Per l’innocente Pell nessuna pietà, nessuna volontà di approfondire le carte e ovunque trattato, specie in Italia, da essere abietto

Con l’assoluzione del Cardinale George Pell, che è stato “in isolamento assoluto per un anno e due mesi. Non veder nessuno. E neppure la possibilità di dir messa e persino pregare il breviario”, “è stato cancellato un gigantesco errore giudiziario, peraltro voluto, desiderato, imposto dai mass media gongolanti di mezzo mondo”. E non pochi vaticanisti. Questo è lo scandalo più grosso, in “una storia di anni di accanimento tremendo, senza godere del calore pubblico e dell’audacia evangelica dei confratelli” (Renato Farina – Libero, 8 aprile 2020). Attendiamo ancora una parola chiara di Papa Francesco sul “caso Pell” e anche una parola in cui ripete le stesse cose che ha detto nella Messa a Santa Marta, ma pronunciando il nome del Cardinale George Pell.

Il Cardinale George Pell arriva al Monastero Carmelitano Melbourne, 94 Stevenson Street, Kew, Victoria.

“Non era solo un innocente in galera. Il caso Pell, il Dreyfus che nessuno voleva vedere. Il libero spirito critico del mondo liberale si è accodato alla campagna predatoria contro l’orco cattolico. Obiettivo: ridurre quel residuo antimoderno che è la chiesa alla ragione postilluminista. Storia di un’assoluzione e di uno scandalo giacobino. La Corte suprema dello stato di Victoria, Australia, non ha soltanto assolto all’unanimità il cardinale George Pell da un’accusa infamante di pedocriminalità non sostenuta da prove, alimentata da furia fanatica e da denunce e testimonianze a porte chiuse. Questo è avvenuto ed è stato decisivo per scarcerare un innocente. Pell aveva perso il rango di numero tre del Vaticano, che si era conformato a procedure giudiziarie inaudite il cui effetto era stato la decapitazione della gerarchia cattolica” (Giuliano Ferrara – Il Foglio, 8 aprile 2020).

Il Monastero Carmelitano Melbourne, 94 Stevenson Street, Kew, Victoria.

“Il clima in cui si sono svolti i processi, con Pell e i suoi avvocati insultati dagli attivisti e quasi tutti i mass media impegnati ad alimentare un clima di odio, fa capire come possa diventare difficile ottenere un giudizio equanime anche in uno Stato di diritto.
La vicenda del cardinale Pell (alla quale si può accomunare quella del cardinale Barbarin, prosciolto dalla Corte d’appello del Tribunale penale di Lione, che ha accolto il ricorso del porporato contro la condanna in primo grado per non aver denunciato i maltrattamenti di un sacerdote nei confronti di un minorenne) ha molto da insegnare sotto diversi punti di vista.
Mi limito qui a considerarne uno. Riguarda quella che potremmo chiamare la dittatura dell’opinione pubblica, e cioè il fatto che quando il pensiero dominante vuole che una persona sia condannata, tale volontà si impone su tutto, anche sul sistema giudiziario, facendo venir meno ogni garanzia.
La prova di questa forma di dittatura sta nel fatto che non c’è paragone tra il clamore (per non dire la vera e propria gazzarra) suscitata dagli accusatori contro il malcapitato di turno e il silenzio con il quale in genere viene poi accolto il verdetto di assoluzione.
Il ruolo dei mass media in tutto ciò è ovviamente determinante, il che fa capire quanto sia importante la controinformazione nell’epoca della dittatura del pensiero mainstream. La lotta tra la verità e la menzogna richiede un impegno quotidiano.
Ricordo che, nel caso del processo a Pell, il velo della menzogna a un certo punto è stato squarciato da un giornalista, non cattolico e neppure credente, che ha semplicemente fatto il suo dovere: si tratta di Andrew Bolt, che in una puntata del suo Bolt Report, su Sky News, ha ripercorso minuziosamente l’intera storia arrivando a questa conclusione: “Non solo è improbabile che il cardinale Pell abbia commesso il crimine, è proprio impossibile”.
Quando poi Sky News e Bolt hanno subito pressioni e minacce per essere andati alla ricerca della verità, il giornalista ha sbottato così: “Ma, dannazione! La giustizia deve pur contare qualcosa in questo Paese!”.
Trovo questo commento molto appropriato” (Aldo Maria Valli).

Il calvario del Cardinale George Pell in galera da innocente
di Renato Farina
Libero, 8 aprile 2020
Ieri mattina alle 7 in punto, nei paramenti da messa, Francesco, senza nominarlo, ha estratto il cardinale George Pell dagli inferi, in cui anche la Chiesa aveva lasciato precipitasse due anni fa, essendo impossibile per il clima universale difendere un alto prelato dalle accuse di pedofilia, sia pure inverosimili. Ha detto Bergoglio commosso come lui sa essere, con vibrazioni di furore represso: «In questi giorni di Quaresima abbiamo visto la persecuzione che ha subito Gesù e come i dottori della Legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente. Io vorrei pregare oggi per tutte le persone che soffrono una sentenza ingiusta per l’accanimento».​
Poche ore prima il vecchio arcivescovo era stato assolto con decisione unanime dai sette giudici dell’Alta Corte di Brisbane e scarcerato, dopo anni di accanimento tremendo, e senza godere del calore pubblico e dell’audacia evangelica dei confratelli. In fondo, come disse Caifa: è meglio che uno patisca per tutti. E lui se n‘è stato così in isolamento assoluto per un anno e due mesi. Non veder nessuno. E neppure la possibilità di dir messa e persino pregare il breviario. Nessuna pietà, nessuna volontà di approfondire le carte, e ovunque trattato, specie in Italia, da essere abietto. Chiunque però aveva studiato il caso era giunto a una inesorabile conclusione: reato impossibile. Andrew Bolt, un reporter di Sky Australia, agnostico dichiarato, con nessuna simpatia per la gerarchia cattolica, prese in mano le carte. Risultava che, in paramenti da pontificale,​ ​ l’oggi anziano monsignore era accusato di aver violentato nella sagrestia della cattedrale di Melbourne, dov’era vescovo prima di essere promosso a Sidney, due chierichetti, nel 1996. Dopo decenni l’accusa e la condanna a sei anni. Prima un processo era stato incredibilmente annullato perché dieci giurati avevano votato per l’assoluzione e due per la condanna: non si era raggiunta l’unanimità, e così al processo successivo, previo tritacarne mediatico, di Pell furono fatte polpette sanguinanti. Era diventato indifendibile. Nel senso che se appena uno alzava un mignolo per eccepire era trafitto come un complice del prete pedofilo e dunque nemico di papa Bergoglio. Sul serio.
Bolt ha verificato passo passo, orari, spostamenti. Disegnato la mappa della cattedrale, entrata e uscita dal presbiterio, il saluto ai fedeli sulla porta, il corteo di preti e accoliti per rientrare nella grande affollata stanza dove i concelebranti depongono la casula e il camice. Venti testimoni raccontano che c’erano ma che loro non hanno notato nulla, e anzi parlavano con il gioviale vescovo dalla gran mole. Impossibile non diciamo un atto infame, ma persino una parola inappropriata. Da qualsiasi punto di vista una gigantesca menzogna. Tra le carte Bolt, ed evidentemente i sette giudici, presieduti da Susan Kiefel hanno scoperto che uno dei ragazzi aveva confessato in punto di morte di aver inventato tutto.
Ora la sentenza.​
Ci permettiamo una morale. Anzi due. La prima riguarda la persona. Mai impiccare uno con il proprio disprezzo appoggiandosi al sentire comune. Questo vale sempre, tanto più nel caso di reati spaventosi. La seconda riguarda le istituzioni. La esprimo così.
Mai e poi mai consentire che siano i giudici a farla da padroni sullo Stato e sulla Chiesa. Non può e non deve essere la coppia che si sostiene a vicenda di magistratura e stampa forcaiola a decidere chi è degno e indegno di guidare un governo e – adesso scopriamo – il gregge dei fedeli. Il tutto per di più diventando capace di uccidere la reputazione sulla base di un’ipotesi, poi di un rinvio a giudizio. La condanna provvisoria a questo punto è venuta da sé, perché dopo un trattamento di linciaggio ostinato, dove l’unica voce è quella dei pm, la giustizia cede al rumore della calunnia. Per fortuna, lontano dal clamore, in sette, tutti e sette, le alte toghe hanno stabilito che l’unica possibilità ragionevole fosse l’assoluzione.
Cancellando un gigantesco errore giudiziario, peraltro voluto, desiderato, imposto dai mass media gongolanti di mezzo mondo.​
Quando nel 2018 furono rese note le accuse, Pell era di fatto il numero due, quanto a potere operativo, in Vaticano. Era stato scelto da papa Bergoglio per ripulire la finanza vaticana, era per questo stato trasferito da Sidney a Roma, inserito nel consiglio dei Nove, il direttorio di super-cardinali vicini al trono di Pietro.​
È noto che a Pell, economista esperto, il Pontefice argentino aveva consegnato il potere di guardare ovunque, di esplorare gli angoli sporchi della barca del Galileo. Si apprestava a scardinare relazioni pericolose tra certe stanze vaticane e ambienti politico-finanziari dal volto pulito e dallo stomaco peloso? Il punto di domanda è obbligatorio per noi, ma in Curia e negli ambienti degli gnomi il punto che concludeva certe confidenze era esclamativo.​
Ed ecco l’avviso di comparizione. Passaporto diplomatico restituito. Carica sospesa. Quindi annullata. Il tempo della Chiesa corre veloce in questi tempi di cambio d’epoca, ciao Pell. Ed ora assoluzione! Il cardinale appena fuori dalla galera ha detto: «Ho subito una grave ingiustizia alla quale l’Alta corte ha posto rimedio. Non nutro alcun rancore verso il mio accusatore. Il mio processo non era un referendum sulla Chiesa cattolica, ma sul fatto se io avessi commesso questi orribili crimini e io non li ho commessi. Grazie a tutti quelli che hanno pregato per me: l’unica base per la giustizia è la verità».​
È apparso sereno e in pace. Era più arrabbiato il Papa.

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Cardinale Pell prosciolto da mai provate accuse di pedofilia. “Giustizia significa verità per tutti” – 7 aprile 2020

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