Azeri-turchi hanno profanato la cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi. Il monastero medievale di Dadivank messo sotto protezione della Russia

Subito dopo l’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco, il mondo ha nuovamente assistito indifferente a manifestazioni di atteggiamenti intolleranti e razziste da parte delle forze militari di aggressione nei confronti del popolo armeno e del patrimonio religioso e storico-culturale armeno nella Repubblica dell’Artsakh.
Numerosi video e foto sono stati pubblicati nei social media azeri, che documentano le atrocità contro la popolazione civile dell’Artsakh, gli atti di vandalismo contro i khachkar, contro siti e monumenti religiosi e la loro deliberata distruzione. La documentazione di una catastrofe storica, culturale e religiosa vissuta dagli Armeni Cristiani, sotto lo sguardo (sfuggente) dell’opinione pubblica europea ed occidentale e l’inerzia dei professionisti della protesta e della difesa delle minoranze perseguitate.

La cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi profanata dai miliari azeri-turchi appena caduta nelle loro mani, 10 novembre 2020.
“QAZI QUMLAQ SUSADA” (La sabia di Qazi ha sete). Qazi è un nome maschile musulmano di origine araba, con multipli significati, tra cui giustiziere. I Qadi, nell’Impero ottomano, erano chiamati Kazi ed erano competenti territorialmente su un Cazà o un più piccolo Kadiluk. Un Qadi è un giudice di una comunità musulmana, le cui sentenze sono basate sulla legge religiosa islamica. Di cosa ha sete la sabbia del giustiziere è facile da capire.

“A questo proposito, la profanazione della chiesa del Santo Salvatore di Ghazanchetsots a Shushi, che è diventata un bersaglio della barbarie azera, è particolarmente oltraggiosa”, ha affermato in una nota il Ministero degli esteri dell’Armenia. L’atmosfera anti-armena in Azerbaigian e le azioni volte alla completa eliminazione di ogni traccia della presenza armena nel territorio dell’Artsakh sono una palese violazione del diritto internazionale, contraddicono i valori universali e dovrebbero essere severamente condannate “, ha dichiarato il Ministero degli esteri armeno. Condannando fermamente questa barbarie contro il patrimonio di civiltà dell’umanità, l’Armenia, in collaborazione con gli organismi internazionali competenti, continuerà ad intraprendere misure pratiche per ritenere i suoi autori responsabili e per prevenire completamente tali atti, ha aggiunto il Ministero degli esteri dell’Armenia.

La cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi profanata dai soldati azeri-turchi, appena dopo la conquiesta, il 10 novembre 2020.

Il Servizio di informazioni della Sede Madre della Santa Etchmiadzin ha comunicato che la Chiesa Apostolica Armena condanna fermamente l’Azerbajgian per la profanazione della cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi in Artsakh, passata sotto il controllo azero-turco: «Ci ha rattristato apprendere che nella notte tra il 9 e il 10 novembre, dopo la firma dell’accordo di cessate il fuoco tra i leader della Repubblica di Armenia, Azerbajgian e Russia per fermare le operazioni militari in Artsakh, gli azeri che sono entrati nella città di Shushi in Artsakh hanno profanato la chiesa del Santo Salvatore Ghazanchetsots, lasciando i segni sulle pareti esterne e interne della chiesa.
Condanniamo fermamente quanto accaduto come espressione di evidente vandalismo e intolleranza. Non deve essere permesso all’Azerbajgian, seguendo le orme della sua sostenitrice Turchia, di continuare la sua politica di genocidio culturale, che è stata perseguita in varie forme per decenni in Azerbajgian e nella Repubblica Autonoma del Nakhichevan che ne fa parte.
Allo stesso tempo, chiediamo alla comunità internazionale, così come alle istituzioni interreligiose ed ecumeniche, di alzare la voce e prendere le misure appropriate per fermare tale barbarie contro i monumenti e santuari religiosi e culturali nell’Artsakh e le manifestazioni di disposizioni anti-armene delle autorità azerbajgiane».

Il Primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha parlato con i Presidenti dell’Azerbajgian e della Federazione Russa Ilham Aliyev e Vladimir Putin sull’importanza di garantire la sicurezza e la normale vita ecclesiastica delle chiese e dei monasteri cristiani nell’Artsakh.
Il Servizio stampa del Cremlino ha detto in una dichiarazione, che il Presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo azero Ilham Aliyev: «In una conversazione con Ilham Aliyev, Vladimir Putin, in particolare, ha richiamato l’attenzione sul fatto che si trovano chiese e monasteri cristiani nelle regioni restituite alla Repubblica dell’Azerbaigian in conformità con la dichiarazione tripartita. A questo proposito, ha sottolineato l’importanza di garantire la conservazione e la normale vita ecclesiale di questi santuari».
Il Servizio stampa del Cremlino ha affermato che il Presidente dell’Azerbaigian “ha mostrato comprensione a questo riguardo e ha assicurato che la parte azerbaigiana agirà in questo modo”. E questo vedremo nei fatti… come poca illusione, visto la storia di quasi un secolo.

La partenza dei contingenti della forza di pace russo nell’Artsakh.

Intanto, dopo la profanazione – tra altri episodi – della cattedrale di Shushi, il Presidente Putin ha disposto che le Forze di pace russe di stanza nel Nagorno-Karabakh vengono dispiegate per proteggere chiese e monasteri – tra cui il monoastero di Dadivank – nelle zone sotto loro controllo azero-turco e osservazione russa.

Le campane del monastero di Dadivank vengono rimesse al loro posto nel campanile da Padre Hovhannés Hovhannisián, l’abate del monastero di Dadivank.

Il monastero di Dadivank, messo sotto la protezione dei contingenti della forza di pace russa, secondo quanto è stato riferito, è “fuori pericolo”. E mentre Dadivank si trova sotto la protezione delle forze di pace russe, le sue campane sono tornate, ha riferito Zartonk Media. Anche sul suo canale Telegram, il corrispondente di guerra del Komsomolskaya Pravda, Aleksandr Kots ha pubblicato video e foto sulla scena. “Le forze di pace russe al monastero di Dadivank. Qui verrà installato un NP (posto di osservazione) che si occuperà del santuario”, ha riferito.

In attesa che anche il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica Romana e la Segreteria di Stato di Sua Santità – dopo aver perso ieri l’occasione di esprimersi dalla finestra dello Studio Pontificio in Piazza San Pietro in occasione della recita della preghiera mariana dell’Angelus Domini – rompono il loro imbarazzante silenzio e prendano pubblicamente e in modo inequivocabile la difesa del patrimonio religioso, storico e culturale del popolo armeno cristiano nell’Artsakh, il Comitato esecutivo del Consiglio Mondiale delle Chiese ha invitato l’UNESCO a prendere tutte le misure possibili e appropriate per proteggere i siti sacri nell’Artsakh.

«Ci uniamo a Sua Santità Karekin II, Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli armeni, nella preghiera per la saggezza, l’unità e la calma», ha affermato in una dichiarazione il Consiglio Mondiale delle Chiese dopo l’annuncio dell’accordo trilaterale per porre fine alla guerra nel Nagorno-Karabakh.
«Siamo addolorati con tutti coloro che hanno subito terribili perdite, non solo nei rinnovati combattimenti dal 27 settembre, ma nel corso della lunga storia della lotta per l’autodeterminazione nella regione, radicando l’antagonismo più profondamente con ogni preziosa vita persa», ha detto il Consiglio Mondiale delle Chiese.
«Siamo solidali con le comunità armene che sono minacciate dal rinnovo del genocidio contro il loro popolo, in particolare alla luce dei commenti eclatanti fatti dal Presidente turco Erdogan che promette di “adempiere a questa missione, che i nostri nonni hanno portato avanti per secoli, nella regione del Caucaso” e alla luce del ruolo della Turchia nel conflitto in corso. Il Consiglio Mondiale delle Chiese condanna tali minacce, esplicite o implicite, e le azioni di coloro che si sono insinuati nel conflitto e ne hanno esacerbato la violenza, anche fornendo armi vietate a livello internazionale, inviando mercenari e jihadisti dalla Siria e altrove e cercando di trasformarlo in un conflitto religioso», si legge nella dichiarazione del Consiglio Mondiale delle Chiese, che condanna l’uso di armi chimiche e munizioni a grappolo, il mirare a civili, ospedali e infrastrutture pubbliche e tutti gli altri crimini di guerra, decapitazioni, torture e altre atrocità testimoniate nelle ultime settimane.
Il Consiglio Mondiale delle Chiese chiede anche rispetto per i luoghi sacri e il patrimonio culturale del Nagorno-Karabakh/Artsakh, sebbene i ripetuti bombardamenti della cattedrale Ghazanchetsots di Shushi l’8 ottobre 2020 e le numerose segnalazioni ricevute di altre profanazioni più recenti, indicano una realtà diversa. Il Consiglio Mondiale delle Chiese esorta anche l’UNESCO a prendere tutte le misure possibili e appropriate per proteggere questi siti.
«Chiediamo con urgenza a tutti i membri della comunità internazionale di unirsi nel sostegno agli sforzi per la protezione di tali luoghi santi, per il ritorno in sicurezza e dignità di tutti i rifugiati e gli sfollati, per la protezione del popolo armeno dalla minaccia di genocidio, per una pace duratura fondata sulla giustizia e sui diritti umani per il popolo del Nagorno-Karabakh/Artsakh e della regione più ampia, e per astenersi dall’istigare o incoraggiare l’antagonismo, il conflitto e l’ingiustizia», ha esortato il Consiglio Mondiale delle Chiese.
«Solleviamo e accompagniamo il ministero e la testimonianza continui della Chiesa della regione e preghiamo affinché i leader della Chiesa possano ricevere forza e saggezza per guidare il loro popolo in questa crisi», ha concluso il Consiglio Mondiale delle Chiese.

Alcuni giorni prima che – secondo le clausele dell’accordo di cessato il fuoco – il monastero medievale di Dadivank pieno di reliquie doveva passare nelle mani dell’Azerbaijan, Padre Hovhannés Hovhannisián, l’abate del monastero di Dadivank, ha espresso suo timore che anche questo sito venisse distrutto, visti gli antecedenti della demolizione intenzionale delle tombe nel 2005, una tragedia simile a quanto lo sedicente Stato Islamico ha perpetrato a Palmira.

Nel 2015, mentre distruggeva templi, sculture e altri tesori archeologici nella città di Palmira, lo sedicente Stato Islamico ha pubblicizzato ogni sua azione, come decapitazioni e altre violazioni dei diritti umani. Il mondo intero ha assistito alla barbarie che è stata twittata in diretta e il 1° settembre 2015 l’UNESCO ha dichiarato che si trattava di crimini contro la civiltà.

Dieci anni prima qualcosa di simile era accaduto nel Nakhichevan, un territorio enclave nei confini dell’Azerbaigian, che confina principalmente con l’Armenia e l’Iran. Ma nessuno aveva rivendicato il dubbio onore di questa distruzione culturale aliena. L’episodio è passato quasi inosservato.

È stato, tuttavia, il punto più alto di una campagna per annientare le tracce di una città: la trasformazione del cimitero medievale della città di Julfa in terra bruciata. Gli armeni vissero a Jugha – come si chiama la città in armeno – fino alla fine del XIV secolo, quando Shah Abbas il Grande li costrinse a trasferirsi da quella che sarebbe diventata la nuova capitale della Persia safavide. A Julfa rimasero i loro morti, a cui erano soliti rendere omaggio con enormi sculture funerarie, i khachkar (i tradizionali croci di pietra, decorate in modo unico, caratteristiche dell’arte medievale cristiana armena). I secoli passarono e sotto il vento perenne implacabile passò anche l’Unione Sovietica. Circa 22.000 khachkar furono lasciati in piedi; secondo altri resoconti, circa 10.000. Anche 89 chiese medievali armene e 5.840 monumenti, secondo la ricerca dell’esperto locale Argam Ayvazyan, che attualmente vive in Armenia. Nel 2005 il conteggio, secondo testimoni oculari esperti, era rispettivamente 0, 0 e 0. Come a Palmira, ma senza rumore e senza proteste.

“Padre Hovhannés Hovhannisián ha fatto sapere che non abbandonerà il monastero di Dadivank agli Azeri. Rimarrà lì per custodire il patrimonio secolare, religioso e culturale della sua terra. Preghiamo per questo coraggioso pastore” (Don Salvatore Lazzara).

La memoria di quella distruzione storica è stato riemerso, dopo che il Primo ministro armeno Nikol Pashinyan aveva confermato la firma di un accordo di pace con l’Azerbaigian per porre fine all’aggressione armata azera-turca nel Nagorno-Karabakh. “Il testo della dichiarazione è molto doloroso, personalmente per me e per il nostro popolo. Ho preso questa decisione dopo un’analisi approfondita”, ha dichiarato il 9 novembre 2020 a Sputnik, dopo aver appreso “con sorpresa” la notizia Hovhannés Hovhannisián, abate di Dadivank e parroco di Kalbajar, la città che sarebbe passata alle forze azere-turche secondo le clausele dell’accordo di cessato il fuoco.

“L’abate di Dadivank, che nel 1993 ha partecipato personalmente alla liberazione di Kalbajar, ha combattuto con i suoi figli nella guerra di aprile di 2016, e in questi giorni stava anche imbracciando le armi”. Perché, in effetti, da settembre le tensioni avevano cominciato ad aumentare e le violenze a moltiplicarsi. Dice “che era pronto per tutto, ma non per questo finale”, Padre Hovhannés Hovhannisián, che ha restaurato, ricostruito e mantenuto arredi, oggetti, khachkar e persino gli edifici del monastero.

L’amministrazione di Kalbajar era stata lasciata a capo della Repubblica dell’Artsakh, nel cuore del territorio conteso e mentre stava per tornare sotto il dominio di Baku, il sacerdote ha detto di temere il peggio. Se il combattimento di eserciti e milizie, che ha avuto ripetizioni successive dal 1993, riecheggiando secoli di violenza etnica nel Caucaso, ha causato migliaia di vittime – 30.000 morti nella sola guerra del 1993 – quale destino può aspettarli, a quei simboli, si è domandato Hovhannisián.

Dal momento dell’annuncio del cessato il fuoco, Hovhannisián non fece altro che cercare veicoli e volontari per spostare quanti più oggetti possibile a Yerevan, la capitale dell’Armenia. “Ma la cosa più importante, che è il monastero, non può essere spostata”, ha detto a Sputnik. Si tratta di un insieme di costruzioni risalenti al IX al XIII secolo, situato in una zona montuosa boscosa, a 1.100 metri di altezza, uno dei più grandi complessi dell’Armenia medievale. Dadivank è anche conosciuto come Jutavank, perché si trova su una collina, che in armeno si dice “jut”.

Il monastero di Dadivank.

Una leggenda narra che il suo fondatore fu San Dadí, seguaci dell’apostolo Giuda Tadeo, che diffuse il cristianesimo in Armenia nel I secolo. Si ritiene che le reliquie di San Dadí siano quelle trovate nel 2007 in uno scavo sotto l’altare della chiesa principale. La storia ha documentato che nel XII secolo Mejitar Gosh, il religioso e filosofo armeno, visse e lavorò lì, come fu il primo a menzionarlo.

Sebbene i primi edifici risalgono al IX secolo, la costruzione del complesso era ancora in corso nel XII secolo. Alcuni edifici furono dati alle fiammi durante un’invasione dei selgiuchidi. Dopo il restauro, altre chiese furono completate fino al XIII secolo, tra cui quella principale, Katoghike (Santa Madre di Dioi) e il campanile.

Negli anni ’60 molti dei suoi edifici sono stati danneggiati, oltre al degrado che il tempo e il clima hanno causato ai suoi affreschi. Hovhannisián ha tentato un primo restauro nel 1997 e un secondo nel 2004, e abituato a remare contro corrente, ha perseverato fino al completamento nel 2017. Tre delle quattro cappelle sono state restaurate in tutta la loro bellezza, inclusa la cupola della chiesa della Santa Vergine, situata in un punto di accesso così difficile che i materiali dovevano essere trasportati a cavallo. Verso la fine del processo, la riparazione delle strade ha permesso a sempre più fedeli a visitare il sito.

Ora l’immagine non potrebbe essere più diversa. “Gli arredi della chiesa e i khachkar devono essere spostati domani, in modo che i turchi non vengano a dissacrarli”, ha detto Hovhannisián il 9 novembre 2020 a Sputnik. “Mi fa male l’anima. Gli abitanti di Kalbajar stanno svuotando le loro case, la gente ha ricominciato a migrare. Questo è il destino di un armeno”, ha aggiunto.

Hovhannisián si era sentito disperato, “in attesa di un miracolo”, come aveva detto alla radio locale, dichiarando di non avrebbe abbandonato il monastero. “Dopo la liberazione di Kalbajar abbiamo scoperto che Dadivank era stata trasformata in una stalla. Abbiamo pulito il monastero, lo abbiamo riconsacrato e oggi lo consegniamo su un vassoio al turco? Ce ne prendiamo cura e lo conserviamo meticolosamente, e ora lo diciamo al Turchi: “Fai quello che voleto con lui?”. Per Hovhannisián è una situazione ingiusta, si è detto arrabbiato con il Primo ministro armeno Pashinyan, evocando il grande costo in termine di vite: “Che risposta diamo alle madri dei soldati morti? Cosa diciamo loro? Per cosa sono morti i loro ragazzi? Se anche noi tacciamo, le pietre dovrebbero urlare”.

Le pietre, appunto, sono state pazienti testimoni di una storia che si è ripetuta troppe volte. Armen Hakhnazarian, un’autorità sull’architettura storica armena, ha sottolineato che le radici del conflitto, a cui l’accordo di cessato il fuoco del 9 novembre vuole porre fine, sono estremamente antiche. Situata in una zona di transito per il commercio tra diversi popoli, la regione del Nagorno-Karabakh è stata invasa da arabi, turchi, mongoli e persiani, tra molti altri. Rimase come territorio armeno fino al 1840; lo fu di nuovo durante la prima guerra mondiale e fino a poco dopo; e di nuovo nel 1921.

Negli ultimi anni “la Turchia, sotto gli auspici dei suoi alleati, ha perpetrato il massacro di migliaia di armeni del Nakhichevan”, ha spiegato Hakhnazarian. “Quel massacro era in realtà una continuazione del grande genocidio armeno”. E poi, nel 1921, senza la rappresentanza armena nel dialogo, i sovietici e i turchi concordarono che sarebbe stato posto nell’orbita sovietica, che causò decenni di discriminazione contro gli armeni etnici nell’Azerbaigian sovietico.

Dopo il crollo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il parlamento del Nagorno-Karabakh votò il suo ritorno in Armenia. Quindi, ci fu, prima, uno scontro tra le autorità azere e i secessionisti e, infine, una guerra alla quale parteciparono sia degli eserciti ufficiali, sia delle milizie. Sebbene il cessate il fuoco risalga al 1994, non esisteva un accordo permanente tra l’Armenia e l’Azerbajgian per il territorio del Nagorno-Karabakh. Quella concordata il 9 novembre di quest’anno non ha nemmeno formalizzato l’indipendenza de facto della Repubblica dell’Artsakh.

Due khachkar di Julfa, datate 1602 e 1603, rimosse dal cimitero prima della sua distruzione e ora in mostra nella Santa Sede di Echmiadzin in Armenia.

Eliminare i segni simbolici, come se cancellare le impronte cancellasse la storia, è stata una costante del conflitto. La paura di Hovhannisián di ciò che potrebbe accadere alla ricchezza del complesso Dadivank proviene dal caso più palese finora: quello del cimitero armeno di Julfa nel Nakhichevan, che originariamente ospitava circa 10.000 monumenti funerari, principalmente migliaia di khachkar. Il cimitero era ancora in piedi alla fine degli anni ’90, quando il governo dell’Azerbaigian iniziò una campagna sistematica per distruggere i monumenti funerari. Diversi appelli furono presentati da organizzazioni sia armene, sia internazionali, condannando il governo azero e chiedendogli di desistere da tale attività. Nel 2006, l’Azerbaigian vietò al Parlamento europeo di indagare sulle accuse, accusandolo di un “approccio parziale e isterico” alla questione e affermando che avrebbe accettato una delegazione solo se avesse visitato anche il territorio controllato dagli armeni. Nella primavera del 2006, un giornalista dell’Istituto per il rapporto sulla guerra e la pace che ha visitato l’area, ha riferito che non c’erano rimaste tracce visibili del cimitero. Nello stesso anno, fotografie scattate dall’Iran hanno mostrato che il sito del cimitero era stato trasformato in un poligono di tiro militare. La distruzione del cimitero è stata ampiamente descritta da fonti armene e non armene, come un atto di “genocidio culturale”. Dopo aver studiato e confrontato le foto satellitari di Julfa scattate nel 2003 e nel 2009, nel dicembre 2010 l’American Association for il progresso della scienza giunse alla conclusione che il cimitero fu demolito e livellato.

Il cimitero di Julfa in una fotografia scattata nel 1915 da Aram Vruyrian.

C’erano solo circa 4.000 abitanti nella zona di Julfa, che scapparono dalle scene di guerra, ma i suoi tesori furono costantemente distrutti, a modo di affermazione storica, culturale e religiosa azera-turca. I documenti principali della loro deliberata distruzione sono stati un video registrato e delle foto scattate da Nshan Ara Karapet Topuzian (un prelato della Chiesa apostolica armena nel nord dell’Iran, dal 2006 Vescovo della Diocesi apostolica armena di Atrpatakan a Tabriz, che è sotto la giurisdizione della Santa Sede di Cilicia, morto il 27 aprile 2010 a Yerevan), dalla sponda opposta del fiume Arax vicino a Jolfa, che separa l’Iran dal Nakhichevan e direttamente dal cimitero.

La distruzione del cimitero armeno cristiano di Julfa da parte di soldati azeri nel 2006.

Le immagini mostrano soldati azeri, che distruggono i monumenti funerari con mazze, riducendo in macerie il patrimonio archeologico e gettato nel fiume. Più volte si è recato sulla sponda del fiume, da dove ha osservato la distruzione dell’antico cimitero armeno a Julfa da parte dei soldati azeri tra il 1997 e il 2006. Insieme ad altri sacerdoti armeni ed esperti iraniani di architettura, ha fotografato e filmato i soldati mentre distruggevano i khachkar e le lapidi. Ha scritto diversi articoli per il quotidiano di Teheran Alik, dove le sue fotografie sono state mostrate ad un ampio pubblico.

Le registrazioni satellitari hanno confermato quella che è stata definita “la più grande pulizia culturale del XXI secolo”, come l’ha definito The Guardian, sebbene al di fuori del Caucaso non se ne sia sentito parlare. L’American Association for the Advancement of Science (il più grande gruppo scientifico del mondo, editore della rivista Science) ha confrontato le foto scattate nel 2003, che mostravano un paesaggio punteggiato da piccole strutture, con altre scattate nel 2009. Non c’era più niente: “L’area del cimitero è stata probabilmente distrutta e successivamente rasa al suolo dai pesanti mezzi per il trasporto della terra”, ha concluso l’AAAS.

“L’episodio di Julfa è solo l’ultimo di una serie di controversie e tragedie che hanno offuscato il rapporto tra le moderne nazioni dell’Armenia e dell’Azerbaigian. Le tensioni tra i due si sono intensificate da poco dopo la caduta dell’Unione Sovietica, quando, dopo essere diventati indipendenti, fecero affermazioni contrastanti sulla regione del Nagorno-Karabakh, che era sotto l’autorità azera ma la cui popolazione era ancora in gran parte armena “, ha spiegato il contesto Sarah Pickman, una storica esperta in materia.

Quando The Guardian ha cercato di consultare le autorità azere, non ha ricevuto risposta, in linea con il ripetuto rifiuto di consentire l’ingresso di ispettori internazionali. Baku “ha addirittura negato che gli armeni siano mai vissuti nel Nakhichevan”, aggiungeva il quotidiano britannico. “Questo ostacolo rende difficile la verifica indipendente, ma l’enorme quantità di prove forensi che [Simon] Maghakyan e Pickman presentano rende il caso solido in modo che almeno non venga respinto”.

The Guardian alludeva alla denuncia originale, che Pickman ha presentato nel febbraio 2018 con Maghakyan. Lo scienziato politico ed ex esperto di diritti umani presso Amnesty International è cresciuto negli Stati Uniti ascoltando suo padre, che gli raccontava di un luogo “bello e misterioso” chiamato Julfa, situato nell’enclave azera di Nakhichevan, sede del “più grande e antico cimitero armeno del mondo”. Pubblicato sul sito web indipendente Hyperallergic, fornisce prove dettagliate e testimonianze della sua distruzione, come parte di una più ampia campagna per cancellare le impronte armene sul territorio.

Nel 1998 erano state ascoltate le prime denunce dall’UNESCO, che ha chiesto la fine della distruzione dei reperti archeologici e, nel 2000, la loro conservazione. Ciò probabilmente rimandò le azioni, ma il vandalismo continuò, lasciando un enorme nulla nel sito del cimitero, che nel XIX secolo affascinò il viaggiatore britannico William Ouseley, che paragonò il paesaggio di khackhar a un esercito di soldati.

“Quei reggimenti di pietra non esistono più; distrutte, tutte le lapidi sono state prese da Julfa o sepolte lì. Nessuno studio archeologico formale è stato mai condotto nel cimitero che era l’ultima traccia di una comunità scomparsa da tempo e il suo pieno significato storico non sarà mai conosciuto”, ha concluso Pickman.

Articoli precedenti

Una catastrofe per gli armeni cristiani e loro patrimonio dopo il passaggio di parte dell’Artsakh sotto controllo azero-turco islamico, dopo sei settimane di aggressione – 15 novembre 2020  [in fondo a questo articolo i link degli articoli precedenti sull’aggressione dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh/Artsakh]