Mons. Pompili traccia una visione della realtà dopo il coronavirus

‘Come gli uccelli del cielo’: è il titolo della Lettera pastorale del vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili; un testo che “vuole essere quasi come una guida per ripartire senza far finta che non ci sia stata la pandemia, cogliendo anzi l’occasione per trasformare la tragedia in opportunità: quella di operare quei cambiamenti che già prima si auspicavano e che adesso in qualche modo diventano necessari”.

Il testo raccoglie una riflessione maturata da mons. Pompili nei cinque anni trascorsi dalla pubblicazione dell’enciclica di papa Francesco, in cui il vescovo di Rieti ha tentato di incarnare in iniziative concrete attraverso le Comunità ‘Laudato si’’, da lui fondate insieme a Carlo Petrini di ‘Slow foood’.

Nei giorni duri del combattimento con il coronavirus che ha impegnato fino allo stremo gli operatori sanitari, per strappargli le possibili vittime, come in quelli della angosciosa solitudine del lockdown, una cosa in effetti è emersa con chiarezza: “nessuno può immaginarsi a partire soltanto dal proprio ‘io, qui e ora’, avendo ben sperimentato che nessuno se la cava da sé. E per contro che ciascuno dipende nel bene e nel male dall’altro”.

Per il vescovo di Rieti la vita è un ‘dono fragile’, ma fondamentale: “Mai come ai tempi della pandemia siamo stati ricondotti all’essenziale: la vita è un dono fragile e nessuno può disporne. L’esito di questa consapevolezza è vivere senza ansia perché la garanzia della vita non sta nella nostra disponibilità.

L’uomo, infatti, vive anzitutto di ciò che riceve, a cominciare dalla vita. Non è l’accumulo che ci preserva, ma la serenità di vivere giorno per giorno. Concentrarsi sul possesso è miope perché vale di più condividere con gli altri. Anche perché non serve a nulla vivere nell’oro se intorno a noi è il deserto. E’ illusorio pensare di star bene in un mondo malato”.

Ed ha spiegato cosa significa vivere ‘come gli uccelli del cielo’: “Papa Francesco aveva affermato nella ‘Laudato sì’ che una nuova ecologia umana ha bisogno di contemplazione e non solo di tecnologia.

Solo a condizione di essere capaci di fermarci a guardare e ascoltare, o meglio a contemplare, possiamo riconoscere le contraddizioni alle quali ci troviamo esposti, al di là delle nostre sempre più potenti capacità di fare e di agire. Certo, cinque anni fa l’enciclica non aveva previsto il coronavirus, ma già invitava a non mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quello che non va”.

Ed ha tracciato tre situazione che ‘non saranno come prima’: “La prima è la fine dell’individualismo becero. Nessuno può immaginarsi a partire soltanto dal proprio ‘io, qui e ora’. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle a partire dalla connessione che si è manifestata tra noi e gli altri nel momento in cui abbiamo realizzato che nessuno se la cava da sé…

La seconda è un diverso rapporto con il tempo e con lo spazio. Grazie ai nuovi linguaggi digitali il mondo è diventato improvvisamente più breve e più stretto e ci ha indotto a cambiare sguardo sulla realtà. Pensate a quanto meno abbiamo inquinato evitando i nostri spostamenti inutili, più vicini all’agitarsi inoperoso che a un agire costruttivo.

La terza cosa è aver individuato i problemi e le relazioni vere. Abbiamo avuto la possibilità di chiarire il falso dal vero problema, concentrandoci sull’essenziale: salute, affetti, fede, sorvolando su questioni effimere e secondarie. Non dobbiamo disperdere nel giro di poco tempo quel prezioso senso di solidarietà e di comunità che abbiamo visto essere la fonte della resilienza”.

Ed ha tracciato tre prospettive per cercare di ‘rivivere’ la Chiesa, ripartendo da un nuovo ‘approccio’ di evangelizzazione: “La prima è quella di re-immaginare l’evangelizzazione, oltre l’iniziazione cristiana e la catechesi degli adulti. Dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi di proselitismo e andare in cerca di quelli che ‘vogliono vedere Gesù’, anche se non si imbattono nei nostri percorsi ecclesiali.

Abbiamo sperimentato che la gente cerca Dio anche fuori di noi. Non perdiamo l’occasione di cercare Dio anche noi fuori dalla porta della chiesa. E naturalmente nell’ascolto delle domande, delle ansie e delle attese delle persone che incontriamo”.

L’evangelizzazione ha necessità di un nuovo ‘linguaggio’ liturgico: “La seconda è re-interpretare la liturgia. La liturgia eucaristica è il linguaggio più elementare e più potente, che tuttavia esige una serie di “condizioni”: il contatto, il riconoscimento e la gratuità. Ognuna di queste caratteristiche della liturgia è messa a dura prova dalle condizioni di ‘confinamento’.

Se dobbiamo sospendere il contatto (con la distanza), se dobbiamo ostacolare il riconoscimento (con la mascherina) e se alteriamo la gratuità (con le prenotazioni e l’ingresso regolamentato) dobbiamo capire che perdiamo i linguaggi più potenti che rendono “assemblea” un gruppo di persone. Il nostro ‘distanziamento’ oggi è imposto dalla legge, per il bene comune. Ma talvolta lo abbiamo praticato da soli, quando vivevamo “a distanza” anche senza motivo, per abitudine o per freddezza”.

La terza opzione riguarda la ‘carità’: “La terza via è re-inventare la carità, facendo più attenzione alla giustizia dei legami sociali, alla rettitudine dei processi economici, alla responsabilità nei confronti dell’ambiente comune. Ciò richiede di non limitarsi a ‘fare la carità’, come pure è stato fatto dopo il terremoto e dopo la pandemia con investimenti importanti sulle persone da sostenere, sulle imprese da accompagnare e sui beni culturali da recuperare”.

La lettera si conclude con l’invito ad affrontare nuove piste per una lettura ‘ragionata’ della realtà per reinventarsi la comunità: “E’ chiesto di condividere una lettura ragionata della realtà per farsi compagni di viaggio di quanti intendono affrontare sul serio i nodi irrisolti del nostro territorio. E, finalmente, dedicare energie e risorse alla questione educativa che investe la scuola, sia quella statale che quella non statale.

Il coronavirus ha fatto saltare la routine e ci costringerà a cambiare, invece del ‘si è sempre fatto così’. Così la fede smette di essere un’abitudine e diventa una scelta”.

(Foto tratta da lavocedelpopolo)

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