“Haccene più di millanta, che tutta notte canta”. La supercazzola e il gobbledygook. “Come fosse antani”. Il quadro è tondo

La parola del giorno per oggi è “supercazzola”, partendo dall’espressione “come fosse antani” (che non ha spiegazione e quindi non viene spiegato), e quindi segue explicatio et explicit, un tantino beffardo:

il cielo è chiuso
la chiave è rotta
è rimasta nella toppa
come fosse un antano

elaborazione poetica di insieme
con explicatio et explicit

Il merito per l’ispirazione per questa parola-espressione del giorno pomeridiano per oggi – che è un testo propedeutico – è una #disputafelice con diversi commenti ad un mio post Facebook dell’anno scorso, di cui uno in concreto: “E un po’ sorrido beffardo. Tutte le analisi storiche e sociologiche di una certa serietà e consistenza, di questi ultimi anni, denunciano criticamente la metodica della narrazione e questi ci sguazzano dentro come fosse ‘antani’, il sole radioso dell’avvento”.

Nel aprire mio turboencabulator, ho visto che una delle uova – che avevo comprato stamattina fresche – ha vomitato e i suoi sodali mi hanno detto (con dei sguardi come se fosse antani), che si è pentito di aver letto la supercazzola virgolettata, che era nel mio post che aveva provocato la vivace #disputafelice (vedi la foto sopra, che documenta in modo veritiero, superando la “vera verità” dei tempi illustri, andati). Come dare torto a questo povero ovetto. Però, sostenere che si tratta di “un uovo che vomita dopo una serata di bagordi e che sicuramente si sta pentendo della sua serata passata nei locali”, come fu scritto allora dal solito “ben informato”, è una supercazzola. Anche se, “Amici miei”, il post ad alcuni ha fatto venire in mente musica non soltanto rap, ma anche pop, nello specifico “Quattro amici al bar” di Gino Paoli dall’album “Matto come un gatto” del 1991:

“Eravamo quattro amici al bar
che volevano cambiare il mondo
destinati a qualche cosa in più
che a una donna ed un impiego in banca
si parlava con profondità di anarchia e di libertà
tra un bicchier di coca ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò.

Eravamo tre amici al bar
uno si è impiegato in una banca
si può fare molto pure in tre
mentre gli altri se ne stanno a casa
si parlava in tutta onestà di individui e solidarietà
tra un bicchier di vino ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi però.

Eravamo due amici al bar
uno è andato con la donna al mare
i più forti però siamo noi
qui non serve mica essere in tanti
si parlava con tenacità di speranze e possibilità
tra un bicchier di whisky ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi sarò.

Son rimasto io da solo al bar
gli altri sono tutti quanti a casa
e quest’oggi verso le tre son venuti quattro ragazzini
son seduti lì vicino a me con davanti due coche e due caffè
li sentivo chiacchierare han deciso di cambiare
tutto questo mondo che non va.
Sono qui con quattro amici al bar
che hanno voglia di cambiare il mondo.
E poi ci troveremo come le star
a bere del whisky al Roxy Bar
o forse non c’incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai”.

Video GINO PAOLI – QUATTRO AMICI AL BAR su YouTube: QUI.

Explicatio

“Come se fosse antani” è un’espressione che si rifà alla storia della supercazzola e di come la “supercazzola” del film “Amici Miei” è ormai di uso comune nelle burle e negli scherzi quotidiani.

“Supercazzola” è un neologismo metasemantico, che indica un nonsense, una frase priva di senso logico composta da un insieme casuale di parole reali e inesistenti, esposta in modo ingannevolmente forbito e sicuro a interlocutori che, pur non capendo, alla fine la accettano come corretta. Il termine è utilizzato per indicare chi parla senza dire nulla. La definizione di supercazzola è stata inserita nel 2015 nel vocabolario Zingarelli.

Il successo dello scherzo verbale del personaggio del conte Mascetti ha avuto una eco formidabile al di fuori del cinema e ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni dall’uscita del film, trova massima diffusione e apprezzamento anche tra i più giovani che si divertono con questa presa in giro.

La metasemantica [il termine originato dal prefisso μeta- (meta-) e dalla parola σημαντικός (semantikós)] è una tecnica letteraria teorizzata ed utilizzata da Fosco Maraini nella sua raccolta di poesie “Gnòsi delle fànfole” del 1998.

Come nasce la supercazzola? Nel film “Amici Miei” del regista Mario Monicelli, il conte Mascetti, interpretato da Ugo Tognazzi, si trova ad usare la cosiddetta supercazzola nei confronti di un vigile. Il trucco linguistico è quello di usare una sequenza di parole senza senso messe insieme casualmente, ma declinandole come se ne avessero. Nell’ideale di Monicelli, quello del conte era uno sberleffo all’autorità che veniva rappresentata dalla figura del vigile.

Ne consegue che la celebre sequenza (o meglio le celebri sequenze) dell’utilizzo della supercazzola hanno trovato uno spazio extracinematografico, che è entrato a far parte del nostro bagaglio linguistico e culturale. Il successo del film e della supercazzola, quindi, si è protratto nel tempo e si è tramandato nel corso dei dieci decenni trascorsi dall’uscita del film, fino alle nuove generazioni anche senza una effettiva conoscenza dell’origine cinematografica.

Il significato della supercazzola: come se fosse antani anche per lei soltanto in due (da “Come se fosse antani significato” di Lettera43, 28 dicembre 2015)

Se stai cercando un significato all’espressione “come se fosse antani”, te lo dico subito che ti stai procedendo nel senso sbagliato. La frase infatti è privazione di significato, assenza di conseguenze logiche e massima formalità nella cadenza orale delle parole, un metalinguaggio privo di senso che fa la regola dell’irregolarità, una presa in giro filosofica che trova spazio solo nella sua esecuzione, senza troppi ragionamenti. La frase (senza senso) viene usato per indicare una “supercazzola”.

Come fosse antani.

Il termine “supercazzola”, che – come abbiamo visto prima – è entrato nell’uso comune dal cinema, come storpiatura dell’originale “supercazzora”. Il termine viene citato sia con la “r” sia, più frequentemente, con la “l”. La velocità con cui Tognazzi recita le sue battute nel film non consente di distinguere chiaramente i suoni delle singole sillabe (come per altre parole tra cui, ad esempio, “prematurata” anziché “brematurata”). La dizione corretta della parola tuttavia sembra essere “supercazzora”: nel libro omonimo “Amici miei” edito da Rizzoli (1976), scritto dagli stessi autori della sceneggiatura (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli), si legge «supercazzora» (oltre a «brematurata» al posto di «prematurata»). E nel sequel “Amici miei atto III” il Melandri (Gastone Moschin) riceve una videocassetta che inizia con una schermata recitante: «La Supercazzora 69 presenta».

Fotogramma di Amici miei (1975) di Mario Monicelli. In questa sequenza il conte Mascetti (Ugo Tognazzi) usa la supercazzola con il vigile (Mario Scarpetta).

L’invenzione della supercazzola viene attribuita a Corrado Lojacono, prima che la “parola d’autore” fosse ripresa poi nel film “Amici miei” di Mario Monicelli (1975), che racconta le vicende di un gruppo di amici burloni che si divertono a corbellare il prossimo. È soprattutto Ugo Tognazzi, nei panni del conte Raffaello Mascetti (detto Lello), a far uso della supercazzola.

Il termine “supercazzola” viene eletto a definizione di questa tecnica in seguito a una burla “rovinata” dall’intromissione del personaggio di Guido Necchi (Duilio Del Prete), che il conte Lello Mascetti apostrofa dicendo: “Senti, Necchi, tu non ti devi permettere di intervenire quando io faccio la supercazzola!”.

La prima scena della supercazzola, nel film, recita così (il vigile intende multare Melandri e Perozzi perché fanno rumore con il clacson):

“Mascetti: Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo?
Vigile: Prego?
Mascetti: No, mi permetta. No, io… scusi, noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribàcchi confaldina? Come antifurto, per esempio.
Vigile: Ma che antifurto, mi faccia il piacere! Questi signori qui stavano sonando loro. ‘Un s’intrometta!
Mascetti: No, aspetti, mi porga l’indice; ecco lo alzi così… guardi, guardi, guardi. Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica? Che prematura anche? Ma allora io le potrei dire, anche con il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, capisce?
Vigile: Vicesindaco? Basta ‘osì, mi seguano al commissariato, prego!
Perozzi: No, no, no, attenzione! Noo! Pàstene soppaltate secondo l’articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati, per due, anche un pochino antani in prefettura…
Mascetti: …senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapìa tapiòco.
Perozzi: …dopo…”.

Ecco un altro esempio di supercazzola, sempre fatta dal Mascetti, quando, nel film, si sente tradito dalla sua amante Titti e la insegue in un hotel:

“Uomo al bancone: Mi scusi, lei…?
Mascetti: Antani, come se fosse antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento.
Uomo al bancone: Come, scusi?
Mascetti: A destra, per due”.

Il linguaggio verbale che sfocia nella supercazzola potrebbe essere derivato, stando a una testimonianza del regista Mario Monicelli, da una trovata dello scrittore e cabarettista Marcello Casco, che era solito farsi beffe del potere costituito, rappresentato da vigili urbani, soldati o carabinieri, riuscendo a tenere una conversazione senza senso anche per diversi minuti, e dalla quale gli sceneggiatori di “Amici miei” potrebbero avere preso spunto. A tale riguardo, nonostante nel film ne faccia uso soprattutto il conte Mascetti, in una scena conclusiva del film, dove il personaggio del Perozzi (interpretato da Philippe Noiret), durante la confessione in punto di morte, parlando al sacerdote con lo stesso linguaggio incomprensibile, esalta anche con fare iconoclasta questa pratica verbale tesa allo sberleffo della persona con cui si parla.

Una testimonianza di un paradigma espressivo quasi simile si può trovare nel Decameron di Boccaccio (Terza Giornata, Novella Ottava):

“Disse allora Ferondo:
– O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade?
– Ohioh! – disse il monaco – sevvi di lungi delle miglia più di ben la cacheremo.
– Gnaffe! cotesto è bene assai; – disse Ferondo”.

E ancora (Ottava Giornata, Novella Terza):

“Disse allora Calandrino:
– Fostivi tu mai? A cui Maso rispose:
– Di’ tu se io vi fu’ mai? Sì, vi sono stato così una volta, come mille.
Disse allora Calandrino:
– E quante miglia ci ha?
Maso rispose:
– Haccene più di millanta, che tutta notte canta”.

In entrambi casi, lo scopo è, evidentemente, di confondere e gabbare il malcapitato interlocutore.

Un artificio analogo si trova nella Disputa tra il Signor de’ Baciaculi e il Signor de’ Fiutapeti che compare nel Pantagruel, monumentale romanzo pubblicato nel 1532 da François Rabelais [François Rabelais, “Gargantua e Pantagruele” edito da BUR 2000). La disputa consiste in due discorsi senza senso ma dalla forma tipica delle orazioni giuridiche, come pure la sentenza con cui viene risolta dal protagonista. Nei suoi sperimentalismi, Rabelais è forse alla fonte di molti altri arguti giochi con le parole [Capitolo XI: “Come il signor de’ Baciaculi e il signor de’ Fiutapeti si difesero senza avvocato davanti a Pantagruele”. Le arguzie linguistiche proseguono anche nel successivo Capitolo XII: “Come il signor de’ Fiutapeti perorò la causa davanti a Pantagruele”].

Un antecedente storico più recente è nei “Viaggi di Gulliver” (1735) in cui l’autore, Jonathan Swift, per burlarsi dell’abuso dei termini marinareschi incomprensibili alla maggior parte dei lettori dei racconti di avventure, inserisce nel primo capitolo della seconda parte un’intera pagina di parole tratte dal linguaggio dei marinai e dei costruttori navali del tutto priva di significato per gran parte dei lettori.

Nell’opera “Don Giovanni” di Wolfgang Amadeus Mozart (1787, libretto di Lorenzo Da Ponte) il servo Leporello, imbarazzatissimo, deve rivelare a una delle vittime del suo padrone la realtà del suo agire di seduttore senza sentimenti, ed esordisce con (Atto Primo, Scena quinta):

“Madama… veramente… in questo mondo
Conciòssiacosaquandofosseché…
Il quadro non è tondo…”.

In tutti questi casi le parole sono usate per farsi beffe dell’interlocutore. Ci sono poi numerosi esempi di testi insensati che potrebbero essere supercazzole se usati nella situazione opportuna e con intento sbeffeggiatore, ma che di per sé sembrano perseguire altre funzioni, ad esempio una ricerca dell’assurdo dichiarata esplicitamente in partenza. Sono per così dire “supercazzole in potenza”.

La letteratura nonsense, fenomeno della cultura inglese dalla fine del XVII a tutto il XIX secolo, ne ha fornito molti esempi, come pure il movimento surrealista, attivo in molti Paesi nei due secoli passati, e la tecnica poetica della metasemantica, usata in Italia dal poeta Fosco Maraini alla fine del XX secolo.

Anche l’attore Totò fece largo uso di discorsi privi di senso ma ricchi di comicità per confondere gli astanti, a cominciare dal suo primo film cioè “Fermo con le mani!” del 1937 nella scena in cui tenta di spiegare alla piccola orfana cos’è un funzionario, fino al film “Totò d’Arabia” (1964, regia di José Antonio de la Loma) in cui, nel corso di un passaggio di consegne, un istruttore mette alla prova le capacità di comunicazione cifrata dell’Agente segreto 00Ø8 (Totò), approva dicendo: “Meglio così: l’interlocutore lasciamolo nel dubbio”.

Il comico romano Paolo Stoppa in uno sketch di Carosello degli anni sessanta, interpreta un impiegato che ricorre a uno sproloquio privo di senso per reclamare la propria precedenza su altri nel prendere un taxi.

Nel film “Il fascino discreto della borghesia” (1972, regia di Luis Buñuel) il diplomatico Don Rafaël, interpretato da Fernando Rey, quasi colto in adulterio dal marito della sua amante, per tentare di allontanarlo e procedere all’amplesso gli dice che ella deve trattenersi da lui per vedere i “colcini”. “Che cosa sono?”, domanda lei una volta rimasti soli. “Non lo so” risponde lui avvinghiandolesi addosso.

“Il quadro è tondo”… o come disse la Madre Badessa alle sue consorelle: “Siamo tutti uomini”, citando Seneca (Ad Lucilium).

La supercazzola è anche presente in inglese, chiamata “gobbledygook”.

E un noto “inside joke” (barzelletta tra intenditori) nell’ingegneria è il “turboencabulator” [*]. Appunto, il congegno in cui conservo le uova che compro freschi (ma solo quelli freschi). E per evitare che mi invierete dei messaggi in privato via Messenger, per chiedere il perché, vi dico anche la supercazzola: “Perché quelli non propriamente freschi mangio come fossero antani”. E non mi chiedete neanche cosa sia un “turboencabulator”, leggete e capirete. Chi intende, intenda. Chi intende cambiare corsia deve controllare che la corsia che vuole occupare sia libera dietro per un tratto sufficiente E chi intende cambiare corsia non deve azionare l’indicatore di direzione se la strada è libera, ma sono quando non è libera, quindi occupata. Ricordatevelo e fatene un buon uso quando state uscendo verso orizzonti poetici.

[*] The turboencabulator (and subsequent evalvolated models, the retroencabulator and the microencabulator) is a fictional machine whose alleged existence became an in-joke and subject of professional humor among engineers. The explanation of the supposed product makes extensive use of technobabble. The gag was popular for many years. The following description is from the original Students’ Quarterly Journal article written by J. H. Quick in 1946. The citation in the later Time article misspells several of the technical terms. General Electric, Chrysler and Rockwell Automation use many of the same words: the original machine had a base plate of prefabulated amulite, surmounted by a malleable logarithmic casing in such a way that the two main spurving bearings were in a direct line with the panametric fan. The latter consisted simply of six hydrocoptic marzlevanes, so fitted to the ambifacient lunar waneshaft that side fumbling was effectively prevented. The main winding was of the normal lotus-o-deltoid type placed in panendermic semi-boloid slots in the stator, every seventh conductor being connected by a nonreversible tremmie pipe to the differential girdlespring on the ‘up’ end of the grammeters”.

Postscriptum. Non provate a tradurre questa definizione dall’inglese, perché è perdita di tempo: anche dopo non avrà ancora un significato. Google Translator è già confuso in situazioni “normali”, figuriamoci con una “supercazzola” (anche se Google Translator traduce in inglese “come fosse antani” con “as if it were antani”, hai capito qualcosa in più? Allora).

E con questo: Explicit.

Bibliografia: Ugo Tognazzi (a cura di Roberto Buffagni). La supercazzola. Istruzioni per l’Uso, edito da Mondadori 2006.

Fonti: Lettera43; Zingarelli; Wikipedia.

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