Don Tonino Bello: profeta di fraternità

“Davanti a chi soffre come voi, l’atteggiamento più giusto sembrerebbe quello del silenzio. Però, anche il silenzio può essere frainteso o come segno di imbarazzo, o come tentativo di rimozione del problema. E allora, tanto vale parlarne. Semmai, con pudore. Chiedendovi scusa per ogni parola di troppo. Come, per esempio, una parola di troppo potrà sembrare il segreto che vi confido sulla mia consuetudine con questa preghiera che recito ogni mattina”.

Così scriveva nel 1993 mons. Tonino Bello agli ammalati nel libro ‘Pietre di scarto’, commentando la preghiera dell’abbandono di Charles de Foucauld: “Ma quando si soffre, è difficile fare di necessità virtù, se non viene una forza dall’alto. Al massimo, ci si può rassegnare. Stoicamente. Col sarcasmo sulle labbra, che spesso è peggio della bestemmia. Ed eccomi allora chiamato dal mio dovere di vescovo ad additarvi con fermezza lo scandalo della Croce.

Dire che col vostro dolore contribuite alla salvezza del mondo, può sembrarvi letteratura consolatoria. Ricorrere alle frasi fatte degli occhi che vedono bene solo attraverso le lacrime, può essere inteso, se non proprio come un insulto gratuito, almeno come un ritrovato sterile della saggezza umana.

Accennarvi che, in fondo, ognuno si porta dentro il suo carico di dolori e che, tutto sommato, non siete poi così soli come sembra, potrebbe accrescere il vostro sdegno. Aggiungere che un giorno sarete schiodati pure voi dalla croce, può apparire uno scampolo di quell’eloquenza mistificatoria che non convince nessuno”.

Però di fronte alla malattia mons. Bello ha ringraziato chi è nella sofferenza per la loro ‘compostezza’: “Forse un giorno quel posto sarà mio. O lo è già da adesso, ed è solo l’esemplarità del vostro martirio più grande che me ne rende agevole il tormento. Non fosse altro che per questo, vorrei dirvi: grazie!

Ma grazie soprattutto perché, se è vero che dobbiamo adorare e benedire Gesù Cristo che con la sua santa croce ha redento il mondo, è altrettanto vero che, in cooperativa con lui, voi ci avete comprato le gioie che fanno fremere il mondo: le sue canzoni, le sue attese di libertà, le sue esplosioni di luce, i suoi tripudi di vita, le sue ansie di festa senza tramonti, le sue speranze di cieli nuovi e terre nuove.

Sapete che vi dico? Il mattino di Pasqua, nella corsa verso il sepolcro, voi sarete più veloci di tutti, e ci precederete come Giovanni. E forse vi fermerete sulla soglia, per farci vedere ‘le bende per terra e il sudano piegato in disparte’. E l’ultima carità che ci aspettiamo da voi”.

E lunedì 20 aprile nel cimitero di Alessano, deponendo un mazzo di fiori sulla tomba di don Tonino Bello, il vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, mons. Vito Angiuli, ha reso omaggio al ‘profeta di speranza’: “In questo tempo di sofferenza a causa del coronavirus don Tonino ci avrebbe detto di non fermarsi a guardare soltanto le foglie che cadono ma di intravedere anche le gemme che spuntano.

E nell’attuale pandemia vedo, ad esempio, uno scoppio di generosità: quella degli operatori sanitari, innanzitutto, che vanno avanti nella loro missione anche a costo della vita; o di tanti volontari e persone comuni che si fanno prossimi agli anziani soli o ai più poveri. Sono segni di un’umanità nuova”.

Al vescovo della ‘convivialità delle differenze’, di cui è in corso la causa di beatificazione, Pax Christi ha dedicato un momento di preghiera e meditazione in diretta facebook con don Renato Sacco e don Nandino Capovilla assieme a mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale: “Fu educatore, poeta, profeta e amico degli ultimi. Nominato vescovo nel 1982, anziché ai ‘segni del potere’ diede subito la preferenza al ‘potere dei segni’, ospitando nella sua casa famiglie di senzatetto e profughi albanesi, promuovendo iniziative di accoglienza per immigrati e tossico-dipendenti.

Presidente nazionale di Pax Christi dal 1985, denunciò le strutture di peccato che producono guerra e fame, pronunciandosi contro il traffico di armi, e contro le spese e le installazioni militari. Paladino di una nonviolenza attiva, definì la pace come ‘convivialità delle differenze’ e interpretò la missione della chiesa come servizio, definendola ‘chiesa del grembiule’. Nel dicembre 1992, ormai profondamente segnato da una malattia inesorabile, ispirò e partecipò alla marcia di cinquecento pacifisti a Sarajevo assediata, nel pieno della guerra balcanica”.

La Consulta diocesana delle Aggregazioni Laicali della diocesi ha scritto una lettera aperta ai laici nel ricordo di mons. Bello: “C’è una sfida dell’essenziale che ci attende, rispetto alla quale ogni realtà ecclesiale è chiamata ad interrogarsi su tutto ciò che essenziale non è, che si rivela coreografia, gioco di emozioni, involucro di tradizioni, e a lasciare il posto a scelte coraggiose, magari impopolari, che però rispondono ai reali problemi dell’oggi. Occorre lungimiranza e progettualità, occorrono idee e linee di direzione uguali per tutti.

Nei prossimi mesi ci misureremo con l’emergenza economica, dovuta ad una crisi senza precedenti. Sapremo rispondere, declinare la parola solidarietà, non solo in termini assistenziali? Sapremo essere pungolo per le Istituzioni e per le imprese locali nella tutela dei posti di lavoro? Sapremo mettere in atto una alternativa sensata e praticabile, di contrasto a fenomeni come l’usura?”

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