San Giovanni Battista: testimone del Vangelo

“Oggi è la festa della Natività di san Giovanni Battista. Impariamo da Colui che fu il precursore di Gesù la capacità di testimoniare con coraggio il Vangelo, al di là delle proprie differenze, conservando la concordia e l’amicizia che fondano la credibilità di qualsiasi annuncio di fede”: così al termine dell’udienza generale papa Francesco ha ricordato la festa di san Giovanni Battista, patrono di tre città (Torino, Genova e Firenze) i cui vescovi, in un comunicato congiunto, avevano sottolineato il suo stile di vita come ispiratore dell’azione dei cristiani.

A Firenze il card. Giuseppe Betori ha ribadito la missione universale della città, riprendendo le parole del venerabile Giorgio La Pira: “Uscendo dall’angoscia dei mesi di crescente diffusione della pandemia sentiamo il bisogno di ripensarci in modo nuovo, di staccare dal nostro passato, perché proprio il tempo delle limitazioni imposte dal contrasto alla circolazione del virus ha permesso di fare un discernimento tra ciò che è davvero essenziale nella vita umana e ciò che invece l’appesantisce perché non appartiene alla sua autenticità. Troppe cose che sembravano irrinunciabili ci sono apparse vacue, e qui possiamo mettere tutto il mondo del consumismo, mentre di altre abbiamo capito quanto fossero indispensabili, e penso anzitutto alle relazioni tra le persone”.

Quindi ha invitato la città a ripensare alla propria identità e alla propria missione: “Firenze ha una propria universale missione nel sistema della civiltà umana e cristiana: essa inserisce, infatti, nel dinamismo così attivo del mondo moderno un elemento equilibratore di riposo, di bellezza, di contemplazione, di pace: essa costituisce per gli uomini di tutti i continenti come una riserva pura, un’oasi delicata, che ha per tutti un dono di elevazione, di proporzione, di misura.

Ecco perché Firenze appartiene, in certo modo, a tutti i popoli e a tutte le genti… In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)”.

A Torino mons. Cesare Nosiglia ha sottolineato l’autorità del precursore di Gesù: “L’autorità di Giovanni Battista non gli veniva dagli uomini, ma da Dio stesso, che lo aveva mandato nel mondo per essere testimone della verità e servo dei poveri. Ma come esercitava tale autorità?

Non certo con il potere economico, politico o culturale, ma con il servizio della predicazione e dell’amore offerto agli ultimi e ai disprezzati del mondo. E’ dunque la via dell’umiltà, dell’obbedienza a Dio e del servizio quella che il profeta persegue, sempre per mostrare la sua autorità come espressione di una missione ricevuta all’alto. Gesù loderà Giovanni Battista e ne assumerà fino in fondo l’esempio rifuggendo ogni potere umano, religioso o sociale”.

Ed ha concluso l’omelia lanciando la ‘sfida’ di un diverso modello di vita: “Vi dico questo, cari amici, perché credo che in questo momento di forte trapasso, che investe alla base il modello stesso di sviluppo del nostro Paese e del nostro territorio,sia da accogliere la sfida che ci viene dai segni dei tempi per ridare fiato e vigore alla dottrina sociale cristiana con scelte coraggiose e forti, anche alternative e di forte testimonianza.

Prima fra tutte quella di un’etica della comunione, che faccia superare chiusure corporativistiche per mettere in primo piano il bene comune, il fare squadra come si usa dire….Insomma comunichiamo e facciamo apprezzare il bene ovunque esso si faccia e da chiunque, il rispetto e l’onestà e cordialità delle relazioni.

Insegniamo ai giovani in particolare che questo bene è l’investimento più prezioso, il vero spread che indica l’elevata civiltà di un popolo, il suo sicuro progresso che offre speranza certa a tutti. Coltivare giustizia e pace significa anche farsi voce di chi non ha voce in questa società e sono tanti oggi che vivono condizioni non solo di mancanza di lavoro o di sofferenza aggravate dà senso di solitudine e di abbandono, in cui sembra che a nessuno interessi la loro sorte e si prenda a cuore i loro problemi. Facciamo emergere dunque queste situazioni per richiamare a tutti ad esercitare quella prossimità che rende la vita più vera e fraterna”.

Ed a Genova, nel congedo, il card. Angelo Bagnasco ha ricordato che la vita è come un fiume: “L’esistenza è come un fiume: scaturisce dalla sorgente del Creatore, raccoglie rivoli, ha percorsi lineari e tranquilli, incontra ostacoli inattesi, viaggia a cielo aperto con ogni tempo, conosce penuria e abbondanza, lotta con anse improvvise che sembrano voler distrarre il suo corso, e a volte con rapide che possono rompere la sua compattezza e disperderlo in rivi e paludi…

Ognuno è se stesso: anche l’umanità del Vescovo entra nella storia della sua Chiesa, si intreccia con lei, la segna e ne è segnato, consapevole che crescere nelle responsabilità non desiderate e non cercate, obbliga ad un amore più grande, e che amare non è mai a buon mercato, ma a caro prezzo”.

(Foto: Diocesi di Firenze)

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