Mons. Castellucci invita a mettere dentro il cuore

Nella solennità del Corpus Domini il vescovo di Modena-Nonantola, mons. Erio Castellucci, ha ricordato tutte le persone morte per Covid-19 senza poter essere accompagnati con le esequie e i riti di commiato, sottolineando il significato del ‘ricordo’: “Oggi vogliamo ricordare, cioè letteralmente ‘rimettere dentro il cuore’ gli avvenimenti vissuti in questi mesi”.

Nell’omelia il vescovo ha evidenziato il significato del cammino del popolo ebraico nel deserto: “E’ l’invito rivolto da Mosè al popolo ebraico nel cammino dall’Egitto alla Terra dei padri. Il grande profeta dice: ‘non dimenticare’, perché sa che gli esseri umani sono facili alle amnesie; nei pericoli, nelle sofferenze, nel ‘deserto grande e spaventoso’, come lo definisce Mosè, è spontaneo ricordarsi di Dio, farsi attenti alle necessità degli altri, concentrarsi sulle cose vitali e tralasciare le banalità. Ma passata l’emergenza, attraversato il deserto, vedendo ormai all’orizzonte la Terra promessa, subentra la dimenticanza o addirittura la rimozione”.

E’ questo il significato pregnante del ricordo: “Molti dei presenti a questa celebrazione (parenti e amici di persone morte da o per coronavirus nei due mesi delle restrizioni più rigorose) hanno vissuto un dolore talmente profondo da non poterlo certo dimenticare; il rischio, semmai, è che non si riesca a ‘rimetterlo dentro il cuore’, a rielaborarlo, perché è un masso che rimane sulla soglia del cuore.

E’ come se si fossero concentrate tre sofferenze in una sola esperienza; la morte di una persona amata, già da sola un dolore bruciante; l’impossibilità di esserle stati vicini nel momento del trapasso, un lutto nel lutto; e l’accompagnamento mancato attraverso la celebrazione delle esequie e dei riti del commiato. Le immagini dei funerali solitari, dove la cassa è affiancata dai soli operatori delle agenzie funebri, sono stampate nei nostri occhi come uno dei simboli più drammatici della pandemia”.

Dio non dimentica la relazione con l’uomo: “La fede cristiana ha proprio il corpo al centro: il Verbo che si fa carne, il Figlio di Dio che si fa uomo. Quello di Gesù non era un corpo finto o prodigioso: anche lui ha avuto bisogno di mangiare, bere e dormire; ha provato la fatica e ha sentito il peso del caldo e la morsa del freddo”.

Dio diventa carne nell’Eucarestia: “L’eucaristia è il segno più concreto, più corporeo, che poteva consegnarci il Signore; è il memoriale del suo sacrificio, del dono di sé culminato sulla croce; ci ‘ricorda’, cioè ci ‘rimette nel cuore’, a quale punto di esagerazione è arrivato l’amore di Dio per noi. Celebrare, mangiare e adorare l’eucaristia sarebbe però contraddittorio se non producesse quello che significa: assumere nella nostra carne la carne di Gesù, il suo stile di dono, la sua vita che si offre”.

Quindi l’Eucarestia rende partecipe l’uomo alla vita: “Partecipare alla Messa, fare la comunione e l’adorazione, non sono gesti intimisti, che si risolvano nel rito; sono gesti estremisti nel vero senso della parola: spingono cioè a dare la vita; il corpo di Gesù è puro dono, e chi lo fa proprio si nutre di un dono, di un’energia scomoda, di una forza per il servizio al prossimo. Sarebbe un vero controsenso partecipare alla Messa, fare la comunione e adorare l’eucaristia, e poi creare divisioni nel corpo ecclesiale e sociale, spargere calunnie e maldicenze, offendere gli altri e perdersi nelle banalità”.

Questi mesi trascorsi hanno sottolineato l’assenza del Corpo: “In questi mesi abbiamo sperimentato un’inedita separazione, nel corpo di Gesù, tra la sua parte eucaristica e la sua parte ecclesiale: tra l’ostia consacrata e la santa assemblea, tra il corpo sacramentale e il corpo vivente dei cristiani; il lungo digiuno eucaristico ci ha forse aiutati a riscoprire la bellezza di questo dono; ma spero che ci abbia aiutati soprattutto a ricordare che l’eucaristia ha come fine la carità, la ricerca della comunione tra i fratelli, l’impegno nella costruzione del bene comune”.

Quindi l’Eucarestia è necessaria per alimentare la vita: “Ora portiamo però il rito nella vita: pur dovendo rimanere distanziati nel corpo, chiediamo al Signore di avvicinarci nel cuore. E se per ora la distanza corporea ci separa soprattutto dai nostri cari defunti, nel Signore possiamo far loro sentire l’affetto e raggiungerli con la preghiera. In questa celebrazione di suffragio chiediamo al Signore, risorto nel suo corpo, che li accolga nel suo regno e doni loro vita e risurrezione”.

(Foto: Diocesi Modena-Nonantola)

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