Ex presidente della Bolivia Evo Morales accusato di “terrorismo, genocidio e delitti contro la salute”

Al culmine di una protesta che prosegue da sei giorni e che sta spaccando la Bolivia tra “indigeni” e “bianchi”, arriva una nuova incriminazione per l’ex Presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia, profugo in Argentina da un anno, dopo essere stato dimesso con la forza, costretto a fuggire di notte, a bordo di un aereo fornito dal Messico, con i Paesi confinanti che solo all’ultimo avevano concesso il sorvolo sugli spazi aerei che li riguardavano. Il Governo del Presidente transitorio Jeanine Añez, legittimato dalle Forze Armate, ha chiesto e ottenuto dalla Procura generale l’incriminazione di Juan Evo Morales Ayma per “terrorismo, genocidio e delitti contro la salute”, già colpito da un ordine di cattura per i due primi dei tre reati.

Sorretti dalla potente Centrale Operaia Boliviana (COB) migliaia di contadini, piccoli commercianti, autotrasportatori, hanno formato dei blocchi stradali che impediscono la circolazione e spezzano in due il Paese. Oltre al cibo e altri prodotti di base, c’è una grave carenza di bombole di ossigeno. La pandemia continua a colpire duro la popolazione e negli ospedali giacciono molti pazienti in terapia intensiva o hanno bisogno dei respiratori meccanici. Ci sono già state 31 vittime la settimana scorsa che le autorità sanitarie attribuiscono alla mancanza di ossigeno. Lunedì è entrato in azione l’esercito per proteggere i servizi pubblici, le infrastrutture strategiche e scortare i convogli sanitari. A Santa Cruz de la Sierra sono entrati in azione i “comitati civici” che avevano guidato la rivolta contro Morales. Ci sono stati scontri tra squadre di “bianchi” e pattuglie “indigene” che presidiano i blocchi stradali.

Jeanine Añez, che rappresenta la classe medio alta che per 13 anni è stata esclusa dal potere politico dominato dal ex leader dei cocaleros e fondatore del MAS, “Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos” (Movimento per il Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli), aveva indetto per il 6 settembre, poi rinviate al 18 ottobre, le nuove elezioni presidenziali che devono sostituire del novembre del 2019, annullate per frode, avallato anche dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres.

Dall’esilio in Argentina, Morales ha chiesto ancora ieri di levare i blocchi. Ha proposto a tutti i movimenti sociali e sindacali che lo appoggiano di accettare un “accordo definitivo e inamovibile” sullo svolgimento delle elezioni generali in Bolivia il 18 ottobre. Su Twitter ha rivolto un appello a considerare l’approvazione di una proposta elaborata dai movimenti sociali e dal Tribunale supremo elettorale. Il “verbale d’accordo” allegato al tweet, scrive Swissinfo, prevede la “garanzia” dello svolgimento definitivo delle elezioni il 18 ottobre “senza ulteriori rinvii”.

Ciononostante, il Governo ha comunque deciso di affidare alla magistratura una seconda indagine e di far incriminare Evo Morales, perché responsabile dei blocchi che hanno messo in ginocchio il Paese e concorso al decesso dei 31 malati di Covid-19.

Evo Morales ha incontrato suo amico Papa Francesco sei volte. “Hermano Papa, buen dia!” (Fratello Papa buon giorno!), ha detto Morales in occasione dell’Udienza privata del 15 dicembre 2017 in Vaticano. “Evo!”, lo ha salutato, per nome, Papa Francesco.

Il 15 aprile 2016, il Santo Padre Francesco aveva ricevuto in Udienza Juan Evo Morales Ayma, il quale, successivamente, aveva incontrato anche l’Arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Recitava il Comunicato di rito della Sala Stampa della Santa Sede: “Durante i colloqui, svoltisi in un clima di cordialità, sono stati affrontati alcuni temi attinenti all’attuale congiuntura socio-economica del Paese, con speciale considerazione per le politiche sociali. Ci si è, quindi, soffermati sulle relazioni tra la Chiesa e lo Stato, evocando la lunga tradizione cristiana della Bolivia e il decisivo contributo della Chiesa alla vita della Nazione. Non si è mancato di fare riferimento anche a questioni di comune interesse, quali l’educazione, la sanità e l’aiuto ai più poveri”.

Morales aveva donato al Santo Padre tre volumi sulla coca (“Coca, una bio-banca“, “Coca, dieta citogenica“ e “Coca, fattore anti-obesità”). Il Papa li ha presi e ha ringraziato. Morales, parlando della bevanda tradizionale fatta con le foglie di coca ha detto: “Io la prendo e mi fa molto bene. Gliela raccomando. Così ce la fa per tutta la vita”. Un altro dono era una busta in legno di Tupac Katari, leader indigeno (1750-1781), capo aymara di una delle più significative rivolte indigene contro le autorità coloniali nell’Alto Perù, l’attuale Bolivia, che fu torturato e ucciso per squartamento. Quindi Morales ha dato al Papa una cartella con dentro dei documenti, tirandone fuori uno in particolare: “Qui c’è una letterina che le mandano i Movimenti Popolari“, ha detto, con riferimento al loro incontro mondiale dove il Papa intervenne nel luglio dell’anno scorso proprio in Bolivia, a Santa Cruz de la Sierra. Molto affettuoso il saluto con cui il Papa e Morales si sono salutati al termine dell’udienza.

In occasione del Viaggio Apostolico in Bolivia, al momento dello scambio dei doni durante la Visita di Cortesia nel Palazzo del Governo a La Paz l’8 luglio 2015, Morales ha regalato a Papa Francesco un “crocifisso”, che fece molto discutere. Si trattava della riproduzione di un oggetto disegnato dal gesuita Luis Espinal, difensore in Bolivia di operai e minatori, ucciso dai paramilitari del regime di Luis Garcia Meza il 22 marzo 1980, due giorni prima di Monsignor Oscar Romero in Salvador. Invece che alla tradizionale croce, il Cristo è inchiodato ad una rivisitazione della “falce e martello”, simbolo comunista. All’arrivo all’aeroporto di El Alto, Morales aveva messo al collo di Papa Francesco una “chuspa”, il tradizionale contenitore di lana aymara contenente foglie di coca che si usa masticare o utilizzare per il the. La Bolivia è il maggiore produttore di coca.

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