A Bologna p. Marella beatificato: amore per Dio e per gli uomini

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“Padre Marella si legò ai poveri e affrancò tanti ragazzi dalla schiavitù della povertà e della fame, sorelle della pandemia della guerra e che è inutile e impossibile distinguere tra loro. Voleva che nessuno rimanesse nell’inferno dell’abbandono e della disperazione e ai tanti orfani non donava soltanto un tetto, ma una famiglia e un futuro. Sono nostri e la sua paternità ci invita ad adottare chi è senza protezione. A noi, che in questi tempi ci confrontiamo con la pandemia e con le tante sofferenze fisiche e psichiche che provoca, Padre Marella insegna a non abituarci mai al male e a cercare risposte concrete e per tutti”.

Cosi ha affermato l’arcivescovo di Bologna, card. Zuppi, delegato pontificio, nell’omelia della messa di beatificazione di don Olinto Marella, celebrata domenica scorsa, giorno della festa del patrono della città, san Petronio, concelebrata dai vescovi provenienti dalla regione, insieme al vescovo di Chioggia, diocesi d’origine di p. Marella, mons. Adriano Tessarollo, davanti a 1.500 persone, nel rispetto delle norme anti Covid-19.

Durante la cerimonia, per la prima volta, è stata offerta alla venerazione de fedeli una reliquia di Padre Marella. Si tratta del manutergio, un fazzoletto di lino col quale don Olinto deterse le sue mani dall’olio santo al termine della sua ordinazione sacerdotale il 17 dicembre 1904. Il reliquiario, realizzato con la tecnica del bronzo ‘a cera persa’, è opera dello scultore Luca Cavalca e riprende le parole del salmo ‘Judica’ e sarà d’ora in poi collocato nella cattedrale di san Pietro.

Nell’omelia l’arcivescovo di Bologna, rinnovando l’ ‘obbedienza filiale’ al papa, ha ricordato che la Chiesa è sempre ‘reformanda’: “Ce lo insegna padre Marella, che accettò la sua sospensione a divinis con giustificata amarezza, ‘in espiazione’, per avere modo ‘di purificare il mio spirito e di rendermi maggiormente degno di compiere quell’apostolato per cui ogni purezza è scarsa, ogni volontà più ferrea è debole’…

Ecco, oggi contempliamo proprio i frutti di questa sua scelta di umiltà e di amore alla Chiesa, alla quale restò fedele rifiutando qualsiasi logica divisiva. Il suo è un esempio di come l’obbedienza e il servizio ricostruiscono la fraternità, proteggono da scandali che sempre la feriscono e la indeboliscono. Tutto sempre intorno a colui che presiede la comunione, il vescovo di Roma”.

Per il card. Zuppi p. Marella è stato ‘precursore’ di un’importante indicazione del papa:  “In occasione della visita qui a Bologna ormai tre anni or sono, Papa Francesco ci indicò tre P da vivere: Pane, Parola, Poveri. Il nostro beato ci aiuta proprio a capire l’unità profonda tra le tre P. Il pane dell’eucarestia diventa amore per i poveri.

Durante la S. Messa, all’atto dell’offertorio, padre Marella era solito, come segno di condivisione e espressione dell’amore di Cristo per i poveri, distribuire un piccolo sostegno invece che raccoglierlo. Al termine della celebrazione le persone consumavano in Chiesa la colazione, mensa che continuava quella eucaristica. Durante un inverno rigido e con il permesso del card. Biffi, la chiesa di san Donato venne adibita a ricovero notturno.

Al posto del tabernacolo eucaristico quello del Corpo di Gesù nei fratelli più piccoli. La Parola ha illuminato la sua vita e fedele a questa educava i ragazzi a diventare padroni di sé. La stessa casa di Dio l’ha voluta come famiglia con i poveri, costruendo luoghi dove vivere con loro e dove tutti fossero accolti e avessero un posto”.

P. Marella infatti soleva affermare che ‘la preghiera è il respiro dell’anima’: “Padre Marella si legò ai poveri e affrancò tanti ragazzi dalla schiavitù della povertà e della fame, sorelle della pandemia della guerra e che è inutile e impossibile distinguere tra loro. Voleva che nessuno rimanesse nell’inferno dell’abbandono e della disperazione e ai tanti orfani non donava soltanto un tetto, ma una famiglia e un futuro”.

Per p. Marella tutti erano fratelli ed, aiutando tutti, non lasciava indietro nessuno, specialmente nel dopo guerra: “Non perse tempo p. Marella e dopo la pandemia della guerra coinvolse tanti, direi quanti più poteva, tutti nel solidum dell’elemosina, mettendosi nel cuore della città, aiutando i bolognesi a capire la loro stessa città e a trovare il cuore…

L’elemosina è il primo modo per insegnare alla nostra società, governata dalla legge del mercato e dall’impietoso meccanismo di dare e avere, come liberarsi dal calcolo e dalle convenienze, per cui faccio una cosa solo se ne ricevo un vantaggio, se ho contropartite.

L’elemosina non attende rendicontazione né risultato immediato, neanche la gratitudine. Non dimentichiamo anche che chiedere l’elemosina è umiliante, si è sottoposti agli sguardi di tutti, non di rado anche a qualche giudizio sprezzante. Si è costretti a stare per ore all’aperto, a volte al freddo”.

E costruì la ‘Città dei Ragazzi’ (‘Non mi interessa il passato dei miei ragazzi, mi interessa il loro futuro’): “Dava responsabilità ai suoi giovani, perché come ogni padre desiderava il meglio per i suoi figli e non si dava pace finché non iniziavano a camminare da soli, consapevole che in ognuno c’era un dono, ‘secondo la grazia data’. Desiderava uomini liberi perché Dio cresce nella coscienza, non la teme, anzi la nutre, la difende”.

L’arcivescovo di Bologna ha concluso l’omelia con una preghiera: “Padre Marella, aiutaci ad essere noi i santi della porta accanto, a cercare il perdono di cui abbiamo bisogno umiliandoci nella carità, possibile a tutti, rendendo i poveri nostri fratelli, per trovare la beatitudine che non si compra e non si possiede perché si regala e si riceve.

Padre Marella insegnaci ad amare nostra Madre Chiesa, con intelligenza e umiltà, perché sia la famiglia dove tutti sono fratelli, casa per gli orfani, dove tutti sperimentino la misericordia, sentano sulla loro fragilità lo sguardo innamorato di Dio e degli uomini. La carità è la nostra gioia, perché non finisce, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta. Grazie Signore. Tutti fratelli. E nell’umiltà e nel servizio, tutti beati”.

(Foto: Diocesi di Bologna)

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