La fragilità è connessa alla umanità

“Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (Genesi 11,9).

Nella Genesi [*] il Signore, l’Eterno, vanifica il tentativo di costruire la torre, la cui cima arrivi fino al cielo e gli uomini non parlarono più la stessa lingua. Nell’episodio biblico potremmo scorgere l’inno alla diversità. Dio non tollera la omologazione della stessa lingua e lo stesso pensiero. Non sopporta soprattutto che gli uomini con una sola lingua costruiscano una città e una torre che raggiunga il cielo, per non disperdersi e il Signore allora li disperse la su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.

Molti artisti dipinsero la Torre di Babele, tra questi Pieter Brueghel il Vecchio che la dipinse tre volte. Anche se la sua prima versione è andata perduta possiamo ammirare le due tele superstiti (entrambi probabilmente del 1563), ricche di dettagli e particolari da scoprire; quella più grande, 114 x 155 cm. è esposta nel Museo Storico d’Arte di Vienna, Austria e quella più piccole 60 x 74,5 cm fa parte della collezione del Museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, Paesi Bassi. Brueghel visitò Roma nel 1552-53 ed è probabile che abbia usato il Colosseo come fonte di ispirazione per la sua Torre di Babele. A prima vista le Torri di Brueghel hanno un aspetto robusto e ben costruito, ma ad un esame più attento si vede che il progetto contiene difetti, probabilmente inseriti dall’artista per indicare come fosse audace e presuntuoso l’intero progetto. Brueghel non fu l’unico artista che volle dipingere la Torre, il suo compatriota e contemporaneo Lucas van Valckenborch ha fatto dipinti quasi identici, mentre altri hanno utilizzato la Torre nelle raffigurazioni della distruzione apocalittica di Babilonia.

Uno dei passi più complessi e difficili della Bibbia. Di non facile interpretazione. Volendone azzardare una si potrebbe dire che gli uomini nel costruire la città, la altissima torre e la stessa lingua cercano di rifuggire dall’incubo della dispersione. Ma l’eterno comunque li disperde. Cioè l’Eterno avverte l’umanità che non potrà rifuggire dalla sua fragilità. La fragilità è connessa alla umanità.

In questi giorni la cronaca vaticana evidenzia una situazione di fragilità in relazione a presunte malagestioni di soldi. La fragilità può avere una connotazione morale? In parte sì, la morale cristiana richiama a una giudiziosa rettitudine.

Ma anche no. Cioè Vatileaks 1,2 e ora 3 sono il sintomo di un disagio della comunità cristiana. Un disagio che non riguarda certamente solo la gestione economica, ma anche quella politica e teologica. Ha senso additare la presunta corruzione? Esiste una sostanziale disarmonia della comunità vaticana che ha delegato alcuni ad esprimere il disagio? Sono argomenti complessi, ma profondi, che mostrano come in una valutazione psicanalitica la questione è molto più complessa che non una semplice valutazione morale.

Lo scatolone di Vatileaks 1 che Benedetto XVI passò a Francesco è una specie di vaso di Pandora non esplorato. Da fuori il Vaticano si addita la debolezza di uomini consacrati, da dentro si inneggia a una pulizia morale integerrima. In entrambi i casi si mira al ristabilimento di una città con la sua torre e la sua lingua.

E se invece l’Eterno volesse avvertire la sua Chiesa che la fragilità è un dato strutturale della comunità e che solo considerandola si potrà scongiurare la possibilità del suo agìto?

[*] La Torre di Babele (in ebraico migdàl Bavèl) è la leggendaria costruzione di cui narra la Bibbia nel libro della Genesi 11,1-9, che presenta un importante parallelo in un poema sumerico più antico, Enmerkar e il signore di Aratta, e nel Libro dei Giubilei. Riferimenti più o meno ampi ad essa si trovano anche nelle opere di scrittori d’età ellenistica e romana: nei frammenti di Alessandro Poliistore e di Eupolemo, negli Oracoli sibillini, in Flavio Giuseppe. La storia biblica della Torre di Babele deriva probabilmente dalla reale e principale ziqqurat di Babilonia (“Babele” è considerato sinonimo di Babilonia), conosciuta come Etemenanki, centro religioso principale della città e di tutta l’area circostante.
“Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (Genesi 11,1-9).

Foto di copertina: L’Ars aedificandi. Miniatura della Bibbia Morgan, chiamata anche Bibbia dei crociati o Bibbia Maciejowski, c.1240/50, The Pierpont Morgan Library, New York.

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