Riccardo Bonacina: un appello per la rinascita dell’Italia

“Mai come in questa terribile congiuntura siamo chiamati a diventare consapevoli di questa reciprocità che sta alla base della nostra vita. Accorgendosi che ogni vita è vita comune, è vita gli uni degli altri, degli uni dagli altri. Le risorse di una comunità che si rifiuta di considerare la vita umana solo un fatto biologico, sono un bene prezioso, che accompagna responsabilmente anche tutte le necessarie attività della cura”.

Partendo dalla Nota sull’emergenza da Covid-19 della Pontificia Accademia per la Vita, molti presidenti dell’associazionismo italiano hanno indirizzato una lettera (‘Appello della società civile per la ricostruzione di un welfare a misura di tutte le persone e dei territori’) al presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, al presidente della task force governativa per la ‘Fase 2’, Vittorio Colao, e per conoscenza al presidente dell’Anci, il sindaco di Bari Antonio De Caro, chiedendo il coinvolgimento dei corpi intermedi, che costituiscono il capitale sociale italiano in un grande lavoro di caring, di presa in carico delle famiglie e dei lavoratori colpiti dalla crisi; ed un maggiore impegno nella costruzione di un’economia a misura d’uomo, un’economia civile, che abbia a cuore la centralità della persona, dei territori ed un’attenzione costante all’ambiente e alla crisi climatica.

Per comprendere meglio il valore di questo appello abbiamo chiesto a Riccardo Bonacina, fondatore e coordinatore editoriale di ‘Vita NoProfit’, di spiegarci il suo significato: “Il grande interrogativo a cui dobbiamo dare risposta è: riportiamo il mondo nella situazione nella quale si trovava prima del coronavirus o lo ridisegniamo daccapo? La decisione spetta soltanto a noi. Inutile dire che, prima del coronavirus, il mondo non ci andava bene.

La crisi si annuncia tale che non basterà la semplice distribuzione di beni materiali affidata al Terzo Settore, occorrerà parlare di riconversione e ricostruzione delle nostre economie globali e locali. Per questo chiediamo che nella fase 2 il Terzo settore sia messo al centro, perché ci occorre una ritessitura sociale dopo il distanziamento e le paure, perché occorre ristabilire legami di fiducia, perché le economie civili che il Terzo settore produttivo mette in atto sono capaci di coniugare sostenibilità economica, sociale e ambientale.

Prescindere dal Terzo settore o coinvolgerlo solo come garzone che porta aiuti vuol dire non aver capito nulla di quello che è successo. Il nostro Paese vanta un insieme variegato di enti di Terzo Settore che non teme confronti a livello internazionale”.

Saremo capaci di ridisegnare un avvenire oltre gli slogan?

“Se mancheremo di impegnarci in un programma di ripresa economica post-coronavirus trainato da una consapevolezza sociale e ambientale, imboccheremo inevitabilmente una strada molto peggiore della catastrofe provocata dal coronavirus.

Per difenderci dal coronavirus possiamo rinchiuderci nelle nostre case ma, se non riusciremo a dare risposte adeguate alle questioni globali in costante peggioramento, non avremo dove nasconderci da Madre Natura arrabbiata con noi e dalle masse degli arrabbiati di tutto il pianeta”.

Perché i corpi intermedi che costituiscono il capitale sociale italiano devono essere coinvolti?

“In questa crisi del Covid-19, che ci sta perseguitando dal 21 febbraio scorso, due sole dimensioni hanno attratto la quasi totalità delle attenzioni da parte sia dei soggetti pubblici istituzionali sia della politica e degli stessi cittadini: la dimensione sanitaria e quella economico-finanziaria.

Nessuno potrà mai negare che si tratti di dimensioni di centrale rilevanza, ma sono le sole che devono essere prese in considerazione? Ciò a cui finora è stata prestata scarsa attenzione è la dimensione socio-relazionale e spirituale.

Il fatto è che le persone in carne ed ossa (come si è soliti dire) soffrono non solamente per il dolore fisico che avvertono, ma pure per la situazione di abbandono e di isolamento in cui vengono a trovarsi in conseguenza della malattia.

Ne deriva che, quando si dice ‘prima la salute’, si dice una verità parziale se la si intende in modo riduzionistico, come finora è accaduto, salvo rare eccezioni. Non mi pare, infatti, che la categoria di bene relazionale sia mai stata chiamata in causa in questa triste emergenza”.

Quale ruolo può giocare il Terzo Settore?

“Ebbene, nei tavoli o cabine di regia dove si vanno disegnando le strategie di intervento, questo mondo non è stato invitato a dare il contributo di cui è altamente capace. Quale contributo, per farmi capire? Primo, l’apparato di conoscenze e informazioni che solo chi opera sul territorio e per il territorio è in grado di fornire.

Secondo, l’assolvimento di mansioni come il rilevamento della temperatura corporea, il prelievo dei tamponi, il trasporto degli ammalati. (Si pensi al beneficio che ne avrebbero tratto medici e infermieri, ormai allo stremo delle forze).

Terzo, e soprattutto, la predisposizione di vere e proprie azioni di pedagogia sanitaria e di educazione alla responsabilità intesa non tanto come imputabilità, ma come farsi carico del peso delle cose, del prendersi cura dell’altro. Si dirà: ma non bastano gli annunci, le raccomandazioni, i decreti?

No. Come da tempo la scienza sociale ci indica, con una schiera di evidenze empiriche, se la norma che viene imposta non è percepita, e quindi interiorizzata dal cittadino come equa e finalizzata al bene comune, essa non verrà rispettata, nonostante rigidi sistemi di esecutorietà.

Ecco perché sono necessari educatori specializzati, il cui ruolo è proprio quello di convincere, cioè persuadere, le persone che tra norma legale e norma sociale non c’è discrasia, anzi c’è piena convergenza. E’ questa la grande missione del Terzo Settore, come espressione organizzata della società civile, che né lo Stato né il mercato sono in grado di assolvere”.

Come sarà l’economia del ‘dopo’?

“Speriamo sia un’economia influenzata da alcuni anticorpi che mi sembrano farsi largo proprio in queste settimane, anticorpi che, anche in questa difficile fase, stanno attaccando lentamente alcuni approcci turbo capitalistici in favore di una ‘economia umana’ e una certa propensione antropologica a incentrare le nostre viste solo sui valori, metodi e parole funzionali al mercato.

La crescita economica durante la fase di globalizzazione ha prodotto una serie di ‘fratture’ non più sostenibili: tra l’economia e il sociale, tra l’umano e l’ambiente, tra la produzione e la finanza, tra la competizione e la collaborazione.

Mentre tutto si espandeva, tutto si slegava: il nostro modello di crescita ha indebolito la trama dei rapporti sociali, inasprito le diseguaglianze, minacciato le possibilità di sviluppo futuro, eroso ogni intermediazione e svuotato le istituzioni. Ogni slegatura è diseconomia e si pagano oggi i conti della fase storica alle nostre spalle.

Non sappiamo ancora bene in che cosa consisterà la prossima crescita economica, ma sappiamo che una crescita senza umanità non è sviluppo. Il secondo anticorpo è quello della sostenibilità. L’aumento di ricchezza e di benessere passerà da scelte in grado di aumentare l’economia, l’umano, il sociale e l’ambiente contemporaneamente.

Migliorare la qualità delle relazioni umane, occuparsi di una sfida sociale o ambientale, come quella della salute, dell’acqua e dell’alimentazione, deve essere concepito come un vero e proprio business, non come atto filantropico esterno o indipendente dal core business.

In questo senso l’impresa non è più un’organizzazione chiusa, ma un’infrastruttura aperta a cui viene richiesto di migliorare la qualità di un territorio e assicurare la sostenibilità dello sviluppo umano”.

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