Covid-19. Aumento ricoverati in terapia intensiva. Scontro tra governo e Regioni su trasporti, scuola e locali. Rischio del tipping point

Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera, mercoledì 14 ottobre 2020 – Elena Tebano, Editorialista della Redazione Digital – Buongiorno. I numeri dell’epidemia di Covid-19 continuano a crescere. Ieri sono stati registrati 5.901 nuovi casi, contro i 4.619 di lunedì (+1.282), e 41 morti (il bilancio peggiore dal 17 giugno), mentre altre 62 persone hanno avuto bisogno della terapia intensiva, 13,7% in più del giorno prima. Oltre ai numeri assoluti fa paura l’incremento, ormai esponenziale. Il rischio è che si raggiunga il tipping point, il punto di non ritorno oltre il quale diventa impossibile contenere l’epidemia, come spiega nell’editoriale Paolo Giordano, con la lucidità e la chiarezza che lo contraddistinguono.

Anche per questo il governo si è affrettato a varare nuovi provvedimenti restrittivi. “Ho proposto un patto ai cittadini. Noi ci impegniamo a non adottare misure più severe di quelle necessarie a prevenire e tenere sotto controllo la curva del contagio” ha detto il premier Giuseppe Conte.

Le scelte dell’esecutivo però non convincono le Regioni, soprattutto quelle governate dall’opposizione. Al di là della questione ormai superata degli ospiti a casa [*], uno dei nodi è l’affollamento dei mezzi, considerato dagli esperti del Cts (il Comitato tecnico scientifico) un rischio importante. Ridurlo costa: significa più corse e più personale. Gli amministratori locali chiedono fondi — che al momento non ci sono — oppure di diminuire gli utenti. È questo il senso della proposta del presidente veneto, Luca Zaia, di prevedere la didattica a distanza (alternata, ha poi precisato) per gli studenti delle superiori. Ha fatto infuriare la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, ma merita di essere discussa, anche se i presidi sono contrari. Infine c’è la questione di ristoranti e locali: ridurne l’attività significa danneggiare l’economia che genera, cosa che preoccupa le Regioni.

[*] Non più un divieto, ma una «forte raccomandazione». L’idea di oltrepassare la metaforica soglia delle case degli italiani e di imporre il divieto di organizzare feste o assembramenti anche dentro le mura domestiche, alla fine non è passata. Dopo uno scontro anche aspro sull’opportunità e la costituzionalità di simili misure, la linea prudente di Giuseppe Conte ha prevalso sui rigoristi del governo, da Roberto Speranza a Dario Franceschini. Ed è stato lo stesso premier, durante la cabina di regia nella Sala Verde di Palazzo Chigi, a illustrare il risultato della sua faticosa mediazione ai governatori collegati in video conferenza, presenti i ministri Roberto Speranza e Francesco Boccia.

«Sono vietate le feste in tutti i luoghi al chiuso e all’aperto», recita il Dpcm. E nelle case da oggi in avanti le feste saranno contingentate: «Quanto alle abitazioni private, è comunque fortemente raccomandato di evitare feste e di ricevere persone non conviventi in numero superiore a 6». Ma non c’è un divieto e dunque non sono previsti controlli. Lo stesso vale per la mascherina. «Non riteniamo di introdurre una norma vincolante», ha spiegato Conte, ma all’articolo 1 del decreto «è fortemente raccomandato l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie anche all’interno delle abitazioni private in presenza di persone non conviventi».
Ricordiamo bene i nomi Speranza e Franceschini, quando c’è da difendere nostri diritti costituzionali.


Le verità parziali sul Covid e il punto di non ritorno
Paolo Giordano, Editorialista
Corriere della Sera, 14 ottobre 2020

«Dovrebbero smettere tutti di parlare di questa malattia», mi ha detto un tassista di Milano alcuni giorni fa. Mi raccontava degli alberghi del centro ancora spopolati, della difficoltà di chi opera in un settore come il suo. Ho obiettato che il virus non sarebbe scomparso anche se avessimo smesso di parlarne, e lui ha ribattuto sicuro: «Ormai si è capito che non è davvero pericoloso. Lo è al massimo per qualche anziano già malato». Siamo inclini a pensare che là fuori esistano i negazionisti, persone irrazionali e fanatiche, mosse da rancori profondi, e che qui esistiamo noi, ben informati e prudenti. Ma io dubito che il tassista con cui ho discusso fosse un negazionista. Era una persona preoccupata, esasperata e un po’ confusa.

Quello che chiamiamo «negazionismo» non è una condizione univoca, semmai un continuum di atteggiamenti e mezze idee, uno spettro di tonalità nel quale ci collochiamo tutti. Dopo mesi di vita a singhiozzo, abbiamo maturato ognuno la propria resistenza personale all’ipotesi del contagio. Per alcuni si traduce nella convinzione che il Covid-19 sia una minaccia solo per una fascia ristretta della popolazione; per altri si tratta di interpretare i numeri con maggiore obiettività e accorgersi che il rischio non è alto quanto vogliono farci credere (è quel che diciamo ogni volta che ci sentiamo di puntualizzare che le terapie intensive sono ancora «mezze vuote»); per altri ancora è semplice stanchezza.

D’altra parte, se a febbraio conoscevamo a malapena il significato di espressioni come «test molecolare», «lockdown» e «superdiffusore», oggi siamo un po’ tutti epidemiologi. Basta scorrere certi post, tweet e articoli molto commentati in rete per accorgersene. È allora il momento di aggiungere al nostro vocabolario minimo pandemico un nuovo lemma: il «tipping point». Il tipping point, o “punto di non ritorno”, è la soglia che separa il regime di linearità dell’epidemia da quello di non-linearità.

Se prima della soglia il contagio evolve in maniera graduale e abbastanza ordinata, come succedeva quest’estate, oltrepassato il tipping point la situazione si aggrava a dismisura e molto rapidamente. In una parola: esplode. Il tipping point è il momento a partire dal quale le cose precipitano. Nello specifico attuale potrebbe manifestarsi in modi diversi: il monitoraggio sotto stress che inizia a perdere troppe linee di trasmissione, gli ospedali che non riescono a far fronte al flusso dei ricoveri, i tamponi che diventano troppo lenti rispetto alle richieste, i medici di famiglia sovraccarichi che non rispondono più agli assistiti, oppure la somma dei nuovi positivi che d’un tratto si trasforma in un numero ingestibile di malati.

Ci sono una miriade di soglie in questa epidemia e ognuna è come un argine. Finché tutti reggono, le cose vanno «abbastanza bene», ma se l’acqua rompe in un tratto qualsiasi il resto viene allagato in un istante. (…) Adesso il tipping point ci sta di fronte, molto vicino oppure un po’ più distante, nessuno è in grado di dirlo con certezza. (…) Ciò che conta sapere è che il punto di non ritorno non si trova al 100% di occupazione dei posti in ospedale, né all’80% né, probabilmente, al 50%. Un ospedale che abbia la metà dei suoi letti occupati da malati Covid è un ospedale che sta già operando in sofferenza, è un ospedale a cui manca organico, che si trova costretto a curare peggio, a trascurare altri malati e a rimandare interventi necessari. (…)

Questa epidemia la si fronteggia innanzitutto con la percezione che i cittadini ne hanno. In questo momento avremmo bisogno di sentire la struttura territoriale, quella immediatamente circostante, solida e funzionale, non così fragile da richiedere un’altra azione muscolare dall’alto. Se il procedere delle regioni in ordine sparso era deprecabile ad aprile, oggi sarebbe un segno di affidabilità.

L’editoriale completo su Corriere.it “Le verità parziali sul Covid e il punto di non ritorno”: QUI.

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