“Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Il sale sulla pelle brucia. Ma le impedisce anche di marcire” (George Bernanos)

Condividiamo dal blog Stilum Curiae la testimonianza “Gli uomini di McCarrick sono ancora alla guida della Chiesa Cattolica Romana”, che è stata scritta – in commento all’articolo “The McCarrick Report and the need for new protocols” del medico Richard Fitzgibbons su Catholic World Report – da Peter Mitchell, un sacerdote statunitense rimesso dallo stato clericale, che era un giovane prete nel pieno fiorire dell’epoca dell’abusatore omosessuale seriale Cardinale Theodore McCarrick. Non ha bisogno di un commento.
Segue, sempre dal blog Stilum Curiae, una riflessione in tema di Luca Del Pozzo, su cosa lega McCarrick al placet papale alle unioni omosessuali, cioè, su due avvenimenti recenti nella vita della Chiesa Cattolica Romana, che costituisce un “aiuto a leggere e interpretare con acume la realtà – certo non esaltante – in cui ci troviamo a vivere” (Marco Tosatti).
Iniziamo con un fatto di cronaca d’attualità e concludiamo con una didascalia alla foto di copertina.

Commento ironico della modella brasiliana al like ricevuto dall’account Instagram di Papa Francesco: “Almeno andrò in paradiso”

Facciamo precedere le due condivisioni menzionate prima, da un fatto di cronaca d’attualità, ovvero l’avviamento di un’indagine interna nel Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, dopo un like partito dall’account Instagram papale ad una foto hot della modella brasiliana Natalia Garibotto.

Secondo quanto riferisce l’amico e collega Francesco Antonio Grana, il vaticanista di Il Fatto Quotidiano online, Dott. Paolo Ruffini, il Prefetto del Dicastero per la comunicazione, addirittura ne è andato a parlare direttamente con l’Uomo che Veste di Bianco e ufficialmente, in una Udienza formale ieri (notificato dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 597 del 19 novembre).

La versione ufficiale dell’organo della Santa Sede in cui sono stati unificati da Papa Francesco tutti i media della Santa Sede, insieme alla Sala Stampa della Santa Sede, è che molto probabilmente il profilo Instagram pontificio è stato hackerato, anche se non viene escluso un “errore materiale” di un funzionario (eterosessuale) della sezione dei social media del Dicastero per la comunicazione che cura la gestione dell’account Instagram papale, che conta 7 milioni e mezzo di follower. Anche se – come viene assicurato – che l’Uomo che Veste di Bianco approva i post che vengono pubblicati sugli account social papali, ovviamente non è lui a metterli in rete. Per Nataša Govekar, Direttore teologico-pastorale del Dicastero per la comunicazione, “è interessante che i post più apprezzati su @Franciscus siano quelli dove il Papa fa il Papa, dove prega, benedice, incontra le persone e con la sua prossimità entra in relazione con milioni di persone”.

Ovviamente, questo fatto hot ha provocato una valanga di commenti, di cui ne citiamo due, che evidenziano – anche se indirettamente e in modo ironico – il collegamento con il tema dei due articoli che condividiamo di seguito:
“Per una volta che si è trattato di un gesto del tutto NATURALE, di compiacimento del tutto naturale (tra un uomo che vede una donna-modella)… ti vanno ad aprire una indagine. No comment (Dorotea Lancellotti).
– “Dalla medievale caccia alle streghe alla postmoderna caccia ai pipparoli eterosessuali. La decostantinizzazione avanza” (Antonio Caragliu).

Gli uomini di McCarrick sono ancora alla guida della Chiesa Cattolica Romana

Grazie, Dr. Fitzgibbons, per aver condiviso la verità con noi, cosa che i Vescovi non fanno mai.
Sono stato seminarista sulla costa orientale degli Stati Uniti dal 1993 al 1999, il periodo d’oro di McCarrick a Newark. Abbiamo tutti assistito alla Messa di Giovanni Paolo II sotto una pioggia battente allo stadio Meadowlands il 5 ottobre 1995: è stato il momento di trionfo di McCarrick.  Avevo 21 anni ed ero il bersaglio perfetto per il “reclutamento” da parte dei miei superiori. Il messaggio ai giovani della mia generazione era: «Questa è una grande istituzione per voi a cui dare la vita! Abbiate fiducia in noi e state vicini a Dio come noi!» In realtà, venivamo manipolati da uomini che non si curavano di noi. Non possiamo dire con certezza fino a che punto Giovanni Paolo II sia stato manipolato da McCarrick; ma i Vescovi che governavano e governano ancora oggi il sistema statiunitense – gli uomini di McCarrick, McCarrick’s men – semplicemente non si curavano di noi.
C’è da stupirsi se così tanti di noi sono caduti come sacerdoti in un comportamento incoerente e peccaminoso (comportamento che ha danneggiato molte altre persone, con nostra vergogna) e sono stati poi abbandonati dagli uomini che non si sono mai preoccupati anzitutto di loro?
L’unico motivo per cui McCarrick è stato “scoperto” è che è emersa una denuncia per un reato che coinvolgeva un minore. Ciò che emerge in modo chiaro dalle decine di fatti contenuti nel rapporto McCarrick appena pubblicato è che il comportamento omosessuale e una cultura omosessuale tra uomini adulti – seminaristi, preti, Vescovi e Cardinali – è dato per scontato, accettato, e considerato normale.
Il Rapporto sconfessa inesorabilmente la versione secondo la quale si tratterebbe di «solo pochi preti traviati». Ho pensato anch’io la stessa cosa per anni, difendendo l’istituzione che ho servito lealmente; ma era una pia illusione. La rete omosessuale è il modello predominante. È il presupposto predefinito. Seminaristi e preti son il vivaio degli uomini di McCarrick, che ancora governano l’istituzione. I Vescovi non amano i giovani che rinunciano alla loro vita per servirli: essi li considerano semplicemente pedine utili, da scartare in modo sommario non appena la loro utilità viene meno.
Il male è ancora nascosto agli occhi della maggior parte dei credenti, perché gli uomini di McCarrick presumono – correttamente – che i credenti non vogliano confrontarsi con la gravità della situazione. Lasciatemi dire che essa è molto, molto peggiore anche rispetto a ciò che alcuni credono di sapere.
Un’ultima domanda importante. Sappiamo tutti che Bergoglio è uno degli uomini di McCarrick. Quindi, ogni volta che andiamo alla Messa, e il sacerdote dice «In unione con Francesco, il nostro Papa», è come se dicesse: «In unione con gli uomini di McCarrick». Fino a quando i buoni cattolici e i buoni sacerdoti non avranno il coraggio di affrontare i nostri Vescovi sul motivo per cui la nostra Chiesa è ancora oggi guidata da uomini di McCarrick che non si preoccupano di noi, la Chiesa cattolica rimarrà una setta di menzogne ossia – senza esagerazione – un’organizzazione criminale.
Peter Mitchell
St. John Neumann Residence, Riverdale, NY, 1993-94
St. Charles Borromeo Seminary, Overbrook, PA, 1994-99
Ordinato nel 1999, rimesso dallo stato clericale nel 2017


“Rapporto McCarrick” e unioni civili samesex, la vera posta in gioco è la dottrina sull’omosessualità

A prima vista non sembrerebbe esserci nulla in comune tra il cosiddetto “rapporto McCarrick”, il corposo dossier vaticano che ricostruisce fatti e misfatti del predatore seriale nonché ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, e l’endorsement papale alle unioni civili samesex di qualche settimana fa. Ma ad uno sguardo appena più attento entrambe le vicende appaiono legate poiché toccano da vicino una problematica che soprattutto negli ultimi anni ha acquistato uno spessore niente affatto marginale. Parliamo ovviamente dell’omosessualità, o meglio di come la Chiesa si pone rispetto ad essa. Ciò che emerge con indubbia evidenza, pur in presenza di un diverso (almeno per ora) approccio a seconda che si tratti di omosessualità dentro o fuori la Chiesa, è che è in atto uno scollamento sempre più marcato tra dottrina e pastorale. Laddove la prima viene formalmente confermata, a dire il vero il alcuni casi più per dovere d’ufficio che per convinzione (o almeno questo è ciò che si percepisce), la seconda invece ormai da tempo si caratterizza – anche sulla spinta di una ingiustificata e fuorviante esigenza “riparatrice”  – per una tale e incondizionata (alla lettera, cioè senza condizioni) accoglienza delle persone omosessuali da aver ingenerato nell’opinione pubblica, per tacere di ampi settori ecclesiali, la convinzione che la Chiesa consideri ormai l’omosessualità una condizione assolutamente normale tanto quanto l’eterosessualità.
È esattamente questo l’aspetto più sconcertante, ai fini del discorso che stiamo facendo, del “rapporto McCarrick”; il fatto cioè – lo ha ben evidenziato Riccardo Cascioli – che il campanello d’allarme nei confronti dell’allora prelato, con tutto ciò che ne è seguito fino alla riduzione allo stato laicale, sia scattato solo nel 2017 quando venne denunciato il primo caso di abuso su un minore. Come se il problema fosse stato solo la componente pedofila o efebofila della sua condotta e non anche (e primariamente, aggiungiamo noi, anche visto e considerato il rapporto di causa-effetto che in 8 casi su dieci intercorre tra omosessualità e pedofilia tra le fila del clero, ciò che da altra angolazione rappresenta anche la miglior prova che non è abolendo il celibato che si risolverà il problema del crollo delle vocazioni posto che un omosessuale non saprebbe cosa farsene di potersi accoppiare con una donna) e non anche, dicevamo, la condotta omosessuale in sé che, nel caso in questione, era attivamente praticata da decenni. Detto altrimenti: finché McCarrick si limitava alla sodomia, sicuramente la pratica era moralmente discutibile, ma transeat; quando però McCarrick ha rivolto le sue attenzioni ai minori, allora no, allora basta. Prevengo l’obiezione: ma è dalla notte dei tempi che l’omosessualità alligna tra gli uomini di Dio, né lo scopriamo ora che la Chiesa ha sempre chiuso un occhio e forse tutti e due sulle, come dire, debolezze del clero in materia sessuale. In realtà le cose non stanno esattamente in questi termini. Lo spiegò da par suo Vittorio Messori nel corso di un’intervista che ebbi il piacere (e l’onore) di fargli qualche tempo fa. Alla domanda se ritenesse vi fosse nella Chiesa il tentativo di sdoganare l’omosessualità, questa fu la risposta: “Da sempre gli omosessuali sono attratti da Chiesa, navi, forze armate, pompieri e cantieri edilizi, essendo tutte realtà anche oggi con grandissima percentuale maschile. Ogni vescovo cattolico lo sapeva e vigilava, pronto a dimettere l’aspirante al seminario che si fosse rivelato gay, magari dopo aver superato il primo esame per accertarne le tendenze. Poi venne il Concilio, e con esso anche nella Chiesa entrò il virus autoritario e grottesco del “politicamente corretto”. Dunque, niente discriminazioni, porte aperte a tutti, respingere chiunque era un comportamento da “fascista”. Soprattutto in paesi come la Germania o l’Inghilterra o anche gli Stati Uniti le gerarchie cattoliche si vergognarono di non adeguarsi alla maggioranza protestante dove i gay erano e sono accolti come privilegiati e diventano persino vescovi magari “sposati” con l’uomo di cui sono innamorati. Senza arrivare (almeno per ora) a questi estremi, la presenza omosessuale si è molto allargata anche tra il clero cattolico. Arrivare persino a “sdoganarla” pubblicamente e ufficialmente, come mi chiede, mi sembra difficile, visto che ci sono di mezzo sia l’Antico che il Nuovo Testamento con le loro indiscutibili e severe condanne. Si è però ricorsi a un trucco che molti cattolici, ingenuamente, non hanno avvertito. Si è organizzato, in effetti, un intero sinodo mondiale sulla sodomia nella Chiesa ma si è riusciti a non fare mai, dico mai, la parola “omosessuali” e “omosessualità”. Il sinodo era rigorosamente ristretto alla pedofilia, la violazione sessuale dei bambini. Ma questa è una perversione piuttosto rara, come rari sono i bambini soli in sacrestia o all’oratorio. Stando alle tristi statistiche, più dell’80 per cento dei violentati o almeno molestati era ed è composto non da bambini ma da adolescenti, da ragazzi, da giovani. Insomma, non pedofilia, ma “normale” pederastia omosessuale. Ma questo non si doveva dire, per non trascinare nella condanna i signori omosessuali, così numerosi e potenti.”. Ho voluto riportare per intero la risposta di Messori perché centra in pieno il punto. E il punto è che a) non è vero che in passato la Chiesa ha fatto finta di niente di fronte ai casi di omosessualità tra i sacerdoti o aspiranti tali; b) la svolta c’è stata dopo il Concilio, quando a causa di una malintesa “apertura” della Chiesa verso il mondo (apertura che tuttavia, va pur detto, non è riconducibile al Concilio in quanto tale checchè ne dicano i suoi detrattori, quanto piuttosto alla lettura “progressista” del Concilio datane almeno in Italia principalmente dalla cosiddetta scuola di Bologna e che storicamente si è imposta) anche la formazione del clero come tutta intera la morale sessuale si è lasciata irretire dalle sirene della modernità. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dicevamo all’inizio che oltre al “rapporto McCarrick” anche l’ormai famoso endorsement papale alle unioni civili samesex  – frase, va detto subito a scanso di equivoci, contenuta in un’intervista rilasciata da Francesco nel 2019 alla vaticanista messicana Valentina Alazraki, poi tagliata dalla versione andata in onda su Televisa, infine riapparsa per vie a tutt’oggi misteriose nel documentario “Francesco” presentato al Festival del Cinema di Roma – è importante ai fini della comprensione di come la Chiesa vede oggi l’omosessualità. Dopo l’iniziale frastuono mediatico e la valanga di ricostruzioni e analisi, spesso di segno opposto, apparse nei giorni successivi allo “scoop”, ora che la polvere si è posata almeno su un punto è possibile fare chiarezza (e questo con buona pace della nota diramata dalla Segreteria di stato a tutte le nunziature del mondo, che ha lasciato senza risposta svariati interrogativi su una vicenda fin dall’inizio dai contorni opachi, per non parlare del fatto che la nota è stata inoltrata a due settimane dal lancio del documentario, senza firma e senza essere diffusa dai media vaticani quindi con poca o nulla risonanza). Già nelle ore immediatamente successive allo tsunami scatenato dalla frase del Papa – ” quello che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto (gli omosessuali, ndr) ad essere protetti legalmente. Io ho difeso questo”  – la gran parte dei commentatori si è premurata di rassicurare, nell’evidente tentativo di smorzarne l’impatto in alcuni casi facendola passare quasi come una non notizia, che no, la dottrina sul matrimonio non è cambiata, il magistero resta quello di sempre (e solo per carità cristiana tacciamo di coloro che si sono spinti fin sulla soglia del ridicolo arrivando a dire “ma quella frase il Papa non l’ha mai detta”). Insomma un conto è la famiglia, quale unione tra un uomo e una donna, altro conto è tutto ciò che non può dirsi famiglia. Dunque niente di nuovo sotto il sole se non un’ulteriore conferma che ora l’accento, per così dire, è rivolto più all’ascolto delle esigenze concrete delle persone omosessuali, alla loro accoglienza e al dialogo. Ma ragionare in questi termini significa guardare al dito per non vedere la luna. L’equivoco di fondo (molto probabilmente alimentato ad arte come mezzo di distrazione di massa) è consistito nel pensare che il problema fosse, appunto, solo la dottrina sul matrimonio senza considerare anche l’altra faccia della medaglia, ossia la dottrina sull’omosessualità. Non a caso Vito Mancuso, teologo insospettabile di qualsivoglia rigidità dottrinale, ha messo in relazione quanto detto dal Papa proprio con il paragrafo n. 2357 del Catechismo per sottolineare come “Alla luce di questo testo penso sia chiara la novità esplosiva delle parole di Francesco secondo cui le persone omosessuali “hanno diritto a una famiglia””. Un fatto è certo: se davvero la dottrina non è cambiata e a cambiare è stata solo la sensibilità pastorale, non c’è che un modo per tenere insieme le due cose: considerare le unioni omosessuali come puramente “platoniche” ossia senza prevedere rapporti sessuali. Se questo non accade – e così a occhio l’impressione è che nella stragrande maggioranza dei casi non accada – allora si fa fatica a credere che il magistero sull’omosessualità non sia, nei fatti, cambiato se la Chiesa è disposta ad accettare che due persone omosessuali vivano anche carnalmente la loro unione, ciò che le pone in una oggettiva condizione di peccato mortale. O ci siamo persi qualcosa? A meno che, appunto, gli “atti” omosessuali non siano più ritenuti come li ritiene – a bocce ferme – il Catechismo. Da qui la domanda, la stessa domanda che emerge tale e quale dalla vicenda McCarrick: la Chiesa considera ancora gli atti omosessuali come “intrinsecamente disordinati”, sì o no? Se sì, dal momento che tutti dicono che la dottrina non è cambiata, allora forse qualcuno avrebbe dovuto, ad esempio, far presente (ma non ci risulta che sia accaduto) al signor Andrea Rubera che compare nel documentario “Francesco”  – e che è portavoce dell’associazione di cristiani Lgbt “Cammini di speranza” che tra le altre cose il 18 giugno scorso ha organizzato un incontro sul libro “Chiesa e omosessualità, un’indagine alla luce del Magistero di papa Francesco” di un ben noto giornalista che scrive sul giornale dei vescovi – intanto che quella dell’utero in affitto è una pratica immorale sotto ogni profilo; inoltre, che se davvero lui e il suo compagno vogliono educare cattolicamente i loro figli, è ben difficile che ciò possa accadere vivendo in una oggettiva situazione di peccato mortale qualora la loro unione fosse anche fisica (giusto per la cronaca ricordiamo che il succitato Rubera insieme al signor Dario De Gregorio hanno avuto tre figli ricorrendo all’utero in affitto, e che a proposito della madre di quei bambini il signor De Gregorio espresse durante una trasmissione televisiva la suggestiva tesi, che non abbisogna di commenti, secondo cui “la madre non c’è, è un concetto antropologico, non c’è”). Se invece la risposta è no, allora bisogna passare dai fatti alle parole e dire apertis verbis, e formalmente, che per la Chiesa gli atti omosessuali non sono più peccaminosi. Di sicuro quello che sconcerta e amareggia tantissimi fedeli è la confusione, il vedere una Chiesa con i piedi in due staffe grazie a stravaganti funambolismi teologici e pastorali all’insegna del “sì, ma” che nulla hanno a che vedere con l’evangelico “il vostro parlare sia sì, sì; no, no, il di più viene dal maligno” (che poi, a dirla tutta le staffe non sono neanche due, posto che si percepisce lontano un miglio da che parte si vuole che penda la bilancia tra pastorale e dottrina). Con l’aggravante che neanche ci si rende conto che in questo modo, per un po’ di misericordia a buon mercato, non solo la Chiesa non fa loro del bene, ma è essa stessa a mettere le persone omosessuali in una situazione ad alto rischio illudendole che qualora vivessero anche carnalmente la propria omosessualità, questo sarebbe tutto sommato un dettaglio trascurabile se non addirittura lecito. Tra l’altro, ad aggravare la situazione c’è il fatto che anche in ambito cattolico sembra stia prendendo sempre più piede la tesi, niente affatto dimostrata ed anzi fortemente discussa in ambito scientifico e non solo, che vorrebbe l’omosessualità una condizione innata, un dato biologico iscritto nei geni della persona. Ciò che per molti equivale ad una sorta di “liberi tutti”, come se essendo l’omosessualità, appunto, un qualcosa di naturale e, quindi, di irreversibile non c’è che da prenderne atto e vivere il proprio essere ciò che si è il più felicemente possibile. Ora a chi ragiona in questo modo sembra sfuggire il non banale dettaglio che anche ammesso e non concesso che omosessuali si nasce, non è che questo rende meno libera e, quindi, meno responsabile dei propri atti la persona che vive tale condizione. Detto altrimenti: si può peccare comunque, sia da etero che da omosessuali, a prescindere che come uno nasce. Come? Semplicemente vivendo la propria sessualità in modo non casto, ossia in modo non conforme alla volontà di Dio. Che poi questo, all’atto pratico, per una persona omosessuale che voglia vivere cristianamente comporti la necessità di astenersi da qualsiasi rapporto, non potendo essere i rapporti omosessuali aperti alla vita e fecondi, è un fatto secondario che può piacere o meno, che può essere più o meno gravoso, ma che di sicuro non cambia la realtà. Troppo spesso si dimentica che voler bene a qualcuno non necessariamente significa fargli anche del bene. Non a caso Sant’Alfonso Maria de’ Liguori diceva che manda più anime all’inferno la misericordia della giustizia divina. Questo approccio esasperatamente realista, questo volersi quasi inchinare di fronte alla realtà, alla vita vera, all’esistenza concreta delle persone appare non solo drammaticamente miope, ma anche inficiato il più delle volte da un sentimento ultimamente riconducibile allo scandalo della croce più che ad un genuino sguardo evangelico. Non solo. Ma per quanto possa sembrare paradossale, ciò che paradossale non è affatto, non è difficile scorgere un fondo di pilatesco egoismo dietro ogni approccio così benevolo, così attento alla realtà vera delle persone, così rispettoso della loro libertà; tanto rispettoso da lasciarle libere di farsi del male rinunciando ad offrire, ad annunciare il vero bene, cioè Cristo. Come se la realtà, probabilmente anche in virtù di una approssimativa teologia dell’Incarnazione, avesse in sè un qualcosa di sacro e inviolabile. E’ come una madre che vedesse il figlio che cammina pericolosamente sull’orlo di un precipizio, e anziché fare di tutto per evitare che precipiti si limitasse a dire: “vuoi camminare sul ciglio del burrone? Tranquillo, sentiti libero, è tua la vita”. O come un medico che si limitasse a curare le ferite, senza anche (e primariamente) preoccuparsi della cosa più importante, cioè che il malato non abbia più a ferirsi. O non crediamo più che Dio ha potere di cambiare il cuore dell’uomo? Ma, si dice, i tempi cambiano; e con essi la società. E la Chiesa deve stare al passo con i tempi. Vero. Ma non siamo sicuri che lo “stare al passo con i tempi” debba necessariamente tradursi nella semplice “presa d’atto”, sospendendo cioè ogni giudizio sulla storia e sulla realtà come se il cambiamento in sé fosse un fatto positivo (e per come sono andate le cose solo nell’ultimo mezzo secolo direi che ce n’è abbastanza di che dubitarne). Così come non siamo sicuri che la semplice accoglienza, di chiunque si tratti, il semplice andare incontro con un abbraccio pieno di misericordia senza un contestuale richiamo alla conversione (del cuore, s’intende) sia sinonimo di vera carità. Tra il rendere più accattivante il “look&feel” del cristianesimo con una passata di storicismo, e il fare del Vangelo un qualcosa a misura d’uomo il passo è breve. Il che ci porta dritti alla domanda decisiva: se cioè la Chiesa ancora crede che la sua legge suprema sia la salvezza delle anime, o qualcos’altro. “Il buon Dio – diceva Bernanos – non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Il sale sulla pelle brucia. Ma le impedisce anche di marcire”. La scelta che la Chiesa ha innanzi a sé, oggi come ieri, è tra Aronne e Mosè, tra il dare al mondo un po’ di miele e dire ciò che il mondo vuole sentirsi dire anche a costo di dire ciò che non piace a Dio; oppure tornare ad essere sale, e sale che brucia sulla pelle, dicendo al mondo ciò che piace a Dio anche se ciò che dice non piace al mondo.
Luca Del Pozzo

Foto di copertina: Papa Francesco con l’allora ancora Cardinale Theodore McCarrick, che l’11 ottobre 2013, pochi mesi dopo l’elezione del 13 marzo 2013 si vantava pubblicamente di essere amico di lunga data di papa Francesco: “Bergoglio è amico mio!”.
«È l’11 ottobre 2013. Nella Villanova University, il più antico e prestigioso ateneo cattolico della Pennsylvania (lo Stato americano nel quale un gran giurì ha portato allo scoperto abusi sessuali commessi da circa trecento preti su un migliaio di vittime) l’allora cardinale Theodore McCarrick (oggi riconosciuto colpevole di ripetuti abusi sessuali su seminaristi) tiene una conferenza dedicata a papa Francesco e alla sua recente elezione. Durante la conferenza (il video è su YouTube https://youtu.be/b3iaBLqt8vg grazie al sito MessaInLatino) McCarrick conferma di essere amico di lunga data di Jorge Mario Bergoglio (“Bergoglio was a friend of mine”), e spiega di avere avuto spesso occasione di vederlo e salutarlo sia per le relazioni di amicizia con la comunità argentina di Washington sia perché, prima che il cardinale argentino fosse eletto papa, lui, McCarrick era il numero 67 nel protocollo del collegio cardinalizio, mentre Bergoglio era il nunero 72 e dunque c’era una contiguità. McCarrick però non si limita a questo. Aggiunge infatti che nel periodo precedente al conclave (si parla ovviamente di quello del 2013, seguito alla rinuncia di Benedetto XVI), quando lui ancora non pensava a una possibile candidatura di Bergoglio, un italiano molto influente, un “gentleman”, dunque un laico, visitò lo stesso McCarrick per parlargli del cardinale argentino e riferirgli che l’arcivescovo di Buenos Aires, se eletto papa, avrebbe potuto riformare la Chiesa nel giro di cinque anni. Il tono di McCarrick nella conferenza è disteso, ricco di battute. Il cardinale è contento per l’elezione di Francesco e non lo nasconde. Tiene a sottolineare la sua amicizia nei confronti del papa e utilizza alcune delle espressioni che poi diverranno abituali negli interventi del nuovo pontefice: la Chiesa che deve andare verso le periferie, l’attenzione per i poveri. Insomma, McCarrick sottolinea la sua confidenza e la sua consonanza con il nuovo papa. Tanto che a un certo punto, nel corso della conferenza, chiede apertamente a Bergoglio di cambiare profondamente il collegio cardinalizio, l’episcopato e la stessa curia romana. Non solo. McCarrick si dice certo che nel corso dei prossimi due anni (dunque dal 2013 al 2015) papa Bergoglio sarà in grado nominare cardinali simili a lui, così da consentire il profondo cambiamento auspicato. Spero, dice McCarrick, che questo papa “cambierà il papato”. Il video è eloquente e non ha bisogno di molti commenti. Viene spontaneo a questo punto pensare al memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, laddove l’ex nunzio negli Usa racconta tutta la sua sorpresa nel vedere il cardinale McCarrick (già sanzionato da Benedetto XVI) girare indisturbato, e compiaciuto, per Casa Santa Marta dopo l’elezione di Francesco, e nell’apprendere dallo stesso McCarrick che il papa l’aveva già ricevuto. E naturalmente viene spontaneo pensare all’altro episodio raccontato da Viganò, quando rivela che il 23 giugno 2013, a bruciapelo, il papa gli chiese che cosa pensasse di McCarrick e poi, dopo che il nunzio gli disse che sul cardinale c’era un corposo dossier alla Congregazione per i vescovi, Bergoglio cambiò immediatamente discorso. Quando si mette l’accento su questi nodi c’è sempre chi obietta: basta con gli attacchi proditori contro Francesco; si dimentica che è stato proprio lui l’unico a sanzionare concretamente McCarrick accettando la rinuncia alla porpora e ordinandogli di ritirarsi nella preghiera. Verissimo. Ma quando il papa ha preso questi provvedimenti McCarrick, riconosciuto colpevole dei suoi odiosi crimini e peccati, era ormai totalmente screditato e perciò indifendibile. A questo punto la vera domanda è: non sarebbe il caso che, in nome di quella trasparenza e quella parresia sempre invocate, si dicesse una parola chiara sulle liaisons dangereuses McCarrick-Bergoglio? Intanto, l’arcidiocesi di Washington ha confermato che ai seminaristi era permesso prestare servizio come assistenti all’arcivescovo Theodore McCarrick mentre egli era indagato per presunti abusi sessuali su un adolescente. Nel 2011, McCarrick si trasferì da una canonica parrocchiale ad una casa adiacente al seminario dell’Istituto del Verbo Incarnato, a Chillum, Maryland, nell’arcidiocesi di Washington. Secondo quanto riferito da due ex seminaristi dell’Istituto, quando McCarrick viveva nella residenza separata gli fu subito assegnato come assistente un prete che viveva con lui. I documenti dell’arcidiocesi confermano la circostanza e un portavoce ha detto che è probabile che l’arcidiocesi stessa abbia pagato per il mantenimento degli assistenti. Secondo gli ex seminaristi, nonostante l’Istituto avesse uno stile di vita austero, McCarrick aveva a disposizione menù da vip per i suoi pasti. Inoltre McCarrick ordinò sacerdoti dell’Istituto, sia a Washington sia all’estero. L’Istituto del Verbo incarnato fu fondato nel 1984 in Argentina da padre Carlos Miguel Buela, il quale nel 2010 si è ritirato in seguito al sospetto che avesse abusato di seminaristi, accuse riconosciute vere dal Vaticano nel 2016» (Aldo Maria Valli – Duc in altum, 31 agosto 2018).

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