Alver Metalli: la vita in una ‘villas miserias’ al tempo del coronavirus

‘Ci farà bene leggere questo Diario’, ha scritto  papa Francesco nella prefazione all’ebook ‘Quarantena’ di Alver Metalli, che raccoglie storie, pensieri sulla pandemia vissuta a ‘La Carcova’, una grande baraccopoli alla periferia di Buenos Aires, raccontando realtà di dolore ed emarginazione insieme all’operosa azione di carità della comunità cristiana per lenire gli effetti micidiali del Covid19 sulla popolazione.

Alver Metalli, giornalista e scrittore, che da sei lustri vive a Buenos Aires e nel 2014 decise di lasciare la casa, dove viveva con altri amici dei ‘Memores Domini’, fondati da don Luigi Giussani, per trasferirsi in una ‘villa miseria’ nella periferia della capitale argentina dove opera un gruppo di preti amati dal card. Bergoglio, nel libro così descrive la vita quotidiana:

“Nella villa del padre Pepe si distribuisce un piatto caldo tutti i giorni a mezzogiorno da quando è iniziata la quarantena. Lo preparano degli uomini e delle donne che vivono in questo modo il loro isolamento. Mettono a repentaglio la loro sicurezza, come del resto le persone che vengono a mangiare spinte dalla necessità. Pelano patate, tagliano cipolle, cucinano, servono i piatti, lavano le stoviglie, con tutte le cautele del caso.

Non vogliono ammalarsi, ci tengono alla salute e alla vita, hanno tutti figli, nipoti, nonni che li aspettano a casa. Tra loro ci sono muratori, domestiche, donne che prestano servizio in case benestanti dei quartieri vicini, impiegati comunali e tanti altri che il lavoro non ce l’hanno e vivono di changas, come gli argentini chiamano quelle occupazioni precarie che aiutano a sbarcare il lunario.

Per tutti il lavoro è sospeso e danno il loro tempo e le loro energie al bisogno degli altri. Senza niente in cambio eccetto un piatto di quella stessa minestra che cucinano per chi viene a mangiare nella parrocchia di padre Pepe. I poveri, i bisognosi, fanno la fila davanti al cancello del Milagro e se ne vanno con il bottino in mano ancora fumante”.

A lui abbiamo chiesto di raccontarci la situazione in Argentina al tempo del coronavirus: “La cosa nuova è che è il virus proprio in questi giorni giugno è entrato in quelle che qui si chiamano villas, cioè quelle concentrazioni di povertà dentro e fuori Buenos Aires, molto diffuse e molto popolate. Sono luoghi con caratteristiche particolari, un mondo a parte rispetto alla capitale, un mondo senza muri che lo separi dal resto della città, ma con tante specificità che ne fanno qualcosa di singolare.

I tratti di una marcata religiosità popolare, innanzitutto, con una forte devozione ai santi della tradizione popolare e ai valori di solidarietà e aiuto al vicino. L’emarginazione e la precarietà sono ulteriori aspetti  peculiari di una villa. Accentuate in questi mesi di pandemia dal fatto che tanti villeros che vivevano di lavoretti precari, dall’inizio della quarantena non possono contare neppure su questi. L’abbandono storico in cui versano le villas miseria fuori e dentro Buenos Aires sono un altro aspetto singolare. Con la sequela di violenza, spaccio di droga, e furto che inesorabilmente l’accompagna”.

Quanto influisce la crisi economica sulla popolazione?

“Aggrava la situazione già precaria in cui si trovano queste baraccopoli. Ha ragione il sacerdote p. Pepe Di Paola, il leader dei curas de la villa, quando dice che in fondo ‘si può dire che le villas siano in quarantena i 365 giorni dell’anno, e che quella dichiarata dal governo, per tanti aspetti continuerà anche quando essa sarà formalmente revocata’”.

Come si vive nei sobborghi di Buenos Aires?

“Dove vivo, in una villa che si chiama Carcova alla periferia di Buenos Aires, dei giovani in fase di recupero dalla droga hanno appeso uno striscione nel cortile di una delle case che abbiamo creato per ricoverare la parte più a rischio della popolazione. In spagnolo si dice ‘La vida como viene. Siempre’.

In italiano la traduzione letterale è più o meno ‘prendere la vita come si presenta, sempre’. E’ un’espressione coniata nelle case di recupero per ragazzi drogati che esprime la filosofia che anima l’attività di questi luoghi, che è quella di riconoscere i problemi, per quanto drammatici siano e farsene carico con pazienza, con totalità, con amore”.

Quale opera compie la Chiesa in questi giorni per la gente?

“Dicevo rispondendo ad una domanda precedente che le villas sono realtà singolari, che singolare è anche l’impatto che ha la pandemia in questi posti, ma lo è anche la reazione della gente che ci vive. Mi riferisco alla grande mobilitazione, paradossale in un tempo che dovrebbe essere di isolamento, di gente che si prende cura di altri prima e più che ripiegarsi su sé stessi.. Senza derogare le necessarie precauzioni imposte da una situazione che è di grande pericolo per tutti.

Lo spiega bene p. Pepe quando racconta che ‘qui non abbiamo avuto bisogno di redigere liste di aiutanti o di lanciare appelli a volontari: le stesse persone della parrocchia, del quartiere, della villa, quelle che vengono a messa, che partecipano alle tante attività di tipo religioso, sociale, educativo e caritativo che proponiamo loro durante l’anno, le stesse persone della villa insomma, sono quelle che oggi cucinano per sfamare migliaia di loro vicini, puliscono gli ambienti, fumigano i marciapiedi ed i cortili perché i bambini vi possano giocare senza pericoli, si occupano delle case di isolamento che abbiamo preparato per gli anziani, gli uomini che vivono in strada, i ragazzi in via di recupero dalla droga.

Tutte cose messe in luce con linguaggio letterario dall’autore di questo diario, che è allo stesso tempo amico, scrittore, parte della villa e dell’opera di promozione cristiana e umana in cui siamo impegnati’.

A mia volta devo confessare di essere rimasto colpito, ed ammirato, vedendo la generosità con cui le persone della villa sono venute in soccorso dei loro fratelli più indigenti o più a rischio o entrambe le cose. E anche confermato e confortato circa la bontà della presenza di Chiesa che in questi luoghi cerchiamo di realizzare, sostenuti in altri tempi dal card. Bergoglio e incoraggiati oggi da papa Francesco. La vita spirituale, nelle villas infettate dalla pandemia, non è divorziata dalla realtà”.

In questo tempo cosa significa per la Chiesa essere ‘ospedale da campo’?

“E’ un’immagine tutta bergogliana quella dell’ospedale da campo. Anzi, una parola coniata ex-novo da Bergoglio una volta eletto papa, di cui non esiste (salvo smentite) alcuna traccia nel suo passato. Ha usato l’espressione per la prima volta nei colloqui di agosto (19, 23 e 29) 2014 con il direttore di ‘La Civiltà Cattolica’. Lì papa Francesco, con appena un anno di pontificato sulle spalle, tracciò un identikit inedito di sé, senza nemmeno trascurare le sue preferenze artistiche.

Nelle risposte al gesuita, p. Antonio Spadaro, analizzava il ruolo della Chiesa oggi e indicava quelle che a suo modo di vedere dovevano essere le priorità di una azione pastorale efficace. In un passaggio dell’intervista, riprendendo l’incipit della domanda dell’intervistatore, si riferì alla Chiesa come a un ospedale da campo dopo una battaglia.

‘Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità’. Poi proseguiva così: ‘Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E’ inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso’. Sono parole che rilette oggi, ancora in piena quarantena in terra argentina, hanno una letteralità di applicazione che non può non fare impressione”.

(Foto: Marcelo Pascual tratto da Cuarantena)

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