Presidente Arayik Harutyunyan: non è l’Azerbaigian, è la Turchia che combatte contro l’Artsakh. Circa 4.000 jihadisti della Syria combattendo con i turchi dalla parte azera

Questa notte sono proseguiti i pesanti combattimenti lungo la linea del fronte sud-est e nord nella Repubblica dell’Artsakh (o Nagorno Karabakh) – a maggioranza cristiana armeno -, scoppiati dopo che l’esercito azero ha iniziata un’offensiva ieri, domenica 27 settembre 2020. La reazione dal mondo non si è fatto attendere, anche se, ovviamente in Italia – almeno fino ad ora – dicono sempre poco. Fatto di estrema importanza, nella recrudescenza del conflitto nella Repubblica dell’Artsakh o del Nagorno Karabak – a maggioranza cristiana armena – si è scoperto che in appoggio agli Azeri ci sono ancora una volta i Turchi e che hanno fatto arrivare lì migliaia di soldati dai fronti caldi, la Siria in particolare.

Nell’area da tempo è alta la tensione tra Armenia e Azerbaijan, con scontri tra esercito azero e degli armeni del Nagorno-Karabakh. Le due ex repubbliche sovietiche hanno combattuto una sanguinosa guerra, scoppiata in gennaio del 1992, costata la vita a 30.000 persone. Dal 1994 è in vigore un accordo di cessate il fuoco fra i due Paesi, che però non sono mai arrivati a una pace, malgrado la mediazione di Stati Uniti, Francia e Russia attraverso il cosiddetto Gruppo di Minsk.

Dopo la recita dell’Angelus Domini in Piazza San Pietro ieri, il Santo Padre Francesco ha fatto un appello, parlando a grandi linee del Caucaso, senza parlare esplicitamente dell’Armenia, dell’Artsakh o dell’aggressione azero con sostegno turco: “Sono giunte preoccupanti notizie di scontri nell’area del Caucaso. Prego per la pace nel Caucaso e chiedo alle parti in conflitto di compiere gesti concreti di buona volontà e di fratellanza, che possano portare a risolvere i problemi non con l’uso della forza e delle armi, ma per mezzo del dialogo e del negoziato. Preghiamo insieme, in silenzio, per la pace nel Caucaso”.

Poche ore prima, Papa Francesco ha ricevuto in Udienza al Domus Sanctae Marthae Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni con suo Seguito, che ha chiesto aiuto alla Santa Sede e ha illustrato cosa sta accadendo nell’Artsakh. Prima di ripartire ha rilasciato una intervista al Messaggero, in cui ha raccontato cosa ha detto al Papa: «Durante il colloquio gli ho raccontato cosa sta accadendo, entrando anche nei particolari. Gli ho spiegato dell’attacco dell’Azerbaijan lungo tutta la linea di confine con il Nagorno, fatta utilizzando gli ultimi tipi di armamenti pesanti, l’artiglieria e anche dei droni che hanno attaccato villaggi armeni. Ci sono vittime purtroppo. Una situazione che ci preoccupa e spaventa». Il Papa «ha detto che esprime dolore davanti a queste notizie. Poi ci ha informato che all’Angelus avrebbe fatto un appello per invocare la pace e il cessate il fuoco». L’appello lo ha fatto parlando a grandi linee del Caucaso, senza parlare esplicitamente dell’Armenia o nel Nagorno. È deluso? «Che vuole che le dica. È mio fratello spirituale è lui che decide come esprimersi. Naturalmente noi avremmo sperato in altre parole ma è lui che decide come esprimersi. Noi siamo fratelli con amore e convinzione e accettiamo le espressioni usate dal nostro fratello. Lui ha consigliato e ha invitato a tornare ai negoziati». Per quanto riguarda eventuali iniziative comuni, Karekin II ha detto al Messaggero: «C’è collaborazione tra noi. Il Papa ci ha manifestato dolore e noi abbiamo condannato questo attacco, spiegandogli anche come la Turchia stia sostenendo l’Azerbajian ad intraprendere la guerra. Anche in questo contesto noi riteniamo che questo attacco sia stato immaginato con il supporto turco. Lo scopo è di rafforzare la propria posizione militare della Turchia nella regione posizionando gradualmente le proprie forze armate lungo il confine armeno». «Abbiamo appreso anche notizie che ci turbano. Per esempio si parla dell’invio di jihadisti. Visto l’odio in generale verso gli armeni nelle attività della regione non possiamo escludere questa dinamica. Siamo molto preoccupati».

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che il suo governo sta osservando molto da vicino la situazione nella zona di conflitto del Nagorno Karabakh e cerca di fermare la violenza. Ieri, in una Conferenza Stampa alla Casa Bianca, quando a Trump è stato chiesto il suo punto di vista sulla recente riacutizzazione, ha affermato che gli Stati Uniti non solo guardano la situazione “molto fortemente”, ma si assicurano anche di intervenire se necessario. “Lo stiamo esaminando molto attentamente. Abbiamo molti buoni rapporti in quell’area, vedremo se riusciremo a fermarlo”, ha detto Trump ai giornalisti.

“Siamo molto preoccupati per questo attacco aggressivo e massiccio. L’Azerbaigian non mostra alcuna intenzione di agire per la riduzione dell’escalation”, ha detto il Ministro degli Esteri dell’Armenia Zohrab Mnatsakayan in un’intervista a Francee24. “E, naturalmente, siamo preparati per qualsiasi scenario, che è molto pericoloso per la regione. Ma come dicevo, siamo pronti a difendere in modo più deciso”, ha aggiunto. Mnatsakayan ha sottolineato, che la cosa più inquietante è, che c’è una nuova componente in gioco, la forza destabilizzante della Turchia, che è molto visibile in questo conflitto, che è presente con la sua forza militare, con la sua aviazione.

Da anni sono in stallo i colloqui di pace condotti dall’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, che tenta una mediazione provando a rafforzare il cessate il fuoco del 1994 tramite il Gruppo di Minsk, con diplomatici di Francia, Russia e Usa. Prendendo atto del drammatico aumento della violenza lungo la linea del fronte odierno e dei rapporti sulle vittime civili, il Presidente in carica dell’OSCE, il Primo Ministro e Ministro per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, Edi Rama, ha chiesto un urgente allentamento della situazione. “Invito tutti i soggetti coinvolti a tornare immediatamente al cessate il fuoco, prima che il bilancio umano di questo conflitto aumenti ulteriormente”, ha detto Rama. Rama ha osservato che i copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE e il Rappresentante personale del Presidente in carica, Ambasciatore Andrzej Kasprzyk, sono stati in stretto contatto con le parti in conflitto. Rama ha detto di sostenere pienamente i loro sforzi per stabilizzare la situazione sul fronte e ha ribadito che non vi è alternativa a una soluzione pacifica negoziata del conflitto. Ha sottolineato il suo sostegno agli sforzi dei copresidenti di riprendere quanto prima dei negoziati sostanziali senza precondizioni. Il Presidente in carica dell’OSCE ha anche espresso le sue condoglianze alle famiglie di coloro che hanno perso la vita in questa ultima ripresa della violenza.

L’Artsakh o Nagorno Karabakh (fino al 2017), ufficialmente Repubblica dell’Artsakh (in armeno Artsakhi Hanrapetut’yun) o Repubblica del Nagorno Karabakh (in armeno Lernayin Gharabaghi Hanrapetutyun), capitale Stepanakert, è de facto uno Stato a riconoscimento limitato, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian e riconosciuto solo da tre stati non appartenenti all’ONU. Come previsto dal referendum costituzionale del 20 febbraio 2017 il Paese mantiene ufficiali entrambi i toponimi.

Situato nel Caucaso meridionale, nella regione del Nagorno Karabakh (anche “Alto Karabakh” o “Karabakh Montuoso”), confina a ovest con l’Armenia, a sud con l’Iran, a nord e ad est con l’Azerbaigian. La questione del Nagorno Karabakh è complessa, ha origine con la Rivoluzione Bolscevica del 1917, quando il Nagorno Karabakh fu inglobato nella Federazione Transcaucasica, che poi si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno Karabakh venne rivendicato sia dagli armeni (che all’epoca costituivano il 98% della popolazione) sia dagli azeri. Per volere di Stalin il territorio passò all’Azerbaigian e nel 1923 venne creata l’Oblast Autonoma del Nagorno Karabakh. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica la questione riemerse. Gli armeni lamentando l’azerificazione forzata della regione, con il supporto dell’Armenia iniziarono a mobilitarsi per riunire la regione alla madrepatria. Nel settembre 1991 il soviet locale, utilizzando la legislazione sovietica dell’epoca, dichiarò la nascita della nuova Repubblica del Nagorno Karabakh, dopo che l’Azerbaigian aveva deciso di fuoriuscire dall’Unione Sovietica. Seguirono un referendum ed elezioni ma nel gennaio dell’anno seguente la reazione militare azera accese il conflitto che si concluse con un accordo di cessate il fuoco nel 1993. Da allora sono in corso negoziati di pace sotto l’egida del Gruppo di Minsk.

Gli attuali confini territoriali sono stati determinati al termine del conflitto scoppiato nel gennaio del 1992, dopo l’avvenuta proclamazione di indipendenza e corrispondono, grosso modo, a quelli dell’antica regione armena di Artsakh. Alcune porzioni del territorio (parte della regione di Shahoumyan e i bordi orientali delle regioni di Martouni e Martakert) sono sotto controllo azero pur essendo rivendicate dagli armeni come parte integrante del loro Stato.

Arayik Harutyunyan (Stepanakert, 14 dicembre 1973) è il Presidente della Repubblica dell’Artsakh dal 21 maggio 2020. Nel 1992 si unì all’Esercito di Difesa del Nagorno Karabakh e partecipò alla guerra di liberazione. Si è laureato in economia alla Università dell’Artsakh per poi intraprendere la carriera lavorativa come manager bancario in una filiale di una banca armena a Stepanakert e questo gli valse il soprannome di “Banki Arayik”. In seguito diresse alcune imprese private come la Karabakh Gold Factory. Fra il 1995 ed il 1997 è stato assistente del Ministro delle finanze. Il suo ingresso in politica risale al 2004 allorché appoggiò uno dei candidati all’elezione di sindaco della capitale. È stato Primo ministro della Repubblica del Nagorno Karabakh, ora Repubblica di Artsakh, dal settembre 2007 fino all’abolizione della carica nel settembre 2017. La sua elezione avvenne per voto unanime del Parlamento su proposta del Presidente Bako Sahakyan. Nel corso delle elezioni parlamentari del 2005, Harutyunyan presentò la lista “Libera Patria”, che ottenne dieci seggi su trentatré. Nel nuovo Parlamento, Harutyunyan presiedeva la commissione dedicata all’economia ed alla finanza. Il 22 settembre 2012 è stato riconfermato Primo ministro su indicazione del Presidente Bako Sahakyan ed ha formato il nuovo governo. In conseguenza al modificato assetto istituzionale dello Stato confermato dal referendum del febbraio 2017, essendo stato eliminato l’ufficio del Primo ministro, Harutyunyan ha assunto la funzione di Ministro di Stato, carica ricoperta fino al giugno 2018. Si è candidato alla Presidenza della Repubblica nelle elezioni del 2020, risultando il più votato al primo turno con oltre il 49% dei voti; il mancato superamento della soglia del 50% lo ha portato al ballottaggio e con l’84,5% dei voti è stato eletto Presidente della Repubblica. È sposato ed ha due figli.

Combattiamo non solo contro l’Azerbaigian, ma anche contro la Turchia, ha detto oggi, 28 settembre 2020 in una Conferenza Stampa Arayik Harutyunyan, il Presidente della Repubblica dell’Artsakh. Ha detto che la parte azera sta utilizzando le attrezzature, i jet F-16 e gli UAV [Unmanned Aerial Vehicle, aeromobile senza pilota a bordo, come drone, ecc.] più all’avanguardia a disposizione dell’esercito turco. “Gli stessi jet F-16 che sono stati sul territorio dell’Azerbaigian per oltre un mese con il pretesto di azioni militari congiunte, sono stati utilizzati dalla mattina”, ha detto il Presidente. “Voglio che questo sia un messaggio chiaro a tutto il mondo. Non è l’Azerbaigian, è la Turchia che combatte contro l’Artsakh. Non vengono utilizzati solo UAV e jet F-16, ma è presente anche un contingente militare, per non parlare di mercenari e volontari di altri paesi “, ha affermato il Presidente Harutyunyan.

Secondo informazioni dell’intelligence, circa 4.000 jihadisti siriani stanno prendendo parte alle azioni militari scatenate dall’Azerbaigian contro l’Artsakh, informa l’Infocenter Unificato Armeno. A seguito del contrattacco intrapreso dalle unità dell’Esercito di Difesa dell’Artsakh, l’avversario subì pesanti perdite di personale ed equipaggiamento militare. L’ Esercito di Difesa dell’Artsakh ha respinto l’aggressore da una serie di posizioni precedentemente perse, ha affermato in un comunicato il Ministero della Difesa, che ha condiviso filmati che mostrano diverse dozzine di cadaveri di soldati azeri rimasti sul lato armeno del fronte. Secondo informazioni verificate, le vittime militari sono 81. Il rappresentante del Ministero della Difesa armeno Artsrun Hovhannisyan ha detto oggi, che la parte azera ha avuto 200 perdite di combattenti e che ha anche perso 4 elicotteri, 27 UAV, 33 carri armati e mitragliatrici da guerra, 2 unità di armature ingegneristiche. A seguito del contrattacco dell’Esercito di Difesa dell’Artsakh, 11 unità di armatura dell’avversario sono state catturate insieme ad altri equipaggiamenti militari, tra cui un BMP 3 [BMP sta per Boevaja Mašina Pekhoty ovvero Veicolo di combattimento della fanteria sovietica, che è stato visto per la prima volta in Occidente nel 1990. Equipaggio: 3 (capocarro, pilota e cannoniere) + 7 passeggeri. Armamento secondario: 3 mitragliatrici PKT da 7.62 mm. Armamento primario: cannone/lanciatore 2A70 da 100 mm; cannone automatico 2A72 da 30 mm]. La parte armena ha riferito di 31 dei suoi soldati uccisi in azione, più di 100 feriti. Due civili – donna e bambino – sono stati uccisi anche nei bombardamenti azeri.

Fonte: Armradio – Radio Pubblico dell’Armenia, Yerevan, Repubblica dell’Armenia.

Postscriptum

1. Siamo alla presenza di un attacco ad una popolazione cristiana armena. Evidentemente ai Turchi non è bastato il genocidio degli Armeni e adesso usano degli mercenari jihadisti islamici per fare il lavoro sporco.

2. Genocidio: sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, una razza o una comunità religiosa
Il termine genocidio fu utilizzato per la prima volta dal giurista Raphael Lemkin per designare, in seguito allo sterminio degli Armeni consumato dall’Impero Ottomano nel 1915-16, una situazione nuova e scioccante per l’opinione pubblica. Tuttavia, fu solo dopo lo sterminio posto in essere dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e l’istituzione di un tribunale internazionale per punire tali condotte, che la parola genocidio iniziò a essere utilizzata nel linguaggio giuridico per indicare un crimine specifico, recepito sia nel diritto internazionale sia nel diritto interno di numerosi paesi. L’accordo siglato a Londra l’8 agosto 1945 tra Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e URSS, prevede, infatti, la categoria dei “crimini contro l’umanità”, che include lo stesso genocidio e rientra a sua volta nella più ampia categoria dei crimini internazionali. Il 9 dicembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU ha poi adottato una convenzione che stabilisce la punizione del genocidio commesso sia in tempo di guerra sia nei periodi di pace e qualifica come genocidio: l’uccisione di membri di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso; le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; la sottomissione del gruppo a condizioni di esistenza che ne comportino la distruzione fisica, totale o parziale; le misure tese a impedire nuove nascite in seno al gruppo, quali l’aborto obbligatorio, la sterilizzazione, gli impedimenti al matrimonio ecc.; il trasferimento forzato di minori da un gruppo all’altro. Tale definizione è stata accolta nell’art. 6 dello Statuto della Corte penale internazionale firmato a Roma il 17 luglio 1998.

3. La prossima volta che ascolterai una spiegazione settaria alla moda del conflitto, considera questo:
– La Turchia sunnita sostiene l’Azerbaigian sciita.
– L’Iran sciita sostiene l’Armenia cristiana. I nazionalisti azeri turchi in Iran (circa un quarto della popolazione dell’Iran sono azeri) si radunano a favore dell’Azerbaigian e le forze di sicurezza stanno reprimendo le manifestazioni. La paura di questo sentimento è una delle ragioni per cui l’Iran ha rilasciato dichiarazioni pubbliche a favore dell’Azerbaigian.
– L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sunnita sostengono l’Armenia cristiana (e si oppongono all’Iran sciita).
– L’Israele ebraico (che ama gli Emirati Arabi Uniti sunnita e non la Turchia sunnita) sostiene l’Azerbaigian sciita.

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