I paradossi del cattolicesimo borghese (1): evviva l’etica… ma non troppo!

In queste brevi riflessioni voglio evidenziare alcune storture dell’attuale modo di essere cattolici. Queste storture vengono qui chiamati paradossi, benché il senso etimologico della parola lo sconsiglierebbe, e sono tipiche di un cattolicesimo borghese, cioè di quel cattolicesimo praticato e vissuto nei Paesi che economicamente sono più avvantaggiati.

L’individuazione di questi paradossi non vuole essere una critica, ma una presa di coscienza, un rendersi conto di ciò che svilisce o abbrutisce la testimonianza dei cattolici in quei Paesi. Ci si colloca, pertanto, dentro un punto di vista che è interno alla Chiesa, perché proviene dall’esperienza e dalla riflessione nella Chiesa e sulla Chiesa, ma che è allo stesso tempo esterno, facendo proprie le ragioni di coloro che, pur affascinati dal Vangelo, sono fuori dalla Chiesa. Il primo paradosso che vorrei affrontare lo vorrei intitolare così: “Evviva l’etica ma … non troppo!”

I cattolici amano parlare dell’etica. Tuttavia lo fanno solo per ciò che riguarda il tema della famiglia e della bioetica. Essi sembrano assenti o meglio silenti quando occorre trattare di temi come la corruzione, la legalità, il rapporto datore di lavoro-operaio che l’attuale crisi sta modificando, temi nei quali il discorso etico ha la sua dignità. Si ha quasi l’impressione che l’etica debba essere messa nel circolo della discussione solo quando vengono toccati alcune delicate questioni.

«L’etica sì ma non troppo!» …come a dire che i cattolici sono interessati e ne parlano volentieri solo quando il più o meno famoso politico di turno parla di eutanasia o di matrimoni tra persone dello stesso sesso. In altri settori della vita pubblica l’etica rimane silenziosa, perfino assente. Eppure quei cattolici che si riempiono la bocca di etica, apparendo cultori della materia, dovrebbero essere delle brave sentinelle anche quando altri temi scottanti, di fronte a fatti evidenti di cronaca, diventano dominio dell’opinione pubblica.

E questo per un semplice motivo: non si può suscitare il minimo dubbio di essere collusi con strutture di peccato presenti nel nostro Paese. Sotto la famosa dicitura di valori non negoziabili dovrebbero rientrare la lotta contro la corruzione, l’impegno costante per la legalità, la creazione di un nuovo rapporto datore di lavoro-operaio fondato sul rispetto della dignità della persona, la lotta alla prostituzione, temi questi che hanno un risvolto nel discorso etico e non solo politico.

Non possono esserci alcuni valori negoziabili e altri no per i cattolici e questo perché la fede in Cristo pro-voca una nuova umanità, crea un umanesimo diverso. Si è in Cristo nuova creatura al punto tale che ogni morale non solo che non sposa la weltaschuang del cristianesimo, ma disumanizzante dovrebbe essere oggetto di critica da parte dei cattolici. Sull’etica si corre il rischio di essere cattolici a metà, al 30% o 20%.

Dobbiamo, come Chiesa, recuperare quella capacità di meravigliare che era caratteristica tipica dei primi cristiani che venivano ammirati per la loro condotta irreprensibile. Così, infatti, si esprime l’autore ignoto della Lettera a Diogneto: «I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.

La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo, nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita mirabile e indubbiamente paradossale.

Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro e ogni patria è straniera. [..] Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti e da tutti vengono perseguitati» (A Diogneto, V, 1-11).

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