, 35 anni, brilla negli schedari della polizia quale condannato sulla base dell’articolo 476 del Codice penale. «Descrizione del reato: falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Nota: il Tribunale di Roma ha concesso la messa alla prova all’imputato in data 27.02.2019. Ha sottoscritto il verbale di messa alla prova. Lo stesso svolgerà lavori di pubblica utilità presso il PID di Roma».
Pubblico ufficiale, un giornalista? Mistero. Sapeva di questa macchia gigantesca il direttore dell’Espresso, Marco Damilano, quando ha deciso di servirsi di Coccia per fare strame di una persona perbene? Perché non ha invitato Coccia a sentire l’accusato? Perché gli ha addirittura affidato una pagina sul sito del settimanale per scrivere – 7 ore e 48 minuti prima che il Papa invitasse Becciu alle dimissioni – che quest’ultimo era stato dimissionato da Francesco?

Massimiliano Coccia.

Di certo non avevano il diritto di ignorare le attività di falsario del Coccia i pm vaticani. Qualcuno tra i solerti collaboratori del Papa ha chiesto il loro avallo prima di depositare sulla scrivania del Santo Padre, quasi fosse oro colato, l’articolo firmato da Coccia? È presumibile. Chi ha rovesciato la cascata di accuse intitolate «Soldi dei poveri al fratello e offshore» non era una sorgente d’acqua pura, ma di un pozzo inquinato. Si mosse anche un porporato importante, addirittura il ministro della Giustizia del Vaticano, che da quelle parti si chiama Prefetto della Segnatura Apostolica, il cardinale Dominique Mamberti, per segnalare a Bergoglio che circolava un falsario in Vaticano, e usava addirittura fingersi prete e segretario del Papa. Quest’ultimo, saputo dello sciacallaggio nei confronti di un padre e di una madre che avevano perduto la figlia adolescente, si mostrò addolorato e invitò le vittime dell’infamia a una sua messa privata. Chi era lo «sciacallo»? Lui, Coccia. Piazza pulita? Niente da fare. Neanche il cardinale poté far nulla. La denuncia presentata nel febbraio del 2019 presso il Tribunale vaticano è rimasta lettera morta. I promotori di giustizia (pm) Gian Piero Milano e Alessandro Diddi non diedero corso ad alcuna inchiesta, nonostante la «notitia criminis» fosse stata riferita all’orecchio del Papa.
E così costui, Coccia, si è ripresentato in questi ultimi mesi nei Sacri Palazzi con la sua bomba, ma nessuno lo ha fermato. Di sicuro, invece di lavorare alla onlus Pid (Pronto intervento disagio), cooperativa sociale che ha «l’obiettivo di dare risposte ai problemi di quanti vivono situazioni di detenzione», ha impiegato le sue energie per diffamare e distruggere l’immagine e la vita stessa di uno degli uomini più eminenti della Chiesa cattolica.
Il primo colpo decisivo Coccia lo ha assestato il 24 settembre. L’«inchiesta» è stata seguita da altri quattro articoli, in altrettanti numeri del settimanale fondato da Arrigo Benedetti e sul quale ancora firma Eugenio Scalfari, dando così autorevolezza alla testata in nome della sua ostentata frequentazione dell’appartamento papale di Casa Santa Marta.

LA TRAGEDIA

Ho sentito ieri Enrico Rufi, giornalista di Radio Radicale, emittente benemerita in cui Coccia si è specializzato in interviste per così dire «di sinistra», diventando il pupillo di Roberto Saviano. Ho tra le mani il suo esposto presentato alla Procura di Roma il 7 febbraio 2019. Identica denuncia inoltrò in quei giorni in Vaticano. La premessa è questa, tragica. Rufi perse la figlia il 1° agosto 2016. Aveva 16 anni. Rufi è ancora commosso, e insieme dilaniato. Una delegazione di Radio Radicale aveva già chiesto di essere ricevuta dal Papa, in nome della comune battaglia per i diritti dei carcerati. C’erano buone possibilità di essere accettati. Come intermediario si propose Coccia. Rufi non avrebbe dovuto far parte della piccola comitiva. Ma stavolta per lui era importante. Voleva ricordare al Pontefice che le ultime immagini che la ragazza aveva negli occhi e nel cuore erano quelle di Francesco. Desiderava esser lì con Rita Bernardini e gli altri «al fine di donare al Papa il libro che ho scritto sulla vita di mia figlia Susanna («L’ Alleluja di Susanna»), che, come tristemente noto, perse la vita al ritorno dal viaggio in Polonia in occasione della Giornata mondiale della gioventù, nell’estate del 2016, per una meningite fulminante».
Coccia gli si propose, vantando robusti agganci, per consentire addirittura un’udienza privata a Enrico e alla moglie. Iniziò un’incredibile finzione. Appuntamenti fissati e poi disdetti. Chi scriveva a Rufi era un sedicente sacerdote della Casa pontificia, don Andrea Andreani, che inviava mail dall’indirizzo donandreaniandrea@gmail.com. Una burla? «Uno sciacallaggio».
Che venne alla luce quando, sospettando la truffa di Coccia, lo stesso Rufi interrogò la Casa pontificia. Gli rispose Stefano De Santis dalla Gendarmeria vaticana, citando padre Leonardo Sapienza, ancor oggi strettissimo e fidato collaboratore di Francesco. Le righe che seguono spinsero Rufi a presentare immediatamente alla Procura di Roma una denuncia contro Coccia: «Le rispondo su incarico di Mons. Leonardo Sapienza, R.C.I. Reggente della Prefettura della Casa Pontificia. All’uopo sono a comunicarle che non risulta alcun sacerdote rispondente al nome di Andrea Andreani dipendente della Santa Sede ovvero dello Stato della Città del Vaticano. Stefano De Santis».

LA LETTERA

Non accade nulla. Passano i mesi. Finché Rufi vede in televisione un vecchio amico, conosciuto anni prima mentre preparava il dottorato a Parigi. Ha fatto carriera: è Dominique Mamberti, è cardinale, ministro della Giustizia vaticana. Rufi gli scrive una mail il 2 ottobre del 2019:
«Carissimo cardinal Mamberti, L’ho riconosciuta con piacere l’altro giorno in televisione alla Messa per Jacques Chirac a Saint-Sulpice (…) Solo in questi giorni ho scoperto che all’origine del dramma della figlia di Chirac, Laurence, c’era stata una meningite quando lei aveva quindici anni. Quante volte, per consolarci (!), abbiamo cercato, mia moglie Margherita ed io, di convincerci che Susanna “salvata” avrebbe potuto non essere più lei, che la morte può averle risparmiato una vita che le conseguenze spaventose della meningite avrebbero potuto rendere terribile. A tre anni di distanza da quel 1° agosto 2016, recuperare un po’ di pace è però difficilissimo, tanto più che in questo periodo troppo dolore si è aggiunto al dolore. In particolare, la vicenda del millantatore-sciacallo (Coccia, ndr), di cui Claudio ed io l’abbiamo messa al corrente. Tuttavia, non oserei probabilmente richiamare nuovamente la Sua attenzione su questa vicenda se si trattasse di una faccenda meramente privata. Nessun risentimento personale nei confronti miei o della mia famiglia ha spinto all’azione il personaggio in questione, ma solo la spregiudicatezza di chi ha obiettivi personali – in termini di carriera – da perseguire ad ogni costo, senza guardare in faccia nessuno, come si suol dire. Infatti la lista delle sue vittime è lunga e varia, e molte, come Le dicevo, sono all’interno della Chiesa, a tutti i livelli. Credo che l’esposto che io ho fatto al Tribunale vaticano possa essere un’occasione preziosa per cercare di disinnescare questa mina vagante, non solo per evitare che il mitomane faccia nuovi danni e nuove vittime, ma anche per aiutarlo, lui che ha appena trentaquattro anni, a difendersi da se stesso. Mi può confortare, Cardinale, in questo mio convincimento? Posso confidare, secondo Lei, che una denuncia del genere non rischi di essere archiviata? Enrico, con Leila e Margherita».

LA RISPOSTA

Il cardinale Mamberti, ministro della Giustizia, risponde il 4 novembre: «Caro dott. Rufi, chiedo scusa se non ho risposto subito al Suo messaggio del 2 ottobre. Per quanto riguarda la Sua denuncia presso il Tribunale Vaticano, non ho novità, ma sia sicuro che non l’ho dimenticata. Sono stato ricevuto in udienza da Papa Francesco lunedì scorso e gli ho parlato della vicenda. Egli volentieri vi saluterebbe (Lei e i Suoi) o al termine della Messa quotidiana a Santa Marta, oppure in un altro momento, secondo le disponibilità. Mi dica quale sarebbe la vostra preferenza e mi metterò in contatto con gli uffici interessati per fissare la data. Con un cordiale abbraccio, Dominique Card. Mamberti».
Mamberti deve averla dimenticata. O forse il capo della Giustizia Vaticana non è riuscito a farsi obbedire dai suoi procuratori Milano e Diddi, che hanno ritenuto una contraffazione ai danni del Papa e di due genitori straziati – quella di Coccia – qualcosa cui soprassedere.

IMMONDIZIA

Ed ecco Rufi ritrova il nome del falsario Massimiliano Coccia legato ad accuse gravissime e fatte passare per vere agli occhi del Papa. Mi dice: «Com’è stato possibile che negli uffici di Francesco nessuno abbia fatto due più due e bruciato questa immondizia proveniente da un simile personaggio?»
Alla fine scrive all’amico cardinale il 3 ottobre scorso. «Bentrovato, cardinal Mamberti. Spero non Le sia sfuggito che il Massimiliano Coccia dell’articolo sull’Espresso contro il cardinal Becciu è lo stesso Massimiliano Coccia – il mitomane-sciacallo – della denuncia che giace da febbraio dell’anno scorso nel Tribunale vaticano. Mi permetto di richiamare la Sua attenzione perché credo che si tratti di un’informazione preziosa per papa Francesco. Alla vigilia della festa di San Francesco Le mando i miei più affettuosi saluti. Enrico».
Nel frattempo la morsa si stringe sulla direzione dell’Espresso che si serve di un simile personaggio. Ieri è stato depositato al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e all’Ordine del Lazio un esposto a firma dell’avvocato Natale Callipari, legale di Becciu. Non sono cose che mi entusiasmano, sia chiaro. Ma nell’atto si rileva che Coccia, il quale potrebbe persino essere non iscritto all’Albo dei giornalisti, ha potuto diffondere falsità clamorose senza che l’«autorevole» settimanale abbia sentito il dovere di interpellare il bersaglio della campagna diffamatoria, cioè Becciu. Nello specifico Coccia nel numero dello scorso 1° novembre ha scritto del cardinale: «…dal 28 ottobre formalmente indagato dalle autorità vaticane…», violando un articolo deontologico preciso che impone la «verifica, prima di pubblicare la notizia di un avviso di garanzia che ne sia a conoscenza l’interessato» e «se non fosse possibile (il giornalista) ne informa il pubblico». Non ha verificato nulla L’Espresso perché ciò che non esiste è inverificabile.
A questo punto ci domandiamo. A che titolo e da che pulpito un giornale si permette di fare la morale a un cardinale e a Libero dopo che ha mandato un killer mediatico specializzato in falsità a far fuori un uomo di Chiesa che non ha avuto alcuna possibilità di difendersi?
A questa domanda (retorica) ne aggiungiamo un’altra: di quali protezioni ha goduto e gode ancora in Vaticano, questo incredibile personaggio, Coccia, cappellano dell’Espresso? Con l’assistenza o quanto meno con l’inerzia di chi, negli apparati della Santa Sede, il finto prete don Andrea Andreani ha potuto violare la sicurezza del Papa.

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Foto di copertina: San Gerolamo scrivente. Copia eseguita a pastello – Roberto Baserga, il falsario di Caravaggio.

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