Dio ascolta la voce rauca degli invisibili. Via Crucis presieduta da Papa Francesco ieri sera sul Sagrato della Basilica di San Pietro

Ieri sera, Venerdì Santo alle ore 21.00, il Santo Padre Francesco ha presieduto, sul Sagrato della Basilica di San Pietro, luogo della sepoltura dell’Apostolo Pietro, cuore della cristianità, in una Piazza San Pietro vuota, il pio esercizio della Via Crucis. Via della Croce, Via della Luce. Croce e Luce, nel dolore di Gesù che muore c’è la rinascita dell’umanità, nel suo martirio c’è la certezza della vita eterna.

Otto cantori della Cappella Musicale Pontificia diretti dal Maestro Mons. Marcos Pavan hanno eseguito il delicatissimo “Crix Fidelis” (1943) del Maestro emerito della Capppella Sistina Mons. Giuseppe Liberto.

Croce fedele, fra tutti
unico albero nobile:
nessuna selva ne produce
uno simile per fronde, fiori e frutti.
Dolce legno, dolci chiodi
che sostenete il dolce peso.
Celebra, o lingua, la vittoria
del glorioso combattimento,
e racconta del nobile trionfo
davanti al trofeo della croce:
in che modo il redentore del mondo,
pur essendo vittima, abbia vinto.
Ecco, egli langue, abbeverato di fiele,
poiché le spine, i chiodi e la lancia
hanno trafitto il mite suo corpo,
da cui sgorgano sangue ed acqua:
in quel fiume sono lavati la terra,
il mare, il cielo, il mondo.
Piega i rami, o albero singolare,
rilascia le fibre tese,
si addolcisca quel rigore
che natura ti diede
ed offri un mite sostegno
alle membra del re celeste.
Tu solo fosti degno
di sostenere la vittima del mondo;
tu solo fosti l’arca degna di procurare
un porto al naufrago mondo;
tu, bagnato dal sacro sangue
scaturito dal corpo dell’agnello.
Sia gloria eterna
alla beata Trinità;
uguale onore al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo.
Tutto il mondo dia lode
al nome di Dio, uno e trino.

Il sacro rito attraverso la mondovisione ha raggiunto le case, diventate sempre più chiese domestiche in questo tempo drammatico segnato dal coronavirus. Un’epidemia che provoca distanza, tristezza e solitudine, ma sotto la Croce ci siamo ritrovati tutti, sconfitti, reietti, potenti, tutti uguali agli occhi di Dio.

Al centro delle meditazioni il dolore e la speranza di tanti invisibili che non si rassegnano al male. I testi delle meditazioni e delle preghiere proposte quest’anno per le stazioni della Via Crucis del Venerdì Santo sono stati affidati da Papa alla Cappellania della Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova. Le meditazioni sono state scritte da cinque persone detenute, da una famiglia vittima di un reato di omicidio, dalla figlia di un uomo condannato alla pena dell’ergastolo, da un’educatrice del carcere, da un magistrato di sorveglianza, dalla madre di una persona detenuta, da una catechista, da un frate volontario, da un agente di Polizia Penitenziaria e da un sacerdote accusato e poi assolto definitivamente dalla giustizia, dopo otto anni di processo ordinario.

Il cammino della Croce è stato condotto da due gruppi di cinque persone ciascuno: quello della Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova e quello della Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

Il percorso ha avuto inizio nei pressi dell’obelisco, ha girato attorno allo stesso per otto stazioni e poi è proceduto verso il “ventaglio” per quattro stazioni. Sotto il “ventaglio” è stato collocato il Crocifisso di San Marcello, rivolto verso il Santo Padre. Qui è stata collocata la dodicesima stazione. La tredicesima stazione era a metà del “ventaglio”, mentre l’ultima era sopra la piattaforma. Tutto l’itinerario è stato segnato da fiaccole a terra.

A portare la Croce c’erano i cirenei di oggi. C’è Michele, ex detenuto, che ha sentito tutto questo su di sé. Oggi è un uomo risanato ma le parole della prima meditazione sono un richiamo alla sua vita. “Crocifiggilo”: il grido della folla, nella prima stazione della Via Crucis, che condanna Gesù, un grido che ancora oggi non si spegne ma si rafforza, una crocifissione che gli ergastolani vivono sulla loro pelle, eppure il carcere è visto come “una salvezza”. “Non ho ancora perduto la capacità di piangere di vergognarmi della mia storia passata, del male compiuto”.

Il peso della Croce di genitori che vivono la scomparsa della figlia, uccisa da un uomo senza pietà, è grande . Ma proprio nella disperazione il Signore ci viene incontro, “donandoci la grazia di amarci come sposi, sorreggendoci l’uno all’altro pur con fatica”. La loro vita non è una resa al male, tutt’altro, è una porta aperta a chi ha bisogno perché l’amore di Dio rigenera la vita.

Gesù cade una prima volta, su di lui il peso delle iniquità di noi tutti. Ingiusto come togliere la vita ad una persona; ingiusto come credere che nel mondo non esista bontà, pensandolo – sottolinea una persona detenuta – si è già morti dentro. Vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci occhi per contemplare i segni del tuo amore disseminati nel nostro quotidiano.

La croce passa anche nelle mani di alcuni medici e infermieri del Fondo Assistenza Sanitaria dello Stato della Città Vaticano, impegnati nella cura dei malati di Covid-19. Mani che aiutano e raccolgono il dolore. Forte è quello della Madre, una Maria dei nostri giorni, costretta a convivere con la lama che le trafigge il cuore. Una lama fatta di giudizi e di odio che lei respinge con l’amore grande per il figlio condannato, nel suo sguardo la determinazione a non farlo sentire solo. Nel carcere entra pure l’umanità di Simone di Cirene, è colui che aiuta a portare la croce, “che rifiuta la legge del branco mettendosi in ascolto della coscienza”. La sua carezza è una confezione di brioches – quanto di più prezioso – regalata alla moglie del suo compagno di cella, al primo incontro in carcere. Gesti che fanno nascere nel cuore il desiderio di diventare “un cireneo della gioia”.

“Cercate il mio volto”: è lì nella contemplazione dei volti sfigurati dalla sofferenza che si va oltre il pregiudizio e la paura. Nel rispetto dei silenzi di chi è dentro, nel varco che le lacrime aprono, c’è “il germoglio di una bellezza che era difficile immaginare”. Insopportabile pensare che il male possa vincere la mia vita. La Via Crucis di un detenuto porta nel baratro un’intera famiglia; una madre che si è accollata la vergogna, un padre disperato in cella.

Tra le donne di Gerusalemme c’è anche la figlia di un ergastolano, la prima delle tante vittime di mio padre: dice lei, costretta a cancellare l’infanzia, a compiere “Giri d’Italia di carceri”. Eppure “per quelli come noi la speranza è un obbligo”. Gesù cade per la terza volta. E cade, frantumandosi in mille pezzi, un uomo che non c’era nei momenti importanti dei figli, che è diventato nonno in carcere ma confida nel domani. “La cosa bella è che quei pezzi si possono ancora tutti ricomporre. Non è facile: è l’unica cosa però che, qui dentro, abbia ancora un significato”.

Di fronte alla verità nuda scappiamo, nascondendoci con maschere di perbenismo. Gesù spiazza, come spiazzano “queste creature sospese” a volte incapaci di capire il male compiuto, simili in alcuni casi a bambini – sottolinea un’educatrice – che possono essere ancora plasmati e quindi salvati. Spiazza il non sentirci abbandonati anche dinanzi all’essere “imbuto di rabbia, di dolore e di cattiverie”. Tentazioni che anche un sacerdote può provare e invece “appeso in croce, il mio sacerdozio si è illuminato”: scrive un prete accusato e poi assolto. Racconta del peso delle parole dure come chiodi, della determinazione per dieci anni di vivere la croce, con la tentazione del farla finita, con la vergogna che sporca tutto. Nell’assoluzione ci sono i cirenei che non sono scomparsi e la preghiera anche per chi lo ha accusato.

Gesù muore in croce per una sentenza corrotta. La rigidità del giudizio mette a dura prova la speranza nell’uomo – scrive un magistrato – per questo è necessario imparare a riconoscere la persona dietro la colpa. Anche da condannati, siamo figli della stessa umanità. Carcerati che sono maestri per un frate volontario. Ad un carcere che seppellisce uomini vivi, risponde prendendoli in braccio perché in ognuno di loro c’è sempre Gesù anche se è “infangato” il suo ricordo. Accogliere l’uomo spostando lo sguardo dall’errore compiuto, è la via per far rinascere la fiducia e ritrovare la forza di arrendersi al bene.

All’ultima stazione, Papa Francesco prende in mano la Croce da un infermiere. La meditazione è di un agente della Polizia Penitenziaria. Ce la metto tutta per difendere la speranza di gente rassegnata a se stessa – sottolinea -, pronta ad essere ancora una volta rifiutata dopo il carcere. “Con Dio nessun peccato avrà l’ultima parola”. Una parola profumata di speranza che conclude le meditazioni, segnate dal dolore, ma aperte alla rinascita che solo in Dio può trovare senso.

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