Il giovane libanese Joe Elias Akiki simbolo della tragedia di Beirut. Morto mentre stringeva la croce tra le mani

Nella immane tragedia avvenuta al porto di Beirut il 4 agosto scorso, un giovane cristiano di 23 anni è diventato simbolo della speranza di una vita che non si ferma al nostro corpo mortale. La storia che segue è raccontata da Giovanni Bernardi su “la luce di Maria” di oggi, 11 agosto 2020.

La piccola croce che il giovane Joe Elisa Akiki teneva in mano prima di morire. Il suo corpo esanime è stato ritrovato dai soccoritori, durante le ricerche, con questa croce stretta tra le sue dita.

Si chiamava Joe Elias Akiki e lavorava nel porto della capitale libanese per pagarsi gli studi in ingegneria elettronica presso l’Università di Notre Dame-Louaize, un ateneo cattolico in cui il ragazzo studiava dal 2016. Il giovane Akiki è morto tenendo in mano una piccola croce. Ha pregato fino all’ultimo, nella speranza della vita eterna. La sua storia è diventata virale sui social network e anche l’università in cui studiava gli ha dedicato un post.

Il corpo del giovane ritrovato tra le macerie di Beirut

Il corpo del giovane è stato ritrovato il 7 agosto tra le macerie. Tuttavia, appena rinvenuto dagli operatori che eseguivano le ricerche tra le macerie, un particolare è subito saltato agli occhi, già pieni di lacrime per il dolore. Joe Elisa Akiki è passato a miglior vita stringendo con tutte le forze una croce nella sua mano. L’immagine, catturata da chi ha visto suo corpo esanime, ha fatto il giro dei social network diventando il simbolo del terribile disastro che si è compiuto in Libano.

La notizia diffusa sui social network

La giornalista Christiane Waked ha diffuso la notizia sul suo profilo Twitter. “Intrappolato per tre giorni sotto l’edificio crollato, Joe Akiki ha pregato tutto il tempo tenendo la croce in mano, è morto pregando, è morto serenamente”, ha scritto la giornalista.

La dedica dell’università cattolica in cui Joe studiava

Anche l’università in cui Joe studiava ha dedicato a lui una dedica con un post pubblicato su Facebook e Twitter. La frase con cui si apre il messaggio di cordoglio è molto significativa, una citazione di Santa Teresa di Lisieux: “Non sto morendo, sto entrando nella vita”. “È con grande rammarico che l’NDU saluta Joe Elias Akiki”, ha scritto l’università. Inviando “le sue più sincere condoglianze alla sua famiglia e ai suoi cari”. “Possa la tua anima riposare nella pace eterna“, ha infine scritto l’università nel post che accompagna la citazione di Santa Teresa.

La terribile distruzione di Beirut

L’area del porto della capitale libanese è stata completamente distrutta il 4 agosto scorso, a causa di due terribili deflagrazioni. Una delle due esplosioni ha raggiunto un raggio di ben nove chilometri, portando con sé la distruzione di edifici e abitazioni. Colpendo anche diverse chiese, moschee e ospedali, già in difficoltà a causa dell’emergenza coronavirus, che ha reso le strutture sanitarie del Paese sature e in situazione molto critica.

Il Ministero della Sanità ha divulgato diverse informazioni sull’accaduto e pare che al momento si siano registrati più di 150 morti, e oltre cinquemila feriti. Il Ministro della Sanità Hamad Hassan ha inoltre spiegato che tra i feriti se ne sono almeno 120 che versano in condizioni piuttosto critiche.

Le stime dei danni e l’aiuto di Papa Francesco e della CEI

Il Governatore della Città di Beirut, Marwan Abboud, ha comunicato le stime sui danni prodotti dall’evento catastrofico, tra i 3mila e i 5mila milioni di dollari, che colpiscono almeno 300mila persone, “impossibilitate a dormire nelle loro case”.

Anche la Santa Sede, profondamente toccata da quanto accaduto, ha deciso di prendersi carico materialmente della situazione di emergenza. Papa Francesco ha fatto una prima donazione di 250mila euro alla Chiesa in Libano, mentre la Conferenza Episcopale Italiana ha destinato 1milione di euro dei fondi del 8 per mille per gli aiuti in Libano. Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede, dopo l’evento catastrofico, ha affermato che “in questi momenti di difficoltà e sofferenza” l’aiuto che arriva dalla Santa Sede “vuole essere un segno dell’attenzione e della vicinanza di Sua Santità verso la popolazione colpita e della sua vicinanza paterna alle persone che si trovano in gravi difficoltà“.

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