Carmelo Musumeci racconta la sua vita: dal carcere alla ‘redenzione’

‘Dico sempre che sono nato colpevole, ma poi ci ho messo del mio per diventarlo. E ci sono riuscito’: così ha detto Carmelo Musumeci presentando il suo nuovo romanzo, ‘Diventato colpevole. Il signore delle bische’.

“Fin da subito capii che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti. E fin da piccolo giurai a me stesso che nella vita avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso. Ancora, però, non sapevo che sarei diventato il Signore delle bische”: in questo modo inizia il racconto di Carmelo Musumeci, 65 anni, che ha trascorso in carcere più di tre decenni portando avanti una lotta sociale per far conoscere l’esistenza di questo tipo di ergastolo.

Meglio noto all’epoca col nome di ‘boss della Versilia’, è arrestato nel 1991 e portato all’isola dell’Asinara dove è stato sottoposto a regime del carcere duro del 41 bis per reati di mafia, droga, estorsioni e omicidio e per questo motivo condannato in via definitiva all’ergastolo ostativo:

“I dispensatori di giudizi non vogliono che moriamo subito. Vogliono che crepiamo lentamente. A poco a poco. Vogliono che soffriamo più a lungo possibile, così impariamo la prossima volta a non fare del male”.

Così, dentro il carcere, Musumeci ha cominciato a scrivere accadeva tra le mura protette dalle sbarre: “La speranza non andrebbe mai negata a nessuno, molti giovani ergastolani, entrati in carcere all’età di 18/19 anni senza poterne più uscire, potrebbero essere salvati. Bisognerebbe dar loro una possibilità di riscatto allontanandoli dalle dinamiche criminali. Se, invece, sanno di dover morire in carcere non potranno mai cambiare mentalità”.

Con il passare degli anni Musumeci è cambiato, utilizzando al meglio gli anni di carcere senza sprecare la propria e l’altrui sofferenza, anche perché ha incontrato Nadia Bizzotto, responsabile della comunità Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, a Bevagna in provincia di Perugia, dove oggi Carmelo è impegnato:

“Svolgo il mio lavoro di volontariato convinto che adesso la mia pena abbia un senso: è un luogo speciale perché alla base di ogni azione risiede l’amore, la migliore delle medicine. Vivere lì mi dà la possibilità di rimediare al male che ho fatto, facendo del bene”.

Allora, Carmelo, raccontaci come si diventa colpevole: “Spesso chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo ambiente. In questo senso, le motivazioni del suo comportamento non sono diverse da quelle di chi rispetta le leggi.

Forse, per questa ragione, rispetto ai reati che ho commesso, mi sono spesso percepito ‘colpevole di essere innocente’ dato che molto del comportamento deviante l’ho appreso dalle frequentazioni che hanno accompagnato la mia giovinezza. Io, però, adesso preferisco non darmi nessuna attenuante perché, come dico spesso nelle mie testimonianze: sono nato colpevole poi io ci ho messo del mio per diventarlo”.

Perché sei diventato ‘signore delle bische’?

“Fin da subito capii che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti. E fin da piccolo giurai a me stesso che nella vita avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso. Ancora, però, non sapevo che sarei sceso all’inferno. Negli anni ’70 le maggiori entrate nei canali della malavita venivano dai profitti dal traffico di sigarette di contrabbando e dal mondo del gioco d’azzardo.

Ed io fin da bambino ho avuto dei buoni (cattivi, a secondo i punti di vista) maestri che mi hanno aiutato a diventare un bravo giocatore. Nonna Franca mi ripeteva spesso: ‘Devi sapere che, alla lunga, non vince mai il giocatore più fortunato. Piuttosto, vince il giocatore sfortunato ma più intelligente’. Debbo dire che adesso il gioco d’azzardo è stato sostituito dallo Stato con il suo monopolio”.

Come sei uscito da questo percorso malavitoso?

“Il carcere non mi ha assolutamente fatto bene. Se mi limitassi a guardare solo carcere, posso dire che non solo mi ha peggiorato, ma mi ha anche fatto tanto male. Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto”.

E’ possibile una speranza per chi nella vita non si è sentito ‘amato’?

“Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali.

Se a me questo non è accaduto è solo grazie all’amore della mia famiglia e di una parte della società. Penso che la società non è cattiva, ma non sa perché i mass media danno notizie ma non informano che qualunque persona per vivere ha bisogno di sperare, di essere amati e di sognare”.

Ed ora come si svolge la tua ‘vita’?

“Nell’attuale regime di liberazione condizionale faccio il volontario nella Comunità Papa Giovanni XXIII (fondata da don Oreste Benzi) che tanto bene mi ha fatto e che ormai è diventata la mia seconda famiglia. Cerco di rimediare, ovviamente parzialmente, al male fatto dando una mano a persone disabili. Certo non mancano le difficoltà soprattutto quella di scrollarmi il carcere di dosso perché quando ti abitui alla cattività per tantissimi anni poi la felicità ti stanca, dà ansia ed è anche difficile da gestire.

In un certo modo ti sei disabituato alla felicità. E avvolte penso che sotto un certo punto di vista la vera pena la inizi a scontare quando esci fuori dal carcere. A volte ho paura a sentirmi felice, perché mi viene in mente quanto sono stato infelice per 27 anni e adesso sento di più il dolore di quegli anni. Poi ho il senso di colpa verso i miei compagni perché io ce l’ho fatta, loro no, perché credo che molti di loro lo meritano più di me. E è assurdo che ce l’ho fatta proprio io che ero convinto che sarei morto in carcere”.

E concludiamo con una frase del suo libro: “Aver voluto dare ai miei figli quello che non ho avuto io mi ha portato a fare delle scelte sbagliate. Mentre loro desideravano solo avere un padre vicino, io volevo dar loro solo soldi. Facendo così ho perso più di un quarto di secolo e non sono potuto star loro accanto nei momenti più importanti della vita. Così mi sono accorto di avere sbagliato tutto nella vita, ma purtroppo è accaduto e devo accettarlo”.

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