Inchiesta della magistratura vaticana per scandalo finanziario in Segreteria di Stato. I protagonisti cantano. Omnia omnibus ubique [1]

Ogni giorno che passa escono nuovi dettagli dell’inchiesta della magistratura vaticana sull’acquisto del palazzo in 60 Sloane Avenue a Londra e la gestione della cassaforte della Segretaria di Stato (caso che costava già la testa al Cardinale George Pell, che volle vederci chiaro).
Questo pomeriggio, 7 giugno 2020 è uscito l’esclusivo di AdnKronos sui verbali dell’inchiesta giudiziaria vaticana, che ha portato il 2 ottobre 2019 alla sospensione di 6 funzionari della Santa Sede (e successivamente ad alcuni licenziamenti per ordine del Papa) e ieri all’arresto del uomo d’affari Gianluigi Torzi.

L’inchiesta giudiziaria vaticana che ha al centro l’acquisizione da parte della Segreteria di Stato di Sua Santità di un antico magazzino di Harrods al numero 60 di Sloane Avenue, nell’esclusivo quartiere londinese di Chelsea, a due passi dalla Galleria Saatchi e dalla fermata di Sloane Square. Quindi, si trova in un’area molto ben servita. Dalla fermata di South Kensington (ci passano ben tre linee della Underground londinese: la District, la Circle e la Piccadilly) ci si arriva in cinque minuti a piedi, camminando verso est. Ci passa l’autobus e nelle immediate vicinanze si trova una stazione del bike sharing londinese, sponsorizzato dal Santander.

Eretto nel 1911, all’epoca serviva come deposito per Harrods, il più famoso grande maggazino del mondo, che a tutt’oggi si affaccia sulla Brompton Road a Knightsbridge, non troppo lontano da Sloane Avenue, tempio mondiale dello shopping e meta di 15 milioni di visitatori all’anno. “Omnia Omnibus Ubique” è il motto di Harrods (tutto a tutti ovunque).

Della struttura originale del vecchio magazzino di Harrods è stata conservata la facciata, con eleganti muri in mattoni di terracotta, che oggi racchiudono un nuovo edificio, costruito negli anni Novanta. Al piano terra si affacciano le vetrine, mentre ai piani superiori si mischiano le facciate in terracotta, sia antiche che moderne, caratterizzate da grandi vetrate. Il palazzo ha diverse entrate: l’ingresso principale si affaccia su Sloane Avenue, con un’area di reception dalla quale si accede all’ascensore interno e alle scale mobili, per salire ai piani superiori. Ci sono poi accessi secondari su Sloane Avenue, Ixworth Place e Draycott Avenue. Dal retro si accede al parcheggio interno, con doppia corsia, di ingresso e di uscita.

Foto Corriere della Sera.

A vendere il palazzo alla Segreteria di Stato, che inizialmente stava valutando un investimento nell’estrazione di petrolio offshore in Angola, era stato il finanziere Raffaele Mincione. La Segreteria di Stato non aveva acquistato direttamente l’edificio di pregio, ma aveva sottoscritto le quote di un fondo che faceva capo a Mincione, Athena Capital Commodities Fund. La Segreteria di Stato era l’unico investitore del fondo (200 milioni di dollari), la cordata di azionisti riconducibile a Retelit (il cui 40% apparteneva ad Athena) per il tramite di Fiber 4.0, per conto della quale Giuseppe Conte (che poi sarebbe divenuto Presidente del Consiglio dei ministri italiano) emise un parere giuridico secondo il quale «il voto dell’assemblea dei soci sulla nomina del consiglio di amministrazione avrebbe potuto essere impugnato dal Governo per mezzo della golden power», uno specifico potere di intervento conferito all’esecutivo su quelle società che vengono considerate di importanza strategica.

Per quanto l’immobile sia di pregio, secondo l’accusa la Santa Sede ci avrebbe perso parecchi soldi, mentre i progetti di ristrutturazione per metterlo a reddito, datano almeno dal 2016, richiedono spese non piccole.

Oltretutto, i soldi della cassaforte della Segreteria di Stato, che in teoria avrebbero dovuto essere messi al sicuro nell’edificio, sarebbero invece finiti a finanziare, sempre secondo le accuse della magistratura vaticana, una serie di operazioni che facevano capo a Mincione, tra cui la sottoscrizione di un bond emesso dalla lussemburghese Time and Life Sa (anch’essa facente capo a Mincione) e l’acquisizione di azioni della Bpm.

Secondo l’AdnKronos, le quote del fondo sottoscritto dalla Segreteria di Stato al 30 settembre 2018 avevano già perso 18 milioni di euro rispetto al valore dell’investimento iniziale. Ma la perdita per le finanze della Segreteria di Stato sarebbe ben più consistente. Oltre ai 18 milioni persi per il deprezzamento delle quote del fondo, la Segreteria di Stato avrebbe infatti versato a Mincione – secondo quanto riferisce l’AdnKronos – altri 40 milioni di euro, al fine di acquisire una buona volta l’intera proprietà del palazzo. Neanche questa transazione, peraltro oggetto di speciale attenzione da parte della magistratura vaticana, vista la grande sproporzione tra il valore dell’immobile (gravato da un mutuo oneroso) e il prezzo corrisposto, ha risolto la questione. Nell’ambito della transazione, dalla struttura complessa, il finanziere Gianluigi Torzi, subentrato per consentire alla Santa Sede di acquisire la proprietà del palazzo, aveva conservato un pacchetto di azioni con diritto di voto di una società anonima, la Gutt Sa, coinvolta nel passaggio di mano. L’AdnKronos riferisce che la Gutt ha cessato ogni attività il 5 settembre 2019 ed è stata radiata dal Registro delle Imprese lussemburghese, dopo lo scioglimento della società per volontà dell’azionista unico. Alla fine – prosegue l’AdnKronos – la Segreteria di Stato ha dovuto sborsare altri 15 milioni di euro per acquisire la proprietà dell’immobile, ora in mano alla 60 Sa Ltd, iscritta alla Companies House nel marzo 2019 con una sterlina di capitale iniziale e la Segreteria di Stato come unico azionista. In tutto, secondo le accuse, la Segreteria di Stato ha sborsato oltre 350 milioni di euro per un palazzo che la Time and Life di Raffaele Mincione aveva acquisito, nel 2012, per 129 milioni di sterline.

Scandalo Vaticano, ecco i verbali dell’inchiesta
Esclusivo AdnKronos del 7 giugno 2020

L’inchiesta giudiziaria vaticana, che ha portato all’arresto di Gianluigi Torzi, nasce da due denunce presentate dallo Ior a luglio 2019 e dall’Ufficio del Revisore Generale ad agosto del 2019, l’ultima delle quali, in particolare, rileva il mandato di cattura emesso nei confronti del broker, “ipotizzava la commissione di gravissimi reati, quali truffa e altre frodi, appropriazioni indebite, corruzione e favoreggiamento, ricatto”. Le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi si sono subito concentrate sull’investimento immobiliare effettuato dalla Segreteria di Stato a Londra – il noto palazzo in Sloane Avenue – con la sottoscrizione del fondo Athena Capital Commodities Fund (poi ridenominato Athena Global Opportunities Capital Fund) facente capo all’imprenditore Raffaele Mincione, indagato con Torzi per peculato.

A quanto ricostruito dagli inquirenti, in particolare, apprende l’AdnKronos, la Segreteria di Stato avrebbe concluso “senza alcuna preventiva istruttoria sulla fattibilità giuridica e sulla convenienza economica dell’operazione” il framework agrement e lo share purchase agreement con la Gutt Sa del broker Torzi e con Athena Real Estate & Special Fund 1 che prevedeva il versamento di 40 mln di euro ad Athena Capital Fund Sicav in cambio dell’acquisizione della catena di società titolari della proprietà dell’immobile di Londra.

I 40 milioni, ragionano gli investigatori, sommati agli oltre 200 milioni versati dalla Segreteria con la sottoscrizione del fondo e ai 125 mln di sterline del mutuo gravante sul palazzo, avrebbero determinato “un esborso complessivo (da parte della Santa Sede, ndr) di 350 milioni di euro per rilevare un immobile acquisito da Time and Life Sa in data 18 dicembre 2012 ad un valore di 129 milioni di sterline”.

VERBALE INTENDENTE – L’avvocato Manuele Intendente “fu inizialmente contattato da Fabrizio Tirabassi (dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato vaticana, ndr) per cercare di contattare un soggetto, individuato poi nella persona di Gianluigi Torzi, capace di condurre una trattativa con Raffaele Mincione per indurlo a risolvere il rapporto con il fondo Athena”. Così, a quanto apprende l’Adnkronos, gli inquirenti dell’Ufficio del Promotore Vaticano Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi, spiegano le dichiarazioni del legale, che, secondo la ricostruzione della procura, sarebbe stato chiamato prima a intervenire per aiutare a trovare una soluzione con Mincione e in un secondo momento per risolvere il problema sorto tra Torzi e la Segreteria di Stato sulla cessione delle quote residue di Gutt Sa che il broker non avrebbe voluto restituire e che, secondo gli investigatori, avrebbe usato per mettere a segno l’estorsione da 15 milioni di euro alla Santa Sede.

“Feci un giro di telefonate nell’ambito dei miei clienti – ricostruisce Intendente con gli inquirenti vaticani – e mi misi in contatto con uno di essi, vale a dire Gianluigi Torzi, il quale mi disse che conosceva Mincione. Mincione subito dopo il primo contatto con Torzi manifestò una inaspettata disponibilità a trovare una soluzione alle problematiche che mi aveva rappresentato Tirabassi e tramite Torzi mi fece pervenire la sua disponibilità a incontrare Tirabassi e Enrico Crasso a Londra”.

“Enrico Crasso – prosegue Intendente – era il gestore delle finanze della Segreteria di Stato, come mi riferì Tirabassi. Io fino a quel momento non conoscevo Enrico Crasso. Informai Tirabassi del risultato di questo primo incontro con Mincione, e Tirabassi si mostrò subito soddisfatto perché finalmente vedeva la luce in fondo al tunnel”.

Nel raccontare agli inquirenti come si fosse trovata la soluzione all’uscita del Vaticano dal fondo Athena di Raffaele Mincione – uscita voluta dalla Santa Sede viste le perdite dell’investimento stimato in almeno 18 milioni di euro – Intendente, che, secondo le indagini, avrebbe introdotto il broker Gianluigi Torzi a Fabrizio Tirabassi, dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, riferisce di un primo incontro con il broker molisano ed Enrico Crasso, gestore delle finanze della Segreteria di Stato.

“Fu organizzato un aperitivo in un bar di via del Babbuino – avrebbe detto agli investigatori Intendente a quanto apprende l’AdnKronos – Nella circostanza Torzi ribadì di conoscere Mincione e riferì che quest’ultimo era consapevole dell’opportunità di far uscire la Santa Sede dal fondo. Torzi disse di aver detto a Mincione che il modo migliore di far uscire la Santa Sede dal fondo era quello di far prendere alla Segreteria di Stato l’immobile (il palazzo di Sloane Avenue a Londra, ndr) e di lasciare la parte mobiliare. Tirabassi e Crasso subito manifestarono condivisione a questa linea”.

L’accordo con Mincione “fu trovato senza alcun intoppo in poche ore nel corso di una riunione a Londra – riferiscono gli inquirenti – anche in considerazione della immediata disponibilità di Fabrizio Tirabassi a riconoscere a Raffaele Mincione una somma di 40 milioni di euro a titolo di conguaglio”. “Durante l’incontro – racconta Intendente agli investigatori – si trova subito un’intesa, perché Mincione, riferendosi a quanto gli era stato anticipato da Torzi, disse subito che era disponibile a cedere l’immobile ma che per fare questo occorreva un conguaglio in denaro”.

Questa fase della vicenda “è oggetto di un’attenzione particolare – sottolineano gli inquirenti – perché fa rilevare l’enorme sproporzione tra il valore dell’immobile (peraltro gravato da un onerosissimo mutuo) e il prezzo corrisposto”, senza considerare “un’altra anomalia”: il fatto che per rilevare l’immobile la Segreteria di Stato, “rappresentata di fatto durante le trattative da Fabrizio Tirabassi ed Enrico Crasso”, avesse deciso “per ragioni che risultano ancora tutte da chiarire” di triangolare l’acquisto attraverso la Gutt Sa di Gianluigi Torzi, soggetto che “risulta aver avuto rapporti con Athena Global Opportunities Capital Fund”.

Con la conseguenza che “la Segreteria di Stato rilevava la società che deteneva l’immobile di Londra e lo intestava alla Gutt Sa, le cui quote erano detenute a titolo fiduciario da Gianluigi Torzi, contestualmente versando una somma di 40 milioni di euro a Raffaele Mincione, a titolo di conguaglio del prezzo”.

Tra il novembre e il dicembre 2018, prima della stipula dei contratti definitivi relativi all’operazione sull’immobile di Sloane Avenue a Londra, Intendente incontrò in Vaticano Mons. Alberto Perlasca, responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato. Con loro sarebbero stati presenti anche Enrico Crasso, Tirabassi e altri.

“Perlasca – riferisce Intendente agli inquirenti a quanto apprende l’AdnKronos – si congratulò per l’ottimo lavoro svolto. Ci fece vedere il terrazzo che affaccia su Piazza San Pietro. L’incontro fu molto formale e si concluse con l’indicazione da parte di Perlasca che Crasso era il soggetto che da quel momento era delegato a gestire la vicenda in quanto godeva della piena fiducia della Segreteria di Stato anche in considerazione del rapporto che il medesimo aveva con la Segreteria di Stato pluriennale”.

“Dopo questi convenevoli, Torzi fece presente il problema della gestione dell’immobile. In particolare, Torzi chiese se gli si poteva concedere formalmente un incarico di gestione dell’immobile anche perché fino a quel momento aveva operato a titolo del tutto gratuito. Nell’accomiatarsi Torzi consegnò a Tirabassi e Perlasca una proposta per la gestione dell’immobile i cui contenuti li aveva precedentemente discussi con Crasso. Questo accordo, che io sappia, non fu mai sottoscritto, anche perché tra Crasso, Tirabassi e Perlasca vi erano diversi punti di vista su come gestire il futuro dell’operazione”.

“Di fronte alle lamentele di Torzi che mi continuava a chiamare, e mi aveva anche rappresentato che Tirabassi lo aveva minacciato, mi venne in mente di contattare Giovannini per chiedergli un aiuto”. Così Intendente, a quanto apprende l’Adnkronos, riferisce di come sarebbe nato il coinvolgimento di Renato Giovannini nella complessa mediazione tra il broker Gianluigi Torzi e la Santa Sede per la cessione delle quote residue sull’immobile di Sloane Avenue a Londra. (Giovannini, va detto, attraverso il suo legale Giorgio Amato, ha assicurato di non aver “mai rivestito alcun ruolo nella vicenda” e di non aver “mai agito per conto o nell’interesse di una o dell’altra parte, sia quale professionista che nella veste accademica” di Rettore Vicario della Università Guglielmo Marconi).

Torzi, racconta Intendente, “mi individua come la figura in grado di risolvere il problema con la Segreteria di Stato. Per quello che mi ha riferito è in possesso di numerosi messaggi concernenti le richieste che gli provenivano da Tirabassi e Crasso per la sua uscita in favore di Centurion. Tutto questo genera un clima di estrema conflittualità e Torzi si era sentito sostanzialmente usato”.

In sostanza, secondo Intendente, Torzi, che fino a quel momento aveva agito a titolo gratuito nella speranza di ricevere un incarico di gestione dell’immobile, quando apprende da Fabrizio Tirabassi, responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, e da Enrico Crasso, gestore delle finanze della Segreteria, che l’intenzione era quella di proporre la cessione al Fondo Centurion delle quote di Gutt Sa, di fatto estromettendolo dall’affare, “basito”, avrebbe maturato l’idea dell’estorsione, ossia di condizionare la restituzione delle azioni al versamento di un’ingente somma di denaro.

“Credo di non aver mai intrapreso un’attività che possa essere intesa come trattativa per conto di Torzi e a testimonianza della mia volontà di rimanere estraneo a queste negoziazioni intraprese da Torzi, mi sono definitivamente dimesso dalla Gutt”, avrebbe detto Intendente agli inquirenti vaticani che lo interpellavano sull’affaire dell’immobile di Londra.

“Respingo categoricamente di essermi intromesso con la Segreteria di Stato per proporre richieste economiche per conto di Torzi prima del 26 dicembre 2018 essendomi anche prodigato per mettere in guardia il Santo Padre della inopportunità di Centurion”, aggiunge Intendente riferendosi al fondo maltese in cui, secondo le indagini condotte dagli investigatori dell’Ufficio del Promotore di Giustizia Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi, Fabrizio Tirabassi, responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, e Enrico Crasso, gestore delle finanze della Segreteria, avrebbero voluto cedere le quote di Gutt Sa (la società che aveva rilevato il palazzo di Londra al centro dell’inchiesta).

GLI INQUIRENTI – “Forte della posizione” che gli davano le mille azioni di Gutt Sa con diritto di voto trattenute secondo gli inquirenti “truffando” il Vaticano, Gianluigi Torzi, il broker arrestato nell’ambito dell’inchiesta dell’acquisto su un immobile di Londra da parte della Santa Sede, arrivò – ricostruiscono a quanto apprende l’AdnKronos le indagini dell’Ufficio del Promotore di Giustizia Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi – a revocare dalla carica di componente del board della società Fabrizio Tirabassi, responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, per sostituirlo con una sua persona di fiducia. Operazione questa che tra l’altro consentirà a Torzi, a detta delle ricostruzioni investigative, di pagare, all’insaputa del Vaticano, una consulenza legale che per gli inquirenti non sarebbe mai stata effettuata.

Fabrizio Tirabassi, responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, ed Enrico Crasso, che gestiva le finanze della Segreteria, a quanto ricostruito dall’Ufficio del Promotore di giustizia vaticano Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi, apprende l’AdnKronos, avrebbero agito “senza alcun potere” quando formularono all’imprenditore Gian Luigi Torzi l’offerta – non accolta – di 9 milioni di euro per recedere dalla mille quote con diritto di voto della Gutt Sa – che Torzi aveva trattenuto per sé secondo gli inquirenti truffando il Vaticano – lasciando così alla Santa Sede la piena disponibilità dell’immobile di Londra.

Tirabassi sarebbe stato “raggirato” da Torzi sulle quote residue della Gutt Sa, le uniche mille con diritto di voto della società con la quale si è acquistato il palazzo di Londra finito al centro dell’inchiesta.

“In alcuni memo – rilevano gli investigatori vaticani – Fabrizio Tirabassi, l’officiale della Segreteria di Stato presente unitamente ad Enrico Crasso alla trattativa per la risoluzione del rapporto con Raffaele Mincione e alla sottoscrizione della sequenza di contratti che hanno portato Gutt Sa a intestarsi le quote delle società che detenevano l’immobile, ha sostenuto di essere stato ‘raggirato’ da Gianluigi Torzi, il quale avrebbe fraudolentemente taciuto la differente classe di azioni di Gutt Sa”. Da qui l’ipotesi di truffa aggravata ai danni della Segreteria di Stato.

VERBALE GIOVANNINI – “Torzi ha cominciato a sparare sempre più in alto e oggi sono in difficoltà a ricordare tutti i passaggi delle sue richieste”. A quanto apprende l’Adnkronos, Renato Giovannini, ascoltato come persona informata sui fatti (non indagato), ha spiegato così agli inquirenti dell’Ufficio del Promotore di giustizia vaticano Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi, alcuni passi della lunga e complessa trattativa che ha portato la Segreteria di Stato a consegnare 15 milioni di euro a Torzi per il rilascio di mille azioni con diritto di voto della società veicolo con la quale lo stesso Torzi aveva rilevato per conto della Segreteria di Stato da Mincione le quote della società che deteneva l’immobile di Londra. (Giovannini, attraverso il suo legale Giorgio Amato, ha assicurato di non aver “mai rivestito alcun ruolo nella vicenda” e di non aver “mai agito per conto o nell’interesse di una o dell’altra parte, sia quale professionista che nella veste accademica” di Rettore Vicario della Università Guglielmo Marconi).

“Ricordo che Torzi a un certo punto ipotizzò anche una cifra intorno ai 18 milioni. Giunse perfino a ipotizzare 24 milioni per restituire l’immobile alla Santa Sede. Milanese (definito dagli inquirenti un altro “emissario della Segreteria di Stato”, ndr) mi contattò per sollecitare una chiusura ragionevole dell’accordo. Intendente (l’avvocato entrato in gioco nella compravendita del palazzo di Londra tra Mincione e Torzi, poi, secondo gli investigatori, passato a rappresentare gli interessi di Torzi nella trattativa con il Vaticano, ndr) teneva i rapporti con Torzi e veicolava le richieste di quest’ultimo alla Santa Sede, anche se non so con chi”.

Il broker Torzi “ha sfruttato la posizione di titolare delle quote della società veicolo con la quale aveva rilevato il valore dell’immobile londinese, per farsi corrispondere somme, perché altrimenti non avrebbe restituito l’immobile”, le parole di Giovannini, che, secondo le indagini, avrebbe partecipato alla trattativa tra Torzi e la Segreteria di Stato per risolvere l’impasse sull’immobile.

Agli investigatori che gli chiedono se dunque Torzi ha fatto un’estorsione, a quanto apprende l’AdnKronos, Giovannini replica: “Non sono in grado di qualificare giuridicamente l’accaduto ma ritengo che effettivamente Torzi stesse chiedendo una somma importante e non giustificata”. Giovannini, dunque, secondo gli investigatori, “pur non volendosi impegnare nella qualificazione giuridica, non ha negato come l’atteggiamento di Torzi avesse assunto i toni di un ricatto”.

Dal canto suo, Giovannini ha precisato, attraverso il suo legale, l’avvocato Giorgio Amato, che,?sia quale titolare della omonima società di consulenza aziendale sia quale Rettore Vicario della Università Guglielmo Marconi, “non ha mai rivestito alcun ruolo nella vicenda afferente la cessione delle quote da parte del signor Torzi alla Santa Sede né ha mai agito per conto o nell’interesse di una o dell’altra parte, sia quale professionista che nella veste accademica”. E ha spiegato che, “in sede di semplice audizione da parte degli ‘inquirenti vaticani’ quale persona informata sui fatti, non ha mai affermato di ‘non poter negare che le richieste dell’imprenditore’ avessero i toni di una estorsione”.

VERBALE MONS. CARLINO – Monsignor Mauro Carlino – secondo gli investigatori- sarebbe l’ultimo, in ordine di tempo, tra gli “emissari della Segreteria di Stato” incaricati di portare a termine la difficile trattativa con Torzi perché rimetta le mille azioni con diritto di voto della Gutt Sa che di fatto impediscono alla Segreteria di Stato di disporre dell’immobile di Sloane Avenue a Londra. È indagato per estorsione in concorso con Torzi, Crasso e Tirabassi, per il presunto ricatto che il broker avrebbe consumato “incutendo timore di gravi danni agli averi della Segreteria di Stato”, “in un’occasione anche a margine di una udienza con il Santo Padre”.

Nel marzo del 2019 la Segreteria di Stato è oramai sotto pressione, “in balia delle richieste di Torzi”, spiegano gli investigatori, tanto che nel corso di un incontro con il Sostituto della Segreteria di Stato, Mons. Edgar Peña Parra, Tirabassi e Mons. Alberto Perlasca, dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, avrebbero proposto di prelevare i 20 milioni necessari a chiudere la transazione col broker dal cosiddetto Fondo discrezionale del Papa. L’operazione però sarebbe finita nel nulla grazie “all’opera di mediazione e di convincimento svolta da Mons. Mauro Carlino” che, come avrebbe spiegato lui stesso agli inquirenti, avrebbe convinto Torzi ad accettare 15 milioni anziché 20, al pagamento dei quali, secondo il Promotore di giustizia vaticana, si è consumata l’estorsione.

Ascoltato dagli inquirenti, a quanto apprende l’AdnKronos, Mons. Carlino racconta: “Torzi accetta che lo Share Purchase Agreement avvenga a titolo gratuito e riferisce di voler sentire i suoi fiscalisti per concordare il pagamento dei 15 milioni di euro. Il Sostituto (Mons. Edgar Peña Parra, ndr) si riunisce con il Dott. Tirabassi e in vivavoce telefonico con il Dott. Capaldo (Luciano Capaldo, poi direttore London 60 Sa Limited) e in presenza del Dott. Tirabassi oltre che mia per darci indicazioni sulla modalità di procedura. Dunque il Dott. Capaldo suggerisce, o così mi pare di ricordare, una fee di intermediazione pari a 10 milioni di euro per la fee e di 5 milioni di euro per lucro cessante destinati a Torzi”.

Segue seconda parte: QUI.

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Nell’inchiesta giudiziario vaticano sugli investimenti immobiliari della Segreteria di Stato, oggi arrestato in Vaticano l’uomo d’affari Gianluigi Torzi – 5 giugno 2020

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