Johnny Dotti consiglia di ripartire dal silenzio

“Sapremo non rimuovere questo tempo e spazio di silenzio? O ci faremo di nuovo travolgere dalla banalità di bla bla estenuanti e insignificanti?”: da queste due fondamentali domande nasce il nuovo e-book di Johnny Dotti, scrittore, pedagogista, imprenditore sociale e docente a contratto di ‘Analisi e gestione di fenomeni sociali complessi’ presso l’Università cattolica di Milano, che ritiene che la vera sfida, per il futuro, non sia trovare il sistema per superarle, queste scomode compagne, quanto essere capaci a non lasciarle andare via.

Lui è bergamasco ed ha vissuto il virus molto da vicino, costretto a guardarlo in faccia, in famiglia, mentre nella cittadina lombarda i lutti si sommavano ai lutti e la morte era, ed è ancora, ‘invadente’, come ce lo racconta: “Mi è parso evidente che se non includo la morte nella mia vita non vivrò. Che non posso rimuoverla. E che se voglio chiamarla sorella, la morte, devo trovarci un senso profondo.

La morte sfida la mia vita. Ma non nel senso di vittoria o sconfitta: o diventi di più quello che sei o lo diventi meno. Poi un’altra cosa. Io vivo in una piccola comunità di famiglie: ringrazio Dio di aver visto i figli reagire con intelligenza. Ho imparato che i ragazzi hanno molto, dentro il cuore, se sono sfidati da cose grandi.

I miei tre figli, il quarto non vive con noi, hanno reagito molto bene. Questo mi ha dato molta fiducia. Non sono degli ‘sdraiati’. Li ho visti far da mangiare, darsi da fare per la madre che stava male, darsi da fare per gli altri, pulire, andare a fare la legna, usare l’ironia.

Bisogna avere il coraggio di sfidarli, perché la vita è un dramma che ti sfida. Per questo mi arrabbio quando vedo sistemi educativi binari che separano il tempo della responsabilità dal tempo dell’apprendimento. E’ un errore enorme”.

Allora siamo più fragili rispetto alle aspettative?

“Però continuiamo ancora con gli stessi comportamenti, ancora nel XXI secolo, quando malgrado tutta la nostra potenza, i nostri grandi strumenti di comunicazione, l’uomo è fragile, io sono fragile, lei è fragile, la mia famiglia è fragile, l’Italia è fragile. Fino a ieri quello che abbiamo fatto è provare a riparare questa fragilità.

Viviamo circondati da terapie: appena emerge un problema dobbiamo risolverlo. Questa non è più la strada. E riconoscere la fragilità, nelle mie parole da cattolico, significa ‘mutualizzarla’, incontrare l’altro, incontrare la fragilità dell’altro. La ‘soluzione’ sta nella condivisione.

Del resto, questo nella storia ha portato alla scoperta delle grandissime forme dell’economia: banalmente le cooperative, il misericordie, le banche popolari, le banche di credito cooperativo. Sono tutte forme di mutualizzazione del bisogno. La novità oggi sta nel fatto che dobbiamo mutualizzare bisogni diversi tra persone diverse.

Però la domanda di fondo è questa: è la fragilità un principio per cui operare? Voglio dire: non perché sia evitata o superata, ma perché diventi generativa (perché è da lì che viene fuori la vita)? Io penso di sì, lavoro perché sia così.

La tentazione diabolica di superare di nuovo la fragilità con la potenza è dietro l’angolo. La si vede già: troveremo un altro vaccino e saremo a posto; risistemeremo i conti pubblici e saremo a posto. Per carità, sono cose importanti, i vaccini e i conti pubblici. Ma non sono quelli che ci portano in una civiltà umana più piena, più bella, più giusta. Quella è la strada di prima. E la strada di prima porta a dove siamo adesso”.

Molti affermano che dopo questa pandemia non saremo più gli stessi: come saremo?

“Dico che non è scontato che non saremo più gli stessi. Certamente è stato un trauma molto grande e trasformare il trauma in cambiamento e trasformarsi davvero non è così semplice. Mi auspico che andremo meno di fretta; saremo più attenti gli uni e gli altri; mi auspico che il mondo possa essere migliore e non peggiore.

Però negli auspici ci sono molti rischi: il rischio di allontanarci sempre più, perché la paura può aumentare e ci rifuggiamo in forme di sicurezza che allontanano gli altri. Il rischio di forme di autoritarismo, perché alcune tecniche possono degenerare in forme di controllo. Questo dipende dalla nostra libertà: spero che saremo più liberi”.

Siamo nella ‘fase 2’: il distanziamento chiesto dalle normative quale effetto avrà nei nostri comportamenti sociali?

“Avrà molti effetti, perché è una questione di prudenza che diventerà preponderante. La prudenza, che è virtù importante, perché vuol dire discernimento, rischia di trasformarsi in angoscia e paura dell’altro. Quando avvengono queste situazioni, c’è il rischio di individuare capri espiatori invece di trasformarla in risorsa. Le forme sociali cambieranno se noi vorremmo essere migliori”.

Saremo capaci di ridisegnare un avvenire oltre gli slogan?

“L’avvenire  è molto legato alla situazione di come saremo in grado di portare a senso positivo quello che sta avvenendo. Ogni crisi porta al suo interno i rischi del cambiamento. Bisogna lavorare per un cambiamento positivo”.

Quale sfida comporta per la fede questa pandemia?

“Comporta uno stile più fraterno ed un discernimento nella vita. Qui a Bergamo spero che questa presenza massiccia della morte ci aiuti a discernere il bene dal male nella nostra vita”.  

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