Mons. Nosiglia: questo tempo chiede più preghiera e più comunità

Due immagini si inseguono nella Lettera pastorale ‘Non temete, io sono con voi’ dell’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia: i discepoli che sulla strada di Emmaus incontrano il Risorto, e la paura sul volto di Pietro quando si sente sprofondare nelle acque del lago. La Lettera è un vademecum per le due comunità diocesane di Torino e Susa nell’anno pastorale iniziato, perché l’esperienza dei due discepoli offre spunti interessanti per la ‘nostra’ vita quotidiana:

“Essa rivela innanzitutto quanto Gesù sia un amico vero che sta vicino a chi è in difficoltà e si faccia carico dei suoi problemi e delle sue speranze. Il viandante si affianca ai due discepoli quasi in punta di piedi, mostra interesse e attenzione a quanto dicono e cammina dunque sulla loro stessa strada. Questa confidenza li porta ad aprirgli con sincerità il cuore e a farlo partecipe della loro esperienza fatta con il Maestro, fino alla sua morte.

Noi sappiamo che i discepoli sono spaventati, sconvolti e anche delusi. Avevano condiviso con Gesù tre anni di avvenimenti intensi e coinvolgenti, dalla Galilea a Gerusalemme, con la sua tragica fine sulla croce. Soprattutto la sua morte umiliante aveva spazzato via dal loro cuore la fede nel Maestro tanto amato e la speranza in quel ‘regno’ che loro attendevano”.

La fede è un ‘dono’ per vincere la ‘battaglia’ a cui ogni credente è chiamato nella vita: “Pietro sperimenta in se stesso la prova della fede e cade nel rinnegamento del Maestro. Per questo forse esorta i cristiani a resistere alle prove della fede, sapendo che essa è come l’oro che, per essere purificato, deve passare attraverso il fuoco…

Pietro tiene dunque lo sguardo su Cristo e cammina sulle acque. Non lo fa per spavalderia o per orgoglio, ma perché è stato invitato da Gesù stesso e va verso di lui. Però, vedendo il mare in tempesta e il vento forte, ha paura e comincia a sprofondare”.

Per l’arcivescovo la fede è la forza vitale che consente a Pietro di non avere paura: “Si può pensare che sia umano e logico questo atteggiamento; che non c’entri la fede, perché si tratta di prendere coscienza di quello che si sta facendo e di affrontare una situazione difficile, superiore alle proprie forze.

In realtà, come dirà poi Cristo, rimproverando Pietro, si tratta proprio di una mancanza di fede: questa è la causa che lo fa sprofondare. Il Vangelo afferma che ciò avviene quando Pietro vede il forte vento; soffermandosi sulle avverse condizioni del tempo, non guarda più Gesù”.

La fede non è una giustificazione alla nostra azione: “La razionalità umana, la paura di morire, il giudizio sulla situazione in cui si trova in quel momento prevalgono sulla fiducia in Cristo. La discriminante tra fede e non fede o tra fede forte e fede debole sta tutta qui: abbiamo sempre delle riserve dentro di noi.

Diciamo di credere, ma in fondo cerchiamo di cavarcela da soli e abbiamo una profonda stima di noi stessi. Dio ci serve quasi come un’aggiunta, un ‘di più’ che convalida le nostre scelte, sostiene le nostre forze, ci aiuta a capire quello che noi già facciamo con cura”.

E come nella sua consuetudine mons. Nosiglia pone al centro della Lettera la comunità: “Per alimentare questa fede comune abbiamo diverse strade e risorse cui attingere: la Parola di Dio accolta, meditata e proclamata non solo per gli altri ma per se stessi; l’insegnamento della Chiesa; la preghiera delle Ore (azione liturgica comunitaria) e il Santo Rosario…

Ma occorre forse usufruire oggi anche di altri modi semplici e immediati, come possono essere gli incontri di gruppo in molteplici occasioni, in cui ci si può aprire con sincerità al dialogo sulla fede e sulla vita spirituale, scambiandosi così doni, dubbi, esigenze reciproche”.

Fulcro della lettera è la Madre di Dio: “Il ‘sì’ dell’Annunciazione non è che l’inizio di un pellegrinaggio della fede di Maria, in cui ella avanza fedelmente nella comprensione della volontà del Padre e del mistero del Figlio suo, fino alla croce, a cui partecipa associata alla sofferenza redentrice di Cristo Signore.

Ci ricorda il vangelo di Luca: Maria conservava nel cuore tutte le cose che le capitavano, liete (come l’Annunciazione) e dolorose (come la fuga in Egitto e la passione e morte del Figlio suo) ed a volte anche incomprensibili (come l’episodio di Gesù nel Tempio di Gerusalemme”.

A questa lettura evangelica l’arcivescovo propone quatto soggetti prioritari della pastorale diocesana, di cui la prima realtà è la famiglia: “La famiglia è il primo nucleo di comunità cristiana: fonte di fede e di amore a Cristo, piccola Chiesa domestica che educa a vivere il Vangelo.

E’ qui la prima, insostituibile catechesi. Per questo la famiglia deve essere sostenuta e valorizzata in ogni modo, partendo dalla sua stessa vita quotidiana prima ancora che dalla sua attiva partecipazione alla vita della parrocchia stessa”. 

Ai giovani sono dedicati alcuni capitoli della Lettera, in quanto sono ‘sentinelle del mattino: “Probabilmente occorre ricuperare la semplicità dell’accoglienza della persona, senza pretendere niente di più di quello che essa intende dare: ci vuole una capacità paziente di lasciare maturare certe scelte forti di fede e di vita.

Ciò che importa e a cui non si deve rinunciare è curare l’oratorio in questa prospettiva di prossimità, ovvero di un ambiente educante in quanto accogliente, un clima sereno e ricco di relazioni attraverso il modo di stare insieme, di giocare o di pregare, di dialogare e di incontrarsi”.

Nel pensiero verso l’accoglienza dei poveri ha ricordato i santi ‘sociali’: “Custodire significa avere a cuore, non tralasciare niente che  possa sostenere e dare aiuto a chi ce lo chiede. Tanti santi e beati (pensiamo allo stesso Piergiorgio Frassati o a san Luigi Gonzaga e a san Francesco, ai coniugi Giulia e Tancredi di Barolo) erano ritenuti ricchi e potenti, perché appartenenti a famiglie nobili e benestanti o con un mestiere ritenuto prestigioso (un militare, come fu Ignazio di Loyola); eppure, tutti non hanno esitato a farsi servi dei poveri e di coloro che erano indifesi e non considerati degni della minima attenzione”.

Ed infine una particolare attenzione al mondo del lavoro: “I volti delle fragilità sono sempre più trasversali perché, ormai, nessuno può più dirsi sicuro, di fronte all’evolversi spesso imprevisto della situazione. Penso ai tanti piccoli esercizi commerciali che hanno abbassato la saracinesca.

Penso a tanti lavoratori che vivono il dramma della disoccupazione e a tanti cinquantenni che rischiano di essere espulsi dal mondo del lavoro, che rischiano di non trovarne più uno, o a tantissimi giovani che nemmeno più lo cercano, tanto sono delusi dall’aver bussato invano a numerose porte chiuse, o che vivono la precarietà permanente di lavori sempre saltuari. Penso alle ditte artigiane o alle piccole e medie imprese, costrette a fermarsi in modo improvviso”.

La Lettera si chiude con un esplicito invito alla contemplazione e al silenzio per vivere pienamente: “Ritorno all’inizio di questa lettera, in cui pregavamo e riflettevamo su Pietro che chiede al Signore di poterlo raggiungere camminando sulle acque. Egli contempla il volto di Gesù che gli permette di affrontare anche la tempesta, segno di ogni avversità e problema che appare umanamente impossibile da affrontare.

Di questo stupore dovrebbe essere carica la nostra vita di consacrati e di laici, in quanto Dio non cessa di mostrarci le sue meraviglie, che passano sotto i nostri occhi ogni giorno. Ma i nostri occhi spesso sono come impediti nel riconoscere le opere di Dio, perché guardano troppo in basso”.

(Tratto da Aci Stampa)

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