Sars-CoV-2. Divulgazione scientifica – Parte 5: Terapie possibili nei trattamenti e per frenare il Covid-19

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Il 10 aprile ho ricevuto un post, che gira in rete (come di consueto in modo fantasiosa, senza la più minima verifica). In sostanza dice che “i pazienti con la patologia di Covid-19 va in rianimazione per tromboembolia venosa generalizzata, soprattutto polmonare. Se così fosse, non servono a niente le rianimazioni e le intubazioni perché innanzitutto devi sciogliere, anzi prevenire queste tromboembolie. Se ventili un polmone dove il sangue non arriva, non serve! Infatti muoiono 9 su 10. Perché il problema è cardiovascolare, non respiratorio!”.

A prima vista – tenendo presenti alcuni parametri di cui parlo di seguito – ho pensato ad una bufala o almeno un mezzo falso. Non mi sembrava una fake news, perché in sostanza tratta di argomenti di cui mi ricordavo di aver letto già e che hanno trovato conferma altrove.

Dopo ricerche il più accurato possibile, mi pare che si tratta di una segnalazione affidabile, anche se con alcune criticità, visto che in sostanza le informazioni trovano conferma in ambito medico, da fonti accertati (faccio seguire alcuni articoli recenti, sullo stesso argomento).

Uno di questi articoli tratta proprio dell’ospedale che è menzionato nel post, la Clinica Beato Matteo di Vigevano in Provincia di Pavia e contiene anche qualche conferma di quanto affermato. Si tratta di un articolo pubblicato il 19 marzo 2020 su La Provincia Pavese (Vigevano, il “Beato Matteo” diventa ospedale-Covid. Pronti 110 posti sui 160 totali, già quasi tutti occupati dai malati di Coronavirus. Medici in corsia 12 ore al giorno, presto testato il farmaco della speranza). In questo articolo a firma di Sandro Barberis si legge: “C’è anche una speranza però nell’inferno dei reparti Covid. È quella data da un farmaco reumatoide testato anche al San Raffaele di Milano, clinica che fa parte dello stesso gruppo del Beato Matteo. Una fornitura di dosaggi è attesa a breve anche nella clinica di Vigevano. La speranza dei medici, e non solo, è che possa dare risultati confortanti e permettere a molti positivi ricoverati di guarire dal Covid”.

Alcuni articoli sull’argomento

Zangrillo (ospedale San Raffaele): “Tempesta infiammatoria nei malati, non è solo polmonite” di Susanna Picone – Fanpage, 12 aprile 2020
Coronavirus, Drago: “Tante morti per tromboembolie, ok Aifa a studio eparina” – ADNKronos, 11 aprile 2020
Coronavirus, Prof. Ascierto: “Tocilizumab, sperimentazione incoraggiante. C’è cauto ottimismo” – Area Napoli, 11 aprile 2020
Coronavirus, “La cura sperimentale con l’eparina funziona” di Ilenia Pistolesi – La Nazione, 9 aprile 2020
Covid-19, AIFA autorizza nuovo studio di fase III per sperimentazione di Tocilizumab per il trattamento dell’infezione da nuovo coronavirus – Portale Ministero della salute, 4 aprile 2020
Coronavirus, “Il caro ‘vecchio’ cortisone aiuta i pazienti” di Michele Bufalino – La Nazione, 1° aprile 2020
Coronavirus, al via sperimentazione farmaco anti artrite al Cotugno di Napoli – Il Messaggero, 19 marzo 2020
Vigevano, il “Beato Matteo” diventa ospedale-Covid di Sandro Barberis – La Provincia Pavese, 19 marzo 2020

Questi sono alcuni degli articoli sull’argomento che mi hanno convinto di tentare di capirne di più sul post del “medico cardiologo di Pavia”, perché apre una prospettiva promettente per la cura dei pazienti Covid-19, prima che la patologia diventa letale.

Qui si parla delle terapie possibili nei trattamenti e per frenare il Covid-19, anche partendo da osservazioni cliniche, di malati di artrite reumatoide in terapia cortisonica e il risultato delle autopsie svolte su pazienti affetti da Covid-19, terapie anticoagulanti, terapia eparinica con l’enoxaparina, sommistrazione di clexane e cortosonici prednisone, desametasone metilprednisolon (l’osservazione di chi ha in atto una terapia cortisonica si ammali meno e quindi che il cortisone possa fungere da protettore), terapia con il tolicizumab (anticorpo monoclonal contro il recettore dell’IL-6 utilizzato prevalentemente nel trattamento dell’artrite reumatoide) che potrebbe essere sostituito dalla terapia cortisonica, terapia con Idrossiclorochina (per pazienti adulti di minore gravità gestiti a domicilio sia nei pazienti ospedalizzati), terapia con darunavir/cobicistat in alternativa al lopinavir/ritonavir (quando quest’ultimo non è tollerato per diarrea, mentre non è consigliabile l’associazione di darunavr/cobicistat con idrossiclorochina né l’eventuale aggiunta di azitromicina), ecc.

Domenica sera, 12 luglio 2020 da Fazio, Dott. Alberto Zangrillo, Direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano è stato molto chiaro: le polmoniti sono solo la punta di un iceberg, c’è una tempesta infiammatoria che colpisce tutto il corpo ed in particolare l’endotelio dei vasi sanguigni. Chi è iperteso ed in sovrappeso è più a rischio. Il cortisone svolge oltre che un’azione antinfiammatoria anche una azione immunimodulatrice, perciò potrebbe risultare utile.

Il messaggio che ho ricevuto, all’origine della mia ricerca.

Il post condiviso con questo messaggio è attribuito al Prof. Sandro Giannini di Bologna, che in altre condivisioni in rete viene indicato come un luminare ortopedico. Invece, pare che il post sia stato ripreso da un “medico cardiologo di Pavia” da un gruppo Facebook chiuso di medici.

Alternativamente, il testo (che ho indico con [1a]) viene attribuito a un Dott. Sandro Giannini, cardiologo di Pavia, però non si trova su Facebook e non si trova nell’elenco dei medici di Pavia.

L’unico altro Dott. Sandro Giannini che ho trovato su Facebook è un calabrese che lavora a Padova. Fa appelli in video di restare in casa e condivide delle cose, ma dei quanto detto prima non c’è tratta sul suo profilo.

Quindi, verosimilmente è da escludere che il post è di uno di questi tre medici.

Il testo gira in rete in due versioni, che indico come [1a] (corrisponde a quella che ho originalmente ricevuto e che si trova in rete) e [1a+1b] (che si trova in rete), in alcuni casi con qualche brevissima introduzione. Però, non c’è la fonte e non c’è nemmeno un nominativo dell’autore (indicato come “medico cardiologo di Pavia”. Ovviamente, non ci si può fidare ciecamente di una prospettiva, e ancora di più, se contraddirebbe clamorosamente quelle più accreditate ufficialmente (anche se non universalmente condivisa), senza nemmeno il nome di chi la propone.

Mi pare che al post originale [1a] è stato ha aggiunto una seconda parte [1b], non si sa da chi.

Comunque, con le prime ricerche ho provato di provare a capire da dove e da chi tutto è partito, perché il testo è troppo dettagliata e tecnicamente esatta (anche se discutibile in alcune affermazioni e toni). Inoltre, la sostanza è confermata da diverse fonti nell’ambito medico (seguono alcuni articoli recenti al riguardo).

Quello che sono riuscito ad epurare, dopo una accurata ricerca attraverso una serie di scatole cinesi, arrivando il più vicino possibile alla fonte originale: “È un post che gira anche in un gruppo chiuso di noi medici, ma non sappiamo da chi è scritto e ciò non è corretto. Tuttavia dice alcune cose già validate dal mondo scientifico, altre sono un po’ troppo enfatizzate e facilone” (Gabriella Chioccini). Inoltre, si chiede delucidazioni a dei cardiologi presenti in questo gruppo, cosa ne pensano. Però, fino a ieri non ho trovato risposte.

A sinistra l’equipe di cardiologia al “Beato Matteo” di Vigevano e a destra una denuncia di fake news.

Posso anche capire perché il “medico cardiologo di Pavia” non abbia pubblicato il suo nome, perché sa che le notizie devono essere “istituzionalizzate” e perché sarebbe raggiunto da provvedimenti disciplinari (pensiamo al medico del pronto soccorso che denunciò le mascherine inadatte). Oltrettutto, gran parte del lavoro del giornalismo d’inchiesta viene svolto con fonti anonimi (con tutti i vantaggi e rischi del caso).

Ci viene anche il pensiero che ci sia una specie di insabbiamento, gestito dall’alto. Questo pensiero è rafforzato dal post di Salvuccio Fabrizio e soprattutto dalla “smentita” del virologo Roberto Burioni sul “Medical Fact”, dove denuncia quello che lui stesso definisce “l’ennesima bufala” del cardiologo di Pavia sulle morti da Covid-19. Ma non è da escludere che la vera fake news sia la sua. Vediamo perché.

“Prima il farmaco russo, poi il farmaco giapponese, poi il laboratorio cinese – scrive Burlioni -, da qualche giorno mancava una bufala sul coronavirus ed è puntualmente arrivata: il cardiologo di Pavia. Sì, perché gira una lettera di un ipotetico cardiologo di Pavia (ovviamente il nome non compare, per cui dobbiamo credere che esista con un atto di fede, che ben si intona con il periodo), un genio che ha capito tutto mentre l’intero mondo si sbaglia e che, guarda caso, ha anche trovato la soluzione: una cura semplicissima, quasi banale, che risolverebbe il problema”.

Quindi, Burioni smentisce la tesi del cardiologo di Pavia: “Purtroppo, così come il farmaco russo e il farmaco giapponese, anche questa è una scemenza di proporzioni immense. Lo scritto mette insieme alcune cose vere con altre scemenze olimpioniche, e arriva a conclusioni che definire senza senso è generoso. Insomma, anche in questo caso una bufala. Ricordatevi: le notizie di nuove cure non arriveranno su Whatsapp dalla chat dei genitori della scuola o dei giocatori di calcetto: le troverete nelle riviste scientifiche e noi su Medical Facts ve le racconteremo in maniera istantanea”.

Per quanto riguarda l’identità del cardiologo di Pavia, ribadisco che è un peccato che è rimasto anonimo, ma che è comprensibile perché vuole mantenere l’anonimato (e questa prevedibile reazione di Burioni esemplifica uno dei motivi).

Quel virologo Burioni – che si fa scappare nessuna occasione per fare pubblicità a se stesso e al suo sito, invece di passare il suo tempo in laboratorio a cercare una cura per il Covid-19 e una prevenzione al Sars-CoV-2 – non è lo stesso virologo Burioni che aveva detto che il Covid-19 non sarebbe mai arrivato in Italia? E ancora scrive, e ancora lo intervistano, e ancora lo lasciano parlare.

Burioni smentisce tutti e nello stato confusionale in cui si trova, riesce pure a smentire se stesso: dallo 0 contagi in Italia che aveva prospettato, siamo oggi a oltre 150.000. La star Burioni è in buona compagnia del Ministro della salute Speranza Speranza, che come lui sosteneva che avrebbero preso tutte le misure e se in altri paesi chiudevano attività e locali, noi potevamo stare tranquilli.

Per Burioni, quanto scritto dal cardiologo di Pavia sarà pure una bufala, però dovrebbe informarsi forse meglio, visto che sembra ormai accertato che eventi tromboembolici giocano un ruolo decisivo nella sindrome respiratoria acuta da Covid-19. Questa constatazione arriva non solo dai medici stranieri, ma anche da diversi medici italiani, non esattamente anonimi e sconosciuti come altri medici cardiovascolari, gente che il Sars-CoV-2 combatte anche 18 ore al giorno sul campo – non su un sito internet, su un giornale o in televisione – esattamente come i medici italiani che hanno capito che molti sono morti intubati e tracheotomizzzati (senza utilità) per un errore di diagnosi: si credeva polmonite quello che invece era embolia polmonare. I medici di prima linea hanno corretto la diagnosi e si aprono speranze. Immediatamente medici cinesi e inglesi hanno pubblicato sul Journal of Thrombosis and Haemostasis guidato dall’ematologo Jecko Thachil del Department of Haematology del Manchester Royal Infirmary, che l’uso di eparina nei pazienti Covid-19 potrebbe avere effetti anticoagulanti, oltre che antinfiammatori e persino antivirali.

Intanto, a Burioni risponde un medico su Il Messaggero: “Fatto è che ci sono lavori in tutto il mondo che documentano embolia polmonare nei deceduti per Covid-19. L’unico ‘errore’ del cardiologo di Pavia sta nell’attribuire alla CID [menzionato nel testo [1b] e non nel testo [1a] V.v.B.] e non all’embolia polmonare la causa mortis; la CID può senz’altro essere una concausa nella generazione della microembolia polmonare che in unltima analisi è quella che aggrava l’insufficienza respiratoria. Ma il problema qui non è tanto l’eziopatogenesi, quanto le implicazioni sulla terapia; la terapia antitrombotica avrebbe potuto salvare molte persone, forse migliaia. Ed è proprio per questo che Burioni mette le mani avanti, la vera fake news è la sua, non quella del cardiologo di Pavia. Per inciso, cosa vorrebbero mai rilevare con l’ecocardiografia al letto del paziente? Segni indiretti di ipertensione polmonare, uno dei modi per sospettare la presenza di un’embolia polmonare ed è verosimile che la CID faciliti la comparsa di trombosi venose che poi embolizzano”.

In sostanza: “Covid-19 determina un aumento rapido e significativo della risposta infiammatoria, che può coinvolgere anche i vasi sanguigni e il cuore”. L’eccessiva risposta infiammatoria fungerebbe da scompenso anche per la cascata di reazioni che portano alla coagulazione del sangue. Risultato? L’incremento della formazione di “grumi” di sangue, da cui l’aumentato riscontro di episodi quali le trombosi e le embolie polmonari.

Quindi, esiste il ragionevole dubbio, che abbia ragione il cardiologo di Pavia – che sia una bufala o meno – e non la star Burioni che ci offre fake news invece di soluzioni ad un dramma planetario.

Condivido di seguito il post – ne sono diversi identici, di cui faccio seguire un secondo esempio, che mi pare sono il più vicino possibile al post originale del “medico cardiologo di Pavia” nel gruppo chiuso – con la foto che l’accompagna:

Ales Sandra
Facebook – 10 aprile ore 09.51
Ricevo ed inoltro da medico cardiologo di Pavia:
[1a] “Non vorrei sembrarvi eccessivo ma credo di aver dimostrato la causa della letalità del coronavirus.
Solo al Beato Matteo ci sono 2 cardiologi che girano su 150 letti a fare ecocardio con enorme fatica e uno sono io. Fatica terribile!
Però, di quello che alcuni supponevano, ma non ne riuscivano a essere sicuri, ora abbiamo i primi dati.
La gente va in rianimazione per tromboembolia venosa generalizzata, soprattutto polmonare.
Se così fosse, non servono a niente le rianimazioni e le intubazioni perché innanzitutto devi sciogliere, anzi prevenire queste tromboembolie. Se ventili un polmone dove il sangue non arriva, non serve! Infatti muoiono 9 su 10. Perché il problema è cardiovascolare, non respiratorio! Sono le microtrombosi venose, non la polmonite a determinare la fatalità!
E perché si formano trombi? Perché l’infiammazione come da testo scolastico, induce trombosi attraverso un meccanismo fisiopatologico complesso ma ben noto.
Allora? Quello che la letteratura scientifica, soprattutto cinese, diceva fino a metà marzo era che non bisognava usare antinfiammatori. Ora in Italia si usano antinfiammatori e antibiotici (come nelle influenze) e il numero dei ricoverati crolla.
Molti morti, anche di 40 anni, avevano una storia di febbre alta per 10-15 giorni non curata adeguatamente. Qui l’infiammazione ha distrutto tutto e preparato il terreno alla formazione dei trombi. Perché il problema principale non è il virus, ma la reazione immunitaria che distrugge le cellule dove il virus entra. Infatti nei nostri reparti COVID non sono mai entrati malati di artrite reumatoide! Perché sono in terapia cortisonica.
Questo è il motivo principale per cui in Italia le ospedalizzazioni si riducono e sta diventando una malattia curabile a casa.
Curandola bene a casa eviti non solo l’ospedalizzazione, ma anche il rischio trombotico.
Non era facile capirlo perché i segni della microembolia sono sfumati, anche all’ecocardio.
Ma questo we ho confrontato i dati dei primi 50 pazienti tra chi respira male e chi no e la situazione è apparsa molto chiara.
Per me si potrebbe tornare a vita normale e riaprire le attività commerciali. Via quarantena.
Non subito. Ma il tempo di pubblicare questi dati. Il vaccino può arrivare con calma.
In America e altri stati che seguono la letteratura scientifica che invita a NON usare antinfiammatori è un disastro! Peggio che in Italia.
E parliamo di farmaci vecchi e che costano pochi euro”.

[1b] La testimonianza del collega parrebbe confermata dai protocolli di alcuni altri ospedali:
al Sacco danno Clexane a tutti, con D-dimero predittivo: più è alto meno risponderà il pz.
al San Gerardo di Monza Clexane e cortisone
al Sant’Orsola di Bologna Clexane a tutti + protocollo condiviso con i medici di famiglia che prescrivono Plaquenil a pioggia su tutti i pz. monosintomatici a domicilio
Integro con una precisazione sugli antinfiammatori:
La produzione di COX 2 è aumentata nei tessuti bersaglio virali da pazienti con infezione virale attiva e si è visto che la delezione della cox2 riduce la mortalità , mentre la delezione della cox1 è associata al peggioramento dell’infezione.
Quindi i farmaci antinfiammatori tipo Brufen, naproxene, aspirina che inibiscono la cox1 oltre che la Cox 2 non andrebbero usati.
Mentre celecoxib un inibitore selettivo della Cox 2 sembra dare buoni risultati, bisogna comunque aspettare esito di studi, invece questa analisi porta in evidenza la necessità di usare negli stadi più avanzati della malattia una eparina a basso peso molecolare ad alte dosi… (Clexane 8.000 UI/die).
Evito (per non appesantire troppo l’esposizione, e perché il testo è troppo tecnico) di riportare un’interessante testimonianza di un anatomo-patologo: vi basti pensare che il “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo ha eseguito 50 autopsie ed il “Sacco” di Milano 20 (quella italiana è la casistica più alta del mondo, i cinesi ne hanno fatte solo 3 e “minimally invasive”). Tutto quanto ne esce sembra confermare in pieno le informazioni sopra riportate.
In poche parole, pare che l’exitus sia determinato da una DIC (per i non medici, Coagulazione Intravascolare Disseminata) innescata dal virus. Quindi la polmonite interstiziale non c’entrerebbe nulla, sarebbe stato soltanto un abbaglio diagnostico: abbiamo raddoppiato i posti in rianimazione, con costi esorbitanti, probabilmente inutilmente.
Col senno di poi, mi viene da ripensare a tutti quegli Rx Torace che commentavamo circa un mese fa: quelle immagini che venivano interpretate come polmonite interstiziale in realtà potrebbero essere del tutto coerenti con una DIC.
Sarà interessante adesso (una volta che tutte queste nuove informazioni venissero confermate) verificare se ci sarà la “volontà politica” di recepirle da parte delle Istituzioni.
Potrebbe significare uscire da questa situazione in quattro e quattr’otto.
CONDIVIDERE AI MEDICI

Un secondo utente Facebook, che ha condiviso lo stesso post:
Riccardo Vaccaro
“Non sono un medico. Ho semplicemente condiviso questo post da una mia amica e mi sembrava opportuno condividerlo, un poste che dà sicuramente spunti di riflessione sopratutto se supportati da personale competente”.
Post sul gruppo Facebook 4chiacchiere – 9 aprile 21:51:

Post sul proprio diario Facebook – 9 aprile 22:09:

Per completezza di informazione, il post che ho ricevuto originalmente, gira in diverse versioni, tipo:
“DA UN POST DEL PROF Sandro Giannini UNIVERSITÀ DI BOLOGNA
“Condivisione post! [segue testo 1a]”.

Effettivamente, il post si trova sulla pagina Facebook “Sandro Giannini”, però non come un post proprio, ma da una condivisione di terzi sulla pagina, sia in formato testo (a sinistra) sia in formato foto (a destra).

Innanzitutto, il Prof. Sandro Giannini – a cui viene attribuito il post, nelle successivi condivisioni copia/incolla senza la minima verifica, una delle cose che mi ha fatto pensare originalmente ad una bufala – non è un cardiologo, ma un ortopedico con lunga attività clinica (Istituto Rizzoli) e universitaria (Università di Bologna). La sua notevole esperienza clinica si è rivolta alle patologie di spalla, colonna vertebrale, anca, ginocchio, piede e caviglia, con una vasta esperienza sulla chirurgia protesica, in particolare dell’arto inferiore, ed ha partecipato alla realizzazione e al disegno di due protesi di caviglia. Sarà anche un luminare nel suo campo, ma non è un cardiologo. Quindi, poco probabile che è all’origine del post. Inoltre, viene anche il dubbio che il profilo Facebook sia veramente suo. Ho chiesto l’amicizia Facebook al Prof. Sandro Giannini, per poter fare le opportune verifiche e chiedergli info. Però, non ho ricevuto risposta. Inoltre, la sua pagina web indicata è irraggiungibile (quindi, non esistente).

C’è anche questo commento di un’utente Facebook: “Buongiorno. Ho ricevuto ieri un messaggio in cui si dice che Lei ha compreso che la causa dei decessi da covid19 è dovuta a microembolia venosa, e che linfezione deve essere trattata con antinfiammatori ed antibiotici. Per favore, potrebbe confermarmi quanto sopra? Potrei incollare qui il testo completo che ho ricevuto, preferirei però avere conferma direttamente da Lei. Grazie”. Anche a questo, non ho visto risposta.

Il post del “medico cardiologo di Pavia” è stato rilanciato anche da alcuni siti internet, come al solito senza alcuna verifica.

Un primo esempio:

Un secondo esempio:

Il post è anche stato rilanciato da un sito che si chiama “biongiornonews”, che però non ha telefono, non ha indirizzo, non ha email, non ha pagina Facebook…:

Coronavirus: speranze dalla scoperta di Sandro Giannini
Bologna – Dai social arriva una buona notizia sul Coronavirus, forse risolutiva, che ha fondamenta scientifiche ed è diffusa da un medico autorevole del Rizzoli di Bologna, Sandro Giannini. Il suo è un curriculum molto qualificato: Professore ordinario di Ortopedia e Traumatologia e di Medicina Fisica presso l’Università di Bologna dal 1989, direttore della Clinica I presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli e del Laboratorio di Gait Analysis, partner in progetti europei e in programmi di ricerca nazionali e internazionali, autore di più di 600 presentazioni a congressi nazionali ed internazionali e più di 400 articoli in riviste Science Citation Index. Il suo messaggio dà grande speranza. Leggiamolo: [segue un post da Facebook con il testo 1a, attribuito al Prof. Sandro Giannini, ortopedico]
[Segue una nota su questo Prof. Sandro Giannini, ortopedico, ignorando totalmente che nel post si parta di medici cardilogo e che il post condiviso da Facebook attribuisce il testo]

Corollario
Alcuni articoli recenti sullo stesso argomento


Zangrillo (ospedale San Raffaele): “Tempesta infiammatoria nei malati, non è solo polmonite”
di Susanna Picone
Fanpage, 12 aprile 2020
Secondo Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano, il trattamento di Covid-19 rimane difficilissimo e non deve mai essere banalizzato: “Quello che stiamo vedendo è una tempesta infiammatoria, che ha come target non solo il polmone ma anche tutta un’altra serie di organi e apparati”.
Sin dallo scorso dicembre, quando i primi casi di nuovo coronavirus sono apparsi in Cina, si è parlato di una “misteriosa” polmonite. Una malattia che sicuramente è una costante per i malati gravi di Covid-19, ma gli esperti sono d’accordo che si tratta solo della punta dell’iceberg. La polmonite “è una costante, non vi è malato che non ce l’abbia” – puntualizza all’AdnKronos Salute Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano – ma il coronavirus colpisce anche altri organi e apparati. Parlando anche delle fake news che si trovano in rete riguardo, ad esempio, presunte cure e farmaci già esistenti per il coronavirus, Zangrillo spiega che la questione è più complessa di come viene presentata.
Polmonite è solo l’aspetto più evidente dei casi gravi
“Non è che abbiamo preso un abbaglio” nelle terapie intensive d’Italia – ha chiarito il medico – dicendo che è scorretto dire che questi malati semplicemente muoiono di coagulazione intravascolare disseminata, piuttosto che di infarto, o altre cose: “Il trattamento di Covid-19 rimane difficilissimo e non deve mai essere banalizzato”. “Quello che stiamo notando da tempo e che evidentemente verrà scritto presto, ma nel frattempo ci è utile per rendere sempre più efficace il trattamento, è che la polmonite è solo l’aspetto più evidente dei casi gravi che giungono in terapia intensiva. È una costante, non vi è malato che non ce l’abbia”, però “nel mio istituto abbiamo eseguito Tac total body a ogni singolo paziente e quello che stiamo vedendo è una tempesta infiammatoria, che ha come target non solo il polmone ma anche tutta un’altra serie di organi e apparati. Soprattutto l’endotelio, la parte interna dei vasi”. Zangrillo ha detto che in una percentuale significativa di casi esiste evidenza di manifestazioni tromboemboliche che peggiorano il quadro: “Non è infatti da oggi che diciamo che non ci troviamo di fronte alla classica polmonite, ma a qualcosa di più complesso e differente, molto più sistemico”.
Corretta terapia domiciliare è fondamentale
Il medico del San Raffaele ha spiegato che ormai sono chiare le caratteristiche della popolazione più esposta e cioè in particolare gli ultra 65enni, ipertesi e sovrappeso. Quanto agli anziani, “senza voler incolpare nessuno – così lo specialista di Milano – c’è stato forse un difetto di coordinamento a livello di territorio. Queste persone, quando arrivano in pronto soccorso in una situazione in cui sono già allo stremo, bisogna sottoporle a terapie invasive come la ventilazione meccanica ed è indubbio che è tollerata molto più difficilmente da un soggetto anziano. Quindi, non è che si fa una scelta su chi curare, non facciamo alcuna discriminazione anagrafica. Cerchiamo di proteggere le popolazioni più fragili. Questa è una garanzia. Prendiamo in carico gli anziani a domicilio, iniziamo a capire che una corretta terapia domiciliare è fondamentale”.

Coronavirus, Drago: “Tante morti per tromboembolie, ok Aifa a studio eparina”
ADNKronos, 11 aprile 2020
“L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) con le indicazioni di oggi ha dato un segnale per quello che riguarda l’uso in prevenzione delle eparine a basso peso molecolare nei pazienti Covid-19, ma ha anche già approvato uno studio specifico proposto da me e da Pierluigi Viale, direttore dell’unità operativa Malattie infettive dell’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, per valutare gli effetti della somministrazione di dosi medio-alte del farmaco non tanto per prevenire eventi trombo-embolici, ma per curare quelli già in atto e che spesso portano alla morte dei pazienti. Si attende ora il via libera del comitato etico dell’Istituto Spallanzani di Roma”. Ad annunciarlo all’Adnkronos Salute è Filippo Drago, docente di Farmacologia e direttore dell’Unità di Farmacologia clinica al Policlinico di Catania.
“Dati preclinici – spiega – ci dicono che il Sars-Cov-2 si lega a un analogo dell’eparina, all’eparina endogena per capirsi, quella prodotta dal nostro corpo, inattivandola. C’è quindi la necessità di supplementare l’eparina dall’esterno con una molecola come l’enoxaparina. Ma l’uso di questo tipo di medicinale, le eparine a basso peso molecolare, è già previsto nelle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) anche per i pazienti Covid, come preventivo di eventi tromboembolici”. Il punto ora è un altro.
“Il problema è diverso perché abbiamo l’impressione, supportata da esami autoptici su diversi pazienti, che questi pazienti muoiano non tanto per insufficienza polmonare grave – sottolinea – quanto per eventi tromboembolici, problemi che sono legati a un danno da parte del virus sull’endotelio basale e alveolare del polmone. Siamo convinti che somministrando enoxaparina non solo in fase preventiva, ma anche terapeutica a dosi medio-alte, si possano prevenire i trombi e anche limitare la carica virale, risolvendo la polmonite”.Il nuovo studio “è stato approvato dalla commissione tecnico-scientifica dell’Aifa – fa sapere Drago, che è componente dell’unità di crisi Covid-19 della Società italiana di farmacologia – il comitato etico unico centralizzato dello Spallanzani dovrà ora valutarlo, ma dovrebbe partire martedì in centri clinici che sono distribuiti su tutto il territorio, a differenza di altri studi concentrati solo nel nord Italia. Questa è una cosa che vorrei sottolineare: in alcuni trial i centri del Sud sono pochissimi, mentre al Nord sono molto numerosi”.
“Siamo convinti – ribadisce l’esperto – che l’uso dell’enoxaparina possa fare molto di più che prevenire coaguli in questi pazienti. Ho visto le Tac di questi pazienti e sono sconvolgenti: il polmone non c’è più, i pazienti non respirano più se non con margini di tessuto, il problema però è che con la respirazione assistita questi pazienti possono durare di più se non ci sono fenomeni tromboembolici. Il danno endoteliale è catastrofico e c’è persino il rischio di una coagulazione intravascolare disseminata (Cid) che quando si verifica è inarrestabile: il paziente muore per trombosi diffusa”. Una situazione che si tenterà di arginare proprio con l’uso dell’eparina.

Prof. Paolo Ascierto.

Coronavirus, Prof. Ascierto: “Tocilizumab, sperimentazione incoraggiante. C’è cauto ottimismo”
Il noto oncologo napoletano ha fatto il punto sulla sperimentazione dell’ormai famoso farmaco utilizzato per i pazienti affetti da covid-19.
Area Napoli, 11 aprile 2020

Paolo Ascierto, noto oncologo dell’ospedale Pascale di Napoli, attraverso facebook ha fatto il punto sull’utilizzo del farmaco tocilizumab per curare i pazienti contagiati dal Covid-19. Ecco quanto si legge: “Il coordinamento dello studio clinico su tocilizumab su tutti i pazienti trattati nei vari ospedali italiani avviene presso l’Unità sperimentale clinica del Pascale, sotto la direzione del dottor Franco Perrone. L’impressione che abbiamo avuto trattando i pazienti nella fase precedente la sperimentazione è incoraggiante”.
Poi Ascierto ha aggiunto ulteriori riflessioni: “Tuttavia la parola d’ordine è cauto ottimismo… I risultati scientifici definitivi verranno comunicati direttamente da AIFA ma ci vorranno ancora alcune settimane. #cautoottimismo #possiamofarcela”. Dunque, bisognerà ancora aspettare per avere maggiori riscontri. Intanto, ieri, durante la conferenza stampa andata in scena presso la Sala della Trasparenza della Regione Liguria, Il direttore della clinica di malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova Matteo Bassetti ha fornito un quadro generale sulla situazione del policlinico alla fine della sesta settimana di pandemia e non è mancato un passaggio proprio sul farmaco in questione: “La sperimentazione con il cortisone più il Tocilizumab in corso a Genova sta dando buoni risultati, sembra aiutare molto i pazienti soprattutto per la cura della parte infiammatoria del virus”.

Il professor Alessandro Mascitelli, responsabile del centro flebologico di Livorno.

Coronavirus, “La cura sperimentale con l’eparina funziona”
Primo bilancio dopo l’applicazione negli ospedali Covid-19 toscani e lombardi. Il professor Mascitelli: “Utile già ai primi sintomi”
di Ilenia Pistolesi
La Nazione, 9 aprile 2020

Pontedera, 10 aprile 2020 – L’eparina in aiuto alle terapie contro il Covid-19. Le statistiche lo confermano, perché gli anticoagulanti si stanno dimostrando in grado di alleggerire, almeno di un 25% (dai dati ricavati in ospedali Covid, ndr), i ricoveri nei reparti che accolgono pazienti affetti da Coronavirus. L’intuizione è tutta labronico-pisana, un guizzo scientifico che arriva dal professor Alessandro Mascitelli, responsabile del centro flebologico di Villa Tirrena di Livorno e residente a Pontedera, il primo a decifrare l’efficacia delle terapie anticoagulanti nei trattamenti per frenare il coronavirus. La premessa parte da un’osservazione clinica: nelle autopsie svolte su pazienti affetti da Covid, è stato identificato il segno di una trombosi massiva. Il che ha fornito indizi chiari sulle cause improvvise che hanno scatenato il dramma dei decessi in molti ospedali d’Italia. Quindi, da questa intuizione, ecco partire un protocollo che sta portando i primi effetti positivi in molti ospedali Covid, dalla Toscana alle zone del Nord (vedi Bergamo) martoriate dal dilagare del virus.
Professor Mascitelli, lei è stato il pioniere di questa sperimentazione: quali sono gli effetti?
“L’eparina, se utilizzata fin da subito su prescrizione medica, ovvero durante la comparsa dei primi sintomi, può aiutare. Ma esclusivamente sotto controllo medico. Adesso anche l’Oms ne è convinta, perché il professor Pietro Muretto dell’università di Pesaro mi ha confermato che la terapia eparinica è stata posizionata come farmaco di base nella lotta al Covid”.
Come si è sviluppata questa rete che, dalla Toscana, si è dipanata in tutta Italia?
“Una premessa: i primi a credere nella mia intuizione e a spronarmi ad andare avanti sono stati il professor Mario Petrini, ematologo del Santa Chiara, la società scientifica Afi e il professor Mario Forzanini coordinatore area Covid Nord Italia per area Nord Est. Ringrazio anche il dottor Spartaco Sani di Livorno ed il professor Francesco Forfori di Pisa. E in queste ore, a dimostrazione dell’efficacia della terapia eparinica, mi arrivano testimonianze da Bergamo, dall’infettivologo Enrico Bombana, o da Padova, dove la professoressa Patrizia Pavei conferma che l’eparina è in uso da qualche giorno con una netta riduzione delle evoluzioni negative dei pazienti Covid. Ho avuto pochi onori ‘ufficiali’, ma molti apprezzamenti dai colleghi che coordinano i reparti Covid”.

Covid-19, AIFA autorizza nuovo studio di fase III per sperimentazione di Tocilizumab per il trattamento dell’infezione da nuovo coronavirus
Portale Ministero della salute, 4 aprile 2020
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha annunciato il via libera ad un nuovo studio di fase III per la sperimentazione clinica di Tocilizumab per trattare la malattia Covid-19 determinata dall’infezione da nuovo coronavirus. Presenti sul suo sito anche schede informative relative all’utilizzo di tre farmaci off label, cioè al di fuori delle indicazioni ufficialmente registrate, per trattare Covid-19: Darunavir/cobicistat, Idrossiclorochina e Lopinavir/Ritonavir.
Di seguito una sintesi dei nuovi studi sperimentali e dei medicinali interessati all’impiego off label.
Tocilizumab
Nell’ambito delle sperimentazioni cliniche sui farmaci per il trattamento della malattia COVID-19, è stato autorizzato dall’Aifa il 3 aprile uno studio di Fase III, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, per valutare la sicurezza e l’efficacia di tocilizumab (anticorpo contro il recettore dell’IL-6) rispetto a placebo, entrambi in combinazione con lo standard di cura.
Farmaci Off label (al di fuori delle indicazioni registrate)
Darunavir/Cobicistat
L’uso off-label di Darunavir/Cobicistat nella terapia di pazienti adulti con COVID-19 è consentito unicamente nell’ambito del piano nazionale di gestione dell’emergenza. In questa fase l’uso terapeutico di Darunavir/Cobicistat può essere considerato, in alternativa al lopinavir/ritonavir (nello stesso setting di pazienti) quando quest’ultimo non è tollerato per diarrea. Il prescrittore dovrà valutare caso per caso il rapporto rischio/beneficio. Allo stato attuale delle conoscenze, indica Aifa nella scheda, non è consigliabile l’associazione di darunavr/cobicistat con idrossiclorochina né l’eventuale aggiunta di azitromicina.
Idrossiclorochina
L’uso off-label della Idrossiclorochina nella terapia dei pazienti adulti con COVID-19 è consentito unicamente nell’ambito del piano nazionale di gestione dell’emergenza. In questa fase l’uso terapeutico dell’idrossiclorochina può essere considerato sia nei pazienti COVID-19 di minore gravità gestiti a domicilio sia nei pazienti ospedalizzati. Il prescrittore dovrà valutare caso per caso il rapporto rischio/beneficio. Attualmente informa l’Aifa nella scheda tecnica nel nostro Paese la idrossiclorochina è utilizzata in campo reumatologico.
Lopinavir/Ritonavir
L’uso off-label di Lopinavir/Ritonavir nella terapia dei pazienti adulti con COVID-19 è consentito unicamente nell’ambito del piano nazionale di gestione dell’emergenza. L’uso terapeutico del lopinavir/ritonavir può essere considerato, limitandolo ai pazienti COVID-19 di minore gravità, gestiti sia a domicilio sia in ospedale in particolare nelle fasi iniziali della malattia. Il prescrittore dovrà valutare caso per caso il rapporto rischio/beneficio. Attualmente, informa l’Aifa nella scheda tecnica l’associazione dei due medicinali si è dimostrata efficace nell’ambito del trattamento dell’HIV.

La dottoressa Roberta Ricciardi.

Coronavirus, “Il caro ‘vecchio’ cortisone aiuta i pazienti”
La dottoressa Roberta Ricciardi: “Risultati interessanti. Malato costretto ad usare il respiratore, nel giro di poco tempo, è tornato a casa”
di Michele Bufalino
La Nazione, 1° aprile 2020
Pisa, 2 aprile 2020 – Il cortisone per ridurre le complicanze da Covid-19? È il parere di Roberta Ricciardi, responsabile del percorso miastenia inserito in Neurologia e Chirurgia Toracica dell’Aoup.
Dottoressa Ricciardi, perché proprio il cortisone potrebbe essere importante per aiutare i pazienti affetti dal coronavirus?
“Occupandomi di miastenia da tanti anni, ho sempre trattato i pazienti col cortisone anche per il recupero degli stessi. L’utilizzo prevalente è quello del Prednisone e del Desametasone rispettivamente per la terapia cronica quotidiana e per le situazioni di emergenza. Il Coronavirus coinvolge l’apparato respiratorio e la complicanza più grave è rappresentata dalla fibrosi polmonare e dall’insufficienza respiratoria. Ecco perché ho pensato che l’utilizzo del cortisone avrebbe potuto rallentare questo pericoloso processo”.
Qual è stato il passo successivo?
“Un mio paziente di Brescia si è ammalato di una forma importante di Coronavirus, tanto da aver avuto bisogno del respiratore e ho collaborato fin da subito con i colleghi dell’ospedale bresciano. Su mia sollecitazione hanno condiviso l’idea di incrementare la terapia cortisonica in atto e il miglioramento è stato rapido, con il paziente che ieri è stato trasferito a casa”.
La terapia è entrata a far parte di un protocollo ufficiale?
“Sì, la regione Lombardia l’ha inserito nel protocollo di indicazioni orientative a supporto dei clinici che dovranno adattarle alle specifiche esigenti dei singoli pazienti anche il Metilprednisolone, utilizzato prevalentemente nella ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Contemporaneamente, la terapia cortisonica è stata inserita nel protocollo di trattamento del Coronavirus anche a Crema, al San Giuseppe di Milano, allo Spallanzani di Roma e a Trieste. Io preferirei utilizzassero il Desametasone a dosaggi medio alti ma bisogna comunque anche il Metilprednisolone è un ottimo cortisone. Ritengo altresì che chi ha in atto una terapia cortisonica si ammali meno e che possa fungere da protettore”.
Cosa ne pensa di altre terapie come l’uso del Tolicizumab?
“Penso che quell’anticorpo monoclonale, utilizzato prevalentemente nel trattamento dell’artrite reumatoide, potrebbe, a mio avviso, essere sostituito dalla terapia cortisonica, ma dovranno essere gli specialisti a valutare”.
A Pisa vi siete confrontati su questo tema?
“In direzione ne sono al corrente. Io stessa, lavorando tra chirurgia toracica e neurologia, ho stretti contatti con gli anestesisti. Anche i nostri chirurghi toracici sono molto positivi nei confronti dell’utilizzo del cortisone e mi supportano in questo utilizzo. Sono quindi fiduciosa che presto anche Pisa si associ quindi a questo protocollo magari con le mie piccole variazioni proposte”.
Qual è la sua speranza?
“In attesa di un vaccino e di una cura definitiva, spero che il nostro antico cortisone possa davvero rappresentare un utile supporto per ridurre le complicanze più temibili”.

Coronavirus, al via sperimentazione farmaco anti artrite al Cotugno di Napoli
Il Messaggero, 19 marzo 2020
È partito stamattina all’Istituto Pascale di Napoli lo studio clinico del Tocilizumab, il farmaco finora usato nell’artrite reumatoide e che ha dato miglioramenti ​nel trattamento della polmonite che complica l’infezione da Covid 19. Una complicanza temuta che si spera possa essere resa meno grave grazie al farmaco, riducendo la letalità della malattia. Il gruppo di ricercatori del Pascale, che è un istituto oncologico e quindi non ha malati covid19, acquisirà in tempo reale i dati dei pazienti su cui si sperimenterà negli ospedali italiani che hanno in degenza i malati. Si lavorerà secondo il protocollo approvato in tempi record da AIFA e dal Comitato Etico in una sinergia tra ricercatori e istituzioni di tutta Italia.
Il gruppo, coordinato dall’equipe di Franco Perrone, oncologo del Pascale come l’altro oncologo, Paolo Ascierto, «primo in Italia – ricorda una nota – ad avere avuto l’intuizione di trattare il farmaco off label», si muoverà su una piattaforma informatica dove vengono raccolti i dati di tutti i pazienti degli ospedali italiani che verranno trattati con il farmaco. I centri si iscriveranno con una procedura di qualche minuto, via internet, e potranno registrare pazienti da trattare nelle prossime ore e giorni. Sempre tramite la piattaforma partiranno due volte al giorno gli ordini per il farmaco, che la casa farmaceutica Roche, che lo produce, spedirà direttamente alle farmacie dei centri. Ci vorranno mediamente 24 ore per il trasporto.
«La cosa bellissima – spiega il direttore dell’Unità Sperimentazioni cliniche del Pascale Francesco Perrone – è che in tempi record si è fatto un lavoro di altissima qualità metodologica. La Commissione tecnico-scientifica di Aifa, compulsata dal direttore generale Nicola Magrini ancor prima che il decreto del ministro le affidasse poteri specifici in materia di Covid, ha lavorato sodo sul protocollo e ha proposto che il gruppo di ricercatori napoletani collaborasse con il gruppo emiliano, guidato da Carlo Salvarani, con il quale ho stabilito un immediato eccellente rapporto personale. E poi il Comitato etico dello Spallanzani, che poche ore dopo essere stato indicato come quello che decide per tutta Italia era al lavoro e nella notte di ieri, dopo un intenso scambio di commenti e due importanti miglioramenti del protocollo stesso, lo ha approvato. E poi i componenti del comitato indipendente di revisione, metodologi e clinici esperti, tra cui alcuni di quelli che in Lombardia stanno affrontando l’immane emergenza di questi giorni». Il direttore scientifico del Pascale, Gerardo Botti, sottolinea: «Quello che ora è importante è che il farmaco funzioni e che l’intuizione dell’equipe dei nostri ricercatori risulti valida anche alla prova di una sperimentazione prospettica importante per la condivisione con la comunità scientifica e per fare un passo avanti contro questa maledetta pandemia». Secondo il direttore generale del Pascale, Attilio Bianchi, «la sinergia è la chiave. Collaboriamo tutti, ciascuno nel suo ruolo e ciascuno consapevole che è un anello di una catena che, siamo fiduciosi, ci porterà lontano. Mai come in questo momento ha valore quello che sosteniamo da sempre: uno più uno uguale tre».

Vigevano, il “Beato Matteo” diventa ospedale-Covid
Pronti 110 posti sui 160 totali, già quasi tutti occupati dai malati di Coronavirus. Medici in corsia 12 ore al giorno, presto testato il farmaco della speranza
di Sandro Barberis
La Provincia Pavese, 19 marzo 2020
VIGEVANO. Vigevano è la città della provincia con più contagiati. E così anche la clinica privata Beato Matteo, del Gruppo San Donato, diventa di fatto un ospedale Covid. Su 160 posti letto disponibili, 110 sono dedicati ai contagiati. La direzione ha decisione di tenere alcuni di questi posti liberi in caso di nuove urgenze. Per il resto ogni attività della clinica è stata fermata fino a data da destinarsi.
A Vigevano il record provinciale di pazienti infetti da Coronavirus: «L’allarme è stato sottovalutato»
«Abbiamo fermato tutte le attività ordinarie, prosegue solo la cura dei malati oncologici che necessitano di chemio e radioterapia» spiegano dal gruppo San Donato, che controlla in provincia anche la clinica Città di Pavia, oltre al San Raffaele di Milano. Al momento i malati ricoverati sono oltre un’ottantina, la clinica ha tenuto un margine di alcuni posti letto per nuovi ricoveri. «Ma se il trend dei contagi continua così, li riempiremo presto» spiegano dalla struttura vigevanese.
La clinica in poche settimane ha cambiato radicalmente volto. Sale operatorie chiuse, reparti smontati e rimontati per fare posto a contagiati. Malati non solo della zona, ma anche delle altre province lombarde dove il sistema ospedaliero è in crisi per l’emergenza Coronavirus.
«Abbiamo creato – spiegano dal gruppo San Donato – un’unità di terapia intensiva con 10 posti letto, che attualmente sono tutti occupati». Un unità allestita fermando le operazioni chirurgiche per poter così usare i ventilatori polmonari che prima erano nelle sale operatorie. Poi ci sono i posti letto ordinari, dei contagiati che non hanno bisogno di respirazione assistita con i ventilatori meccanici. Ormai sono sparsi in buona parte dell’immobile di corso Pavia.
Fino a fine febbraio il Beato Matteo era uno dei simboli del connubio lombardo tra sanità pubblica e privata convenzionata, dove a pagare il conto delle cure è quindi la Regione. L’emergenza ha stravolto la vita di chi ci lavora. Quasi 300 tra medici, infermieri e personale ausiliario.
«I turni sono saltati per tutti, i ritmi sono incessanti e frenetici – spiegano dalla clinica vigevanese -. Si lavora circa 12 ore al giorno per aiutare i malati di Covid. La situazione sicuramente è complicata, siamo in emergenza come il resto della Lombardia».
Una situazione resa difficile anche dal fatto che inserire nuovi medici e infermieri nei reparti Covid non è affatto scontato. Secondo i vertici della clinica serve una formazione specifica che non si può fornire in pochi minuti. «Già solo la vestizione per entrare nei reparti Covid non è affatto semplice, bisogna essere in due e può durare anche venti minuti – evidenziano dalla clinica di corso Pavia -. Mandare un medico senza la formazione significa aumentare i rischi di contagi anche tra il personale, una situazione che nessuna struttura sanitaria può permettersi in questa situazione d’emergenza».
C’è anche una speranza però nell’inferno dei reparti Covid. È quella data da un farmaco reumatoide testato anche al San Raffaele di Milano, clinica che fa parte dello stesso gruppo del Beato Matteo. Una fornitura di dosaggi è attesa a breve anche nella clinica di Vigevano. La speranza dei medici, e non solo, è che possa dare risultati confortanti e permettere a molti positivi ricoverati di guarire dal Covid.

Articoli precedenti:

0 – Sars-CoV-2. Divulgazione scientifica volta a contrastare disinformazione e false notizie che imperversano nocivamente – Introduzione
1 – Sars-CoV2. Divulgazione scientifica – Parte 1 – Covid-19: Casi asintomatici e periodo d’incubazione – 21 marzo 2020
2 – Sars-CoV-2. Divulgazione scientifica – Parte 2: Persistenza del virus nell’ambiente e sulle superfici
3 – Sars-CoV-2. Divulgazione scientifica – Parte 3: Genesi e sviluppo di zoonosi che diventano pandemie. Dipendono solo da noi
4 – Sars-CoV-2. Divulgazione scientifica – Parte 4: Covid-19 è pericolosa per cani e gatti? Possono trasmetterla all’uomo?

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