La Basilica cristiana Hagia Sophia convertita in moschea “Ayasofya-i Kebir Cami-i Şerif”. Gran Mufti tiene il sermone impugnando la spada

Ieri, 24 luglio 2020 – 97° anniversario del Trattato di Losanna che smembrò l’Impero ottomano – si è svolta a Costantinopoli (Istanbul) la celebrazione della prima preghiera del venerdì da quando il Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha deciso di ripristinare, dopo 86 anni, le funzioni di culto islamico nella basilica cristiana Hagia Sophia, della Divina Sapienza, ribattezzata Ayasofya-i Kebir Cami-i Şerif (Grande Moschea Benedetta della Grande Hagia Sophia), suscitando polemiche in tutto il mondo. “Era il mio sogno da quando ero bambino”, ha detto Erdogan ai giornalisti. E ripetendo la mezza verità storica: “Oggi questo luogo ritorna alla sua originalità, fu una moschea e anche da oggi rimarrà come moschea”, ribadendo che le porte della Ayasofya-i Kebir Cami-i Şerif saranno aperte a tutti – di ogni fede – che vogliono visitarla.

Sono stati distesi tendaggi a copertura dei dipinti, delle raffigurazioni e dei preziosi mosaici. Il pregiato pavimento in marmo è stato coperto da un tappeto, scelto direttamente da Erdogan, di colore verde testa d’anatra con motivi ottomani del XVII secolo.

Alle ore 13.10, prima dell’inizio della preghiera, il Presidente Recep Tayyip Erdogan – che per l’occasione portava un berretto islamico e aveva bocca e naso coperti da mascherina, come il resto dei presenti – in ginocchia davanti al Prof. Dr. Ali Erbaş, il Diyanet Isleri Baskani (Presidente del Direttorato per gli Affari Religiosi della Turchia), ha pronunciato i primi 5 versi della Sura al-Baqara, la seconda Sura del Corano. Era in prima fila, accompagnato tra gli altri dal Direttore delle Comunicazioni, Fahrettin Altun; dal suo genero e Ministro delle Finanze, Berat Albayrak; dal Vicepresidente Fuat Oktay; dal Presidente della Grande Assemblea Nazionale della Turchia (TBMM), Mustafa Sentop; e dal leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahceli. Erano presenti anche i leader di alcuni Paesi dei Balcani e della Somalia, dove la presenza turca, anche militare, è sempre più importante. Inoltre, erano presenti l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani e il leader del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Sarraj.

Dopo cerimonia, Erdogan e Bahçeli hanno visitato la tomba del sultano ottomano Mehmet II il Conquistatore – lo stesso che trasformò la basilica di Haga Sophia in una moschea, che restò tale fino al 1934, quando il governo laico di Mustafa Kemal Atarurk decise di convertire la basilica diventata moschea in un museo – di cui si sente il successore morale, il Califfo.

Il video della diretta TV del telegiornale di Stato TRT.

La cerimonia di apertura è stata trasmessa in diretta dal telegiornale di Stato TRT, condivisa su piattaforme di social media e canali televisivi, tra cui gli account personali sui social media di Erdogan e l’account Twitter ufficiale aperto con il nome di Ayasofya-i Kebir Cami-i Şerif.

Le immagini diffuse in diretta dai media ufficiali hanno mostrato la zona gremito e Erdogan ha poi detto che 350mila fedeli islamici hanno pregato dentro e fuori Hagia Sophia. Il governatore di Istanbul, Ali Yerlikaya, attorno a mezzogiorno ha annunciato che l’area era affollata al limite consentito per il Covid-19, quindi gli ingressi sono stati bloccati.

Il khatib (colui che fa il sermone) era Ali Erbaş, classe 1961, ulema (gli ulema sono nel mondo musulmano i dotti nelle scienze religiose, cioè soprattutto teologi e giureconsulti, al di fuori di ogni carattere sacrale, considerati depositari e tutori della legge religiosa islamica, la sharia) e dal 16 septembre 2017 Presidente del Diyanet, il Direttorato per gli Affari Religiosi, cioè la massima autorità religiosa della Turchia, Gran Mufti.
Il Gran Mufti di Costantinopoli, con il titolo di Sheikh ul-Islam, era la suprema autorità giuridica islamica sunnita dell’impero ottomano, fino al 1922. La sua figura rappresentava il corpo dei giurisperiti islamici nei rapporti con il Sultano ottomano. Con la nascita della Turchia moderna, la carica sussiste, profondamente modificata, come quella di Presidente del Diyanet ad Ankara, che è un funzionario statale, ancora oggi chiamato con l’appellativo tradizionale di Gran Mufti della Turchia.

Salito sul minbar (pulpito), dove erano state innalzate due bandiere verdi, il colore dell’Islam, il Gran Mufti Erbaş impugnava una spada ottomana.

Nell’Islam la spada ha un altissimo significato simbolico. Ha tre mezzelune che simboleggiano i tre continenti oggetto della conquista ottomana e sulla sua lama è inciso il primo versetto della Sura della Conquista. Erbaş impugnava la spada nella mano sinistra, a rappresentare l’Islam come religione di pace. Secondo la tradizione islamica, la spada nella mano destra è simbolo di conquista, serve a spaventare il nemico. “Nell’Islam la conquista non è intesa come un’occupazione – ha sostenuto Erbaş – ma è conquista dei cuori”. Intanto, quello che si vede nel video (da cui sono tratte le foto) offre un’immagine equivoca: impugna la spada sì con la mano sinistra, ma con la mano destra sul pomice dell’impugnatura.

Il gesto di Erbaş ha comunque fatto scalpore nel mondo cristiano, interpretato come un segno di sfida. Ai giornalisti, che gli hanno chiesto come dovesse essere interpretato suo gesto, Erbaş ha spiegato che la spada ottomana è “una tradizione nelle moschee che sono il simbolo della conquista e Hagia Sophia è un simbolo di conquista”. Il gesto non casuale altamente simbolico, che soddisfa l’aspirazione neo-ottomana del Califfo Erdogan.

Degli analisti ritengono, che la decisione di Erdogan di riconvertire Hagia Sophia in moschea, abbia lo scopo di galvanizzare la sua base elettorale conservatrice in un contesto di difficoltà economiche aggravate dalla pandemia di coronavirus.

La Grecia, la vicina della Turchia, ha condannato con forza questa misura, definendola una “provocazione al mondo civilizzato”. Il Vicepresidente della Commissione europea, il greco Margaritis Schinas, ieri ha commentato: “Penso che la Turchia debba decidere quale posizione geopolitica avere e a chi vuole allinearsi. Se vuole lavorare con l’Europa sulla base dei nostri principi e valori, quello che sta accadendo a Santa Sofia non è un buon punto di partenza”.

La proposta “par condicio” del Patriarca ortodosso serbo

Alla vigilia della riconversione in moschea il Patriarca ortodosso della Serbia, Irenei, ha chiesto la par condicio: se ex museo deve tornare luogo di culto, dovrebbe essere concesso in modo paritario sia ai musulmani sia ai cristiani, ai quali dovrebbe essere garantito il diritto di celebrare le loro cerimonie liturgiche all’interno, esattamente come ai musulmani. La proposta di Irenei è contenuta in un comunicato ufficiale: “Noi consideriamo l’annullamento della decisione di Atatürk e la riconversione unilaterale di Hagia Sophia in moschea non solo un’ingiustizia storica, ma anche un movimento politico affrettato e inutile, dannoso sia per l’immagine internazionale della Turchia nel mondo, sia per le relazioni e la fiducia tra cristiani e musulmani nel mondo”, si legge. “Ci auguriamo che sia chiaro a tutti che l’alternativa per il futuro non è un confronto indotto artificialmente da due grandi religioni mondiali, il cristianesimo e l’islam, ma la pace tra i loro credenti, o meglio: non solo la pace o solo la tolleranza, ma anche il rispetto reciproco, nonché il dialogo e la cooperazione in tutto ciò che serve al bene generale delle persone e dei popoli, senza mettere a repentaglio l’identità religiosa e culturale di nessuno”. E quindi, il Patriarca Irenei formula la sua proposta: “A nostro avviso, l’unica soluzione giusta, se si vuole modificare la decisione di Kemal Pasha, è quella di mantenere lo status di museo, e di dare il permesso di culto non solo ai musulmani ma anche ai cristiani. La chiesa è abbastanza spaziosa da offrire a tutti lo spazio per il culto senza ostacoli. Una soluzione del genere non sarebbe un precedente nel mondo moderno. Non solo a Gerusalemme o nel Sinai – e questi sono i luoghi santi per i credenti di entrambe le religioni – ma anche altrove, anche in Serbia e in alcune altre regioni in cui vive il popolo serbo, sia una chiesa che una moschea spesso stanno l’una accanto all’altra, a testimonianza della simbiosi storica, della tolleranza e della fiducia tra i vicini”.

Nel hutbe, il sermone che ha pronunciato, Erbaş ha definito “un momento storico” la prima preghiera islamica dopo 86 anni svoltasi ieri a Hagia Sophia riconvertita in moschea. “Grazie a Dio, si è terminato la nostalgia che era diventata un profondo dolore al cuore di questa nazione. L’apertura al culto islamico di Hagia Sophia è come l’incontro con la prima goccia d’acqua dei fedeli innocenti e di tutte le moschee ‘tristi’ e della Moschea di al-Aqsa. “Oggi Hagia Sophia riacquista la sua congregazione”, ha aggiunto, affermando che “è guarita la ferita aperta” che si era creata e che si tratta di “un luogo in cui la vasta misericordia dell’Islam viene nuovamente mostrata al mondo”. E questo perché Santa Sofia rappresenta “un simbolo di rispetto per la fede e la convivenza morale”, un simbolo di “pace e tolleranza”. “Nella moschea di Hagia Sophia continuerà ininterrottamente il viaggio morale verso la fede e la preghiera”. “Oggi è un giorno simile a quello di 70 anni fa, quando 16 muezzin dei 16 minareti della Moschea del Sultano Ahmet [la Moschea Blu], situato proprio di fronte a Hagia Sophia, riempirono di gioia l’aria di Adhan, dopo una pausa di 18 anni – ha detto Erbaş -. Oggi è il giorno in cui i credenti si alzano in preghiera con lacrime di gioia, si inchinano con sottomissione e si prostrano per fortuna. Oggi è il giorno dell’onore e dell’umiltà”. “Come credenti, il nostro più grande dovere oggi è lavorare per la misericordia e la tolleranza, la pace, la tranquillità e la bontà. Il nostro dovere è quello di lavorare giorno e notte in modo che il bene e la giustizia prevalgano sempre sulla terra. Il nostro dovere è quello di essere garanti della giustizia nelle regioni assediate da crudeltà e ingiustizia, lacrime e impotenza”, ha aggiunto Erbaş. “Crediamo che la terra sia la nostra casa comune. Crediamo che tutti in questa casa, indipendentemente da convinzioni, razza o colore, abbiano il diritto di vivere in sicurezza, dignità, libertà e umanità”, ha aggiunto Erbaş. Per questo, “sotto la cupola di Hagia Sophia invito tutta l’umanità ad abbracciare giustizia, pace, compassione ed equità. Vi esorto a promuovere valori universali e principi morali che proteggano l’onore di essere un essere umano. Rivolgendomi al mondo intero, vorrei dire che le porte della Moschea di Hagia Sophia saranno aperte a tutti i servitori di Allah, proprio come le moschee di Suleymaniye, Selimiye, Sultan Ahmet e altre”.

Al termine del sermone, dai quattro minareti di Hagia Sophia quattro muezzin hanno invitato alla preghiera che segna l’inizio del rito e Erbaş ha pronunciato la Sura al-Fatiha, la prima Sura del Corano, che per i musulmani racchiude l’essenza del loro Libro. È usata come preghiera e come formula rituale per sottolineare la pietas islamica di chi la recita.

Una riproduzione moderna di alta qualità fatta a mano della spada di Mehmet II il Conquistatore.

Postscriptum

Visto che non conosco ne turco, ne arabo e che non sono un ulema musulmano, mi siano concessi degli errori, che a segnalazione ragionata volentieri correggerò.

89.31.72.207