Dio si è fermato nei Paesi Bassi. Nella più profonde crisi di fede della storia, ci sono semi di speranza, soprattutto tra i giovani

Il Regno dei Paesi Bassi [*] oggi, tra i Paesi più scristianizzati d’Europa e dell’Occidente, rappresenta una periferia di ciò che resta del cattolicesimo occidentale. Qui, la Chiesa Cattolica Romana un tempo gloriosa, fattasi alfiere dell’adeguamento al mondo, ha vissuto a partire dagli anni Sessanta una caduta impressionante della pratica religiosa (declino che ho vissuto direttamente, essendo nato in Belgio, a qualche chilometro di distanza dalla frontiera). Tuttavia, il cattolicesimo che sta rinascendo da quelle macerie è di tutt’altro segno rispetto al recente passato. Ed è portatore di un messaggio anche per realtà come l’italiana, solo un po’ più indietro sul piano inclinato della secolarizzazione (lo disse al mio parroco, al mio arrivo nel 1983, che qui non si era visto ancora niente, ma che sarebbe arrivato, come da noi al nord).

Sono trascorsi ormai più di dodici secoli da quando il monaco anglosassone San Willibrord convertì i Frisoni, popolazione germanica che abitava gli attuali Paesi Bassi. I cattolici oggi sono circa 3,5 milioni su una popolazione di 17 milioni e solo 150.000 vanno a Messa la domenica. Le chiese parrocchiali chiudono una dopo l’altra in tutte le diocesi e vengono trasformate in pub, luoghi di svago o altri tipi di edifici profani. L’Arcidiocesi di Utrecht conta sulla carta solo 700.000 cattolici.

Però, nonostante tutto, il seme della fede produce nei Paesi Bassi, ancora, frutti che danno speranza. «Solo chi ha un rapporto personale con Cristo manterrà la fede». È quanto afferma il Primate dei Paesi Bassi, il Cardinale Willem Jacobus Eijk, Arcivescovo metropolita di Utrecht, al giornalista di Avvenire Andrea Galli nel libro-intervista “Dio vive in Olanda” [*] (Ares 2020, pp. 136). Sulla copertina del libro si trova l’inquietante domanda di Gesù: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). Ma il titolo esprime la fiduciosa scommessa sul “piccolo resto” di credenti, sul ricambio generazionale che alla tempesta rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta vede oggi sostituirsi “un carattere veramente cattolico già nel modo di celebrare la liturgia: ‘lex orandi, lex credendi’”.

Il punto di caduta, spiega il Cardinale Eijk, è stato sulla devastazione sacramentale: «Mi sembra che crediamo tutti poco alla forza dei sacramenti. Gesù vuole continuare la sua vita in noi, come affermava San Jean Eudes. Con il Battesimo veniamo trasfigurati così da somigliare a Gesù. Questo è confermato nella Cresima, in cui lo Spirito Santo ci dà la forza di essere testimoni di Gesù in questo mondo. E il sacramento dell’Eucaristia alimenta la nostra trasfigurazione in Gesù. Mentre il nutrimento ordinario è trasformato nelle sostanze del nostro corpo, nel caso dell’Eucaristia succede l’opposto: noi, ricevendola, siamo trasformati in Eucaristia, cioè in Cristo. E Cristo continua in noi la sua vita terrena, per cui noi, assomigliando a lui, incontriamo le stesse difficoltà che ha avuto lui, per esempio nelle sue numerose dispute con gli scribi e i farisei. I martiri gli assomigliano nella morte violenta, che subiscono per la loro fede in lui. Gesù vive in noi anche la sua vita celeste, che si manifesta fra l’altro in una profonda gioia spirituale, una forza grandissima per un essere umano. La società, con tutta la tecnologia di cui è capace, può darci comodità e piaceri, ma non la gioia spirituale. Questa può donarcela solo Cristo, perché si tratta di un dono celeste. Chi ha gustato una volta questa gioia spirituale non vuole perderla facilmente, e una volta gustata, ma persa, sentirà sempre una mancanza nella sua vita. Questa gioia, frutto di uno stretto rapporto con Gesù, non soddisfa i sensi ma la persona nella sua totalità, corpo e anima. Si può sentire solo a volte, ma non importa, è una forza profonda che aiuta il credente a rimanere un seguace fedele di Cristo».

Il libro “Dio vive in Olanda” è anche la prima biografia italiana del Cardinale Ejik, uno dei membri più belle del collegio cardinalizio, benché poco conosciuto in Italia (come del resto ai più quasi tutto quello che si trova fuori dai confini nazionali), che costituisce anche la prima biografia italiana dell’Arcivescovo metropolita di Utrecht. Racconta così la sua giornata tipo: «Mi alzo alle 5 e mezza, faccio la doccia, mi vesto e vado in cappella. Inizio il giorno con una preghiera a Dio e l’offerta di me stesso al Cuore Immacolato di Maria, per prepararmi al sacrificio della Messa, che inizio a celebrare tra le 6 e le 6 e un quarto, dopo di che mi fermo a meditare sulle letture del giorno, mezz’oretta, poi prego il Breviario fino all’Ora Terza». Seguono la colazione, la lettura dei giornali, gli appuntamenti e le visite pastorali, il tempo per il Rosario pomeridiano e una breve passeggiata, la cena e una ventina di minuti per l’esame di coscienza davanti al tabernacolo prima di andare a letto entro le ore 23.00.

Figlio di madre cattolica e padre battista, Willem Jacobus viene battezzato a 6 mesi insieme alla sorella di 5 anni. Ma è la fede viva della sua maestra che gli fa conoscere Gesù. Così fa la Prima Comunione a 6 anni e da quel momento – afferma il cardinale – «il fuoco che lo Spirito Santo ha acceso in me mediante questa donna non si è mai più spento». Affascinato dal suono dell’organo, ha imparato a suonarlo così come a servir Messa come chierichetto. Combattuto tra il desiderio di studiare medicina e quello di seguire Cristo come sacerdote, diventa prima medico e, dopo alcuni giorni di esercizi spirituali, sostiene di non riuscire più a resistere «al desiderio di farmi prete». Sacerdote, teologo morale e docente, è ordinato vescovo nei Paesi Bassi, nella nazione dove la prostituzione è stata completamente liberalizzata, la cannabis promossa in tutti i modi, il suicidio assistito, l’eutanasia e l’aborto sono fenomeni endemici. Tali politiche sono figlie della crescita economica degli anni Sessanta e di «una cultura iper-individualista, che divenne secolarizzazione e accettazione di un’etica dell’autonomia, in base alla quale l’uomo ha il pieno diritto di disporre anche della propria vita».

Il declino della pratica religiosa nei Paesi Bassi è successivo al Concilio Vaticano II, osserva il Cardinale Eijk: «Dal 1965 al 1975 c’è stato un dimezzamento dei fedeli che andavano a Messa la domenica. Dopo il 1975 c’è stato un rallentamento ma non un’inversione di tendenza. Un’intera generazione di giovani ha lasciato la Chiesa nel giro di pochi anni e non ha trasmesso la fede ai figli, tranne eccezioni». Tuttavia se da una parte è innegabile che «adesso molta meno gente viene in chiesa», dall’altra occorre riconoscere che «quelli che sono rimasti sono più credenti e hanno una vita di preghiera, soprattutto se sono giovani».

Spiega il Cardinale Eijk: «Una delle intenzioni del Concilio Vaticano II era che la Chiesa si aprisse alla società, cosa che ha fatto, ma la società da parte sua non si è aperta alla Chiesa. Anzi l’ha espulsa dalla vita pubblica. La Chiesa poi è caduta in una delle più profonde crisi di fede della sua storia e non si trova oggi nella posizione migliore per trasmettere la fede alla società. Molti laici e molti pastori sono confusi riguardo ai contenuti della fede. Solo dopo aver messo in ordine la propria casa, la Chiesa sarà di nuovo davvero capace di evangelizzare il mondo».

Testimone credibile del Vangelo, in un contesto culturale e sociale ostile, senza concedere spazio alla mentalità di questo mondo contraria ai gemiti dello Spirito, Cardinale Eijk denuncia che «le correnti della teologia morale che negano l’esistenza di norme assolute offrono alla gente delle soluzioni facili per le sfide che incontrano. Quello che descrive il Catechismo fa pensare al nostro tempo, anche al comportamento di coloro che sono chiamati ad annunciare la verità nella Chiesa. L’Anticristo alla fine dei tempi si manifesterà nella sua massima potenza, ma sappiamo che agisce già nel presente. Gesù ci ha messi in guardia nel Vangelo diverse volte. Il nostro compito è annunciare la fede e vivere la fede».

Il Cardinale Eijk, in alcuni passi del libro selezionati e pubblicati da Sandro Magister sul suo blog “Settimo Cielo”, denuncia l’«iper-individualismo» di una società sempre più «intollerante» nei confronti di «un essere che la trascenda, sia esso la famiglia, lo Stato, la Chiesa o Dio».

«Il suo è il racconto che parla di una Chiesa che fu gloriosa e dopo il Concilio – fattasi avanguardia delle aperture più scriteriate – è finita in macerie», ha spiegato Andrea Galli a “Il Timone”. «Però un piccolo resto è sopravvissuto alla catastrofe, un piccolo resto fedele alla dottrina cattolica, che è come un seme che fa intravedere un futuro… di rinascita. Quello che sta emergendo è che la Chiesa “progressista” si estingue, l’altra, anche se non può vantare performance, resiste e si rigenera».

Per il Cardinale Eijk, la fede non scomparirà, anzi sta già rinascendo in quel «piccolo resto» di fedeli: «Penso che avverrà in molte parti del mondo quello che è già avvenuto da noi in Olanda. C’è stato un risanamento silenzioso tramite il ricambio delle generazioni. […] Perché chi rimarrà alla fine nella Chiesa? I preti e i laici del ’68, di quegli anni di sbandamento, con idee ultraprogressiste, non ci sono quasi più. In Olanda sono rimasti coloro che credono, che pregano, che hanno un rapporto personale con Cristo».

[*] Il nome del Paese correttamente è “Paesi Bassi” (in lingua neerlandese “Nederland”), spesso impropriamente indicati – non solo su Google, per esempio, ma anche dagli stessi abitanti – come rispettivamente lingua olandese e Olanda (come erroneamente anche nel titolo del libro-intervista di Galli), che è solo una delle quattro nazioni costitutive del attuale Regno dei Paesi Bassi.
Il nome è in riferimento alla bassa elevazione e alla topografia piatta, con solo il 50% circa del territorio che supera 1 metro sopra il livello del mare e quasi il 26% che scende sotto il livello del mare.
La forma al plurale in Italiano (mentre in neerlandese è al singolare) fa riferimento alle “Diciassette Province dei Paesi Bassi” (indicate storicamente anche col nome di “Paesi Bassi asburgici”) furono un’unione personale di stati dei Paesi Bassi dal XV al XVI secolo, che comprendevano gli attuali Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, buona parte del Nord della Francia e una piccola parte della Germania dell’Ovest. Le Diciassette Province erano originariamente amministrate dai Duchi di Borgogna della Casa di Valois e successivamente dagli Asburgo, nella linea spagnola prima e poi in quella austriaca. Dal 1512 le Diciassette Province fecero parte della Provincia Borgognona del Sacro Romano Impero.

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