Il papa prega per il Libano

Anche al termine dell’Angelus di domenica scorsa papa Francesco ha chiesto di pregare per la situazione libanese: “In questi giorni il mio pensiero ritorna spesso al Libano; lì vedo una bandiera del Libano, un gruppo di libanesi. La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai Libanesi, a collaborare per il bene comune di questo amato Paese. Il Libano ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme.

Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo, ma prego perché, con l’aiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte. Invito la Chiesa in Libano ad essere vicina al popolo nel suo Calvario, come sta facendo in questi giorni, con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione.

Rinnovo inoltre l’appello per un generoso aiuto da parte della comunità internazionale. E, per favore, chiedo ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e che vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre, e soffre tanto”.

Subito dopo l’appello del papa l’Onu ha stabilito in una bozza dell’Emergency response framework (Efr) che al Libano serviranno $ 117.000.000 nei prossimi tre mesi per rispondere alla crisi generata dall’esplosione: in particolare serviranno subito $ 66.300.000 per le strutture sanitarie che hanno accolto i feriti, ai rifugi di emergenza per chi è rimasto senza casa, alle organizzazioni che si occupano di distribuire il cibo e a quelle che gestiscono la prevenzione e l’ulteriore diffusione del Covid-19. Inoltre almeno 15 strutture sanitarie, inclusi tre grandi ospedali, sono stati gravemente danneggiati nell’esplosione e oltre 120 scuole potrebbe chiudere privando delle lezioni circa 55.000 bambini.

Mentre nei giorni scorsi papa Francesco ha inviato, tramite il Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale, un primo aiuto di € 250.000 “in sostegno alle necessità della Chiesa libanese in questi momenti di difficoltà e di sofferenza”, si legge in una nota del Vaticano.

L’aiuto di papa Francesco servirà per soccorrere le persone colpite dalla terribile esplosione, che ha provocato morti, feriti, sfollati, distruggendo edifici, chiese, monasteri, strutture civili e sanitarie: “A fronte delle urgenti necessità, è stata immediata la risposta di soccorso da parte delle strutture cattoliche, mediante centri di accoglienza per gli sfollati, unitamente all’azione di Caritas Libano, Caritas Internationalis e varie Caritas sorelle”.

Anche la CEI ha destinato alla popolazione libanese € 1.000.000, dai fondi dell’8 per mille  per ‘l’assistenza sanitaria per i feriti, cibo, acqua, alloggio per gli sfollati, sostegno psico-sociale per i soggetti più vulnerabili’: “La Chiesa italiana esprime cordoglio e vicinanza alla popolazione libanese e assicura la propria preghiera per le vittime, i loro familiari e i feriti”.

Lo stanziamento della Cei è destinato al sostegno dei piani di intervento d’emergenza di Caritas Libano, tramite Caritas Italiana, per i prossimi 12 mesi. In coordinamento con le agenzie umanitarie presenti, la Caritas sta già fornendo cibo, farmaci, assistenza medica, beni di prima necessità, kit igienico sanitari, e prevede di continuare tali azioni per i prossimi mesi. Inoltre, sosterrà gli interventi per la riparazione delle abitazioni, le azioni di riabilitazione, l’accompagnamento e il sostegno al reddito per le fasce più povere e vulnerabili della popolazione.

Caritas Libano grazie all’immediato sostegno della rete Caritas, ha subito attivato un primo piano di intervento della durata di un mese per rispondere a tre bisogni urgenti della popolazione locale: assistenza sanitaria per gli oltre 5.000 feriti (inclusa la salute mentale), fornitura di acqua e alimenti, alloggio per gli oltre 300.000 sfollati. Nello specifico il piano punta a raggiungere più di 84.000 persone con aiuti di vario genere.

Purtroppo le conseguenze di questa tragedia si protrarranno nel lungo periodo, e questo è solo il primissimo intervento di risposta. L’impegno della Caritas e delle altre organizzazioni umanitarie sarà quindi necessariamente lungo e complesso, concentrato nell’assistenza umanitaria ma anche nella riabilitazione, nell’accompagnamento e nel sostegno al reddito per le fasce più povere e vulnerabili della popolazione, anche grazie ad un’ampia mobilitazione del volontariato locale.

Senza dimenticare le azioni già avviate per la gestione del conflitto e la riconciliazione, al fin di ridurre il rischio di tensioni sociali e politiche. Subito dopo l’attentato Rita Rhayem, direttore di Caritas Libano, ha parlato a Caritas Internationalis di ‘grave attentato’:

“E’ una situazione terribile e disastrosa e oggi ci troviamo nella confusione più totale. La situazione è critica e questa è la prima volta che affrontiamo un’emergenza di tale portata ma noi non ci fermiamo e andiamo avanti per aiutare tutte le persone in difficoltà…

Vi sono molti morti e molti feriti, e da un punto di vista sanitario il quadro probabilmente peggiorerà rapidamente a causa degli effetti dei gas tossici. Caritas Libano si sta preparando a questa eventualità, ma i nostri centri sanitari non hanno mezzi per affrontare una simile evenienza e le operazioni di salvataggio sono rese ancora più difficili dalla mancanza di elettricità”.

Mentre dal portale dell’Università Cattolica di Milano il vescovo di Batroun, mons. Mounir Khairallah, ha descritto la situazione in cui si trova il Libano: “La cosa peggiore di cui non siamo testimoni oggi è che la maggior parte di coloro che si occupano degli affari politici non si preoccupano che dei propri benefici e interessi, indeboliscono la fiducia riposta su terzi condannando coloro che sono a capo di istituzioni costituzionali.

Inoltre si sforzano di essere fedeli non al Libano, ma alle loro basi popolari e ai propri partiti. Così privano il Paese della fiducia dei governi arabi e internazionali, malgrado la convinzione dell’importanza del Libano, del suo ruolo, delle potenzialità e delle capacità del suo popolo”.

Ed ha rivolto l’appello ai Paesi ‘amici’ di non abbandonare il Libano: “Intanto coltiviamo la speranza che un giorno il Libano rivivrà nel suo ruolo di Paese oasi dell’incontro culturale, religioso e politico tra Oriente e Occidente e nel suo messaggio di convivenza. La nostra storia, che ha conosciuto conflitti molto più gravi, ci permette di sperare in un avvenire migliore.

Al tempo stesso bisognerà sopportare la crisi sociale, economica e monetaria che ha conseguenze catastrofiche sulla popolazione e in particolare sui giovani. Il deprezzamento inedito della moneta (il dollaro vale 8.000 lire libanesi mentre a ottobre ne valeva 1.520), l’impennata dei prezzi, i licenziamenti su larga scala e le restrizioni bancarie sui prelievi e i trasferimenti all’estero, i tagli della corrente 24 ore su 24.

Più della metà dei libanesi vive ormai sotto la soglia di povertà. Circa la metà della popolazione attiva è disoccupata. Tutto ciò sotto il peso insostenibile dell’accoglienza di un milione di rifugiati siriani e di mezzo milione di rifugiati palestinesi”.

(Foto: Tgcom)

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