Riscrivere la quotidianità della fede in tempo di pandemia

Sono passate più di due settimane dal 18 maggio, data che sarà ricordata dai fedeli come fine del lockdown delle celebrazioni liturgiche con il popolo. Grazie al Protocollo d’intesa tra Conferenza Episcopale Italiana e Governo, dopo due mesi trascorsi in uno stato di prolungato digiuno eucaristico, il Popolo di Dio è tornato a riempire piano piano le chiese e a riunirsi, nel rispetto delle stringenti norme anti-contagio, attorno all’altare.

Le sensazioni, le speranze, la fatica di andare avanti, la fede, il futuro incerto: queste le dimensioni che la Chiesa cattolica ha dovuto affrontare in modo inedito, accettando la sfida di una pastorale di prossimità oltre il distanziamento fisico. Ne parliamo con don Salvatore Rumeo, Direttore dell’Ufficio catechistico della Diocesi di Caltanissetta e parroco presso la parrocchia del ‘Sacro Cuore’ di Caltanissetta: come è stata vissuta la fede durante la pandemia?

“Come Chiesa abbiamo condiviso l’apprensione e la preoccupazione del mondo intero per il dilagare del coronavirus. Ci siamo trovati, come tutti, credenti e non, impegnati per ‘riscrivere la nostra quotidianità’. Eravamo naturalmente impreparati nel fronteggiare un evento che ha scompaginato le dimensioni dell’umano, sociale, spirituale, economica.

L’immagine che ha sintetizzato il dramma dell’umanità impotente, ma certa della Provvidenza divina, è sicuramente Papa Francesco, che è riuscito a trasmettere fede e speranza nel cuore dei cristiani. Solo pensando al numero di persone che si collegavano per la messa mattutina celebrata a Santa Marta, si comprende la dimensione dell’evangelizzazione portata avanti dal Santo Padre, pur nell’impossibilità di un incontro fisico”.

E la Chiesa locale?

“La Chiesa locale, poi, ha manifestato tutta la propria fantasia e creatività nello sperimentare forme per raggiungere i propri fedeli. La premura del Vescovo e dei pastori delle comunità parrocchiali hanno fatto sì che vi fosse un salto qualitativo nell’utilizzo degli strumenti digitali, pur di far arrivare nelle case un messaggio di consolazione e permettere in qualche modo la partecipazione all’Eucaristia.

La mia esperienza in questo tempo mi ha convinto che il digitale è capace di generare presenza, una presenza diversa da quella fisica, ma, forse, non meno effettiva. Tutte le attività proprie del tempo di Quaresima e Pasqua, l’Eucarestia e il Rosario quotidiani, gli esercizi spirituali, le meditazioni del nostro Vescovo, le Adorazioni eucaristiche, la liturgia delle ore, le attività per i ragazzi sono state trasferite alla realtà digitale.

Mentre celebravo la messa con il viceparroco, in diretta streaming, sia io che lui avevamo la percezione che i parrocchiani fossero ‘connessi’, non soltanto grazie alla rete internet, ma soprattutto per lo Spirito Santo, che trasforma le case in chiese domestiche. Non ci siamo mai sentiti soli, né noi come pastori, né i parrocchiani”.

Ma non c’è il rischio che, spostandosi nel virtuale, anche la fede perda consistenza reale?

“Ammetto che all’inizio non ero convinto dell’efficacia dei mezzi virtuali per veicolare in modo così rilevante la fede. Ritenevo che il virtuale non riuscisse a garantire una presenza efficace dei fedeli alle attività. E, invece, mi sono dovuto ricredere: la situazione emergenziale ha dato l’occasione per rendere reale il virtuale.

Nell’Esortazione apostolica ‘Christus vivit’, papa Francesco ha detto che i social sono una modalità per annunciare il Vangelo. Papa Benedetto XVI, ancor prima, in occasione del Convegno ecclesiale nazionale del 2006 a Verona, ha tracciato il cammino per la ‘nuova evangelizzazione’, dell’annuncio dell’unico Vangelo nella molteplicità delle forme, comprese quelle digitali. Dobbiamo imparare ad abitare la piazza digitale, rendendola umana.

Naturalmente, con la cessazione dell’emergenza, la vita liturgica e sacramentale riprenderà a svolgersi in presenza, pur rispettando le regole del Protocollo CEI-Governo e le disposizioni del vescovo. Questa è una dimensione irrinunciabile della nostra fede: dobbiamo tornare a celebrare attorno allo stesso altare il Mistero di Cristo, abbiamo bisogno di nutrirci dello stesso Pane Eucaristico, dobbiamo fare comunione, in una rinnovata Pentecoste.

Ma non possiamo dimenticare che la dimensione digitale ha acquisito un’importanza pastorale fondamentale: anche senza pensare all’ipotesi di un nuovo blocco, la ‘normalità’ potrebbe essere segnata da un incremento degli incontri online, ad esempio per la formazione catechistica o la pastorale”.

Molti hanno notato che le Messe con il popolo sono ricominciate proprio il giorno del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II: che suggestioni ha avuto?

“La data del 18 maggio, per il profondo legame personale e comunitario con Giovanni Paolo II, non è stata casuale. Il credente vede in questo il segno della paterna bontà di Dio, di un Dio che, come ci ha insegnato san Giovanni Paolo II, esercita una ‘salvatrice potestà’. Il coronavirus ci ha ricordato che non siamo onnipotenti, che la scienza e la tecnica sono sì fondamentali, ma non possono dare la risposta al dramma umano.

Però, abbiamo potuto pregare con un’intensità non solo quantitativa, ma soprattutto qualitativa, che non sperimentavamo da tempo. Il 18 maggio, celebrando sulla tomba di questo santo pontefice, papa Francesco ha affermato che in Giovanni Paolo II, Dio ha visitato il Suo popolo. Nel vuoto desolante e rumoroso che ha afflitto il nostro Stato e la nostra Europa, l’icona di Giovanni Paolo II si staglia come appello a riscoprire la nostra identità cristiana, solidale, aperta e gioiosa e a ricostruire su solide basi la civiltà dell’amore”.

(Tratto da Aci Stampa)

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