Settimana santa a Gerusalemme al tempo del coronavirus: la fede è speranza

Anche a Gerusalemme, come in tutte le Chiese, la domenica delle Palme, che introduce alla Settimana Santa, è stata celebrata  senza la partecipazione del popolo a causa del coronavirus e l’amministratore apostolico di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa, ha chiesto di rispettare quello che le autorità civili hanno chiesto circa la partecipazione al culto che conduce alla Pasqua:

“Il cuore della Settimana Santa, ovviamente, è al Santo Sepolcro. In seguito alle restrizioni decise dalle autorità civili, le celebrazioni al Santo Sepolcro, tuttavia, saranno necessariamente ridotte. Oltre alle limitazioni legate al Corona Virus, anche le limitazioni imposte dallo Status Quo non sono di aiuto pastoralmente per molte delle nostre comunità parrocchiali e religiose. Naturalmente non si rinuncia in alcun modo alla celebrazione del triduo nel nostro Luogo più sacro, ma non potranno essere di riferimento pratico per gran parte della diocesi”.

Quindi anche la messa crismale è stata rimandata a data da destinarsi, quando ci può anche essere la presenza dei sacerdoti: “Ho ritenuto che non abbia molto senso celebrare la messa crismale senza la presenza dei sacerdoti della diocesi.

Per questa ragione essa sarà celebrata a Gerusalemme verso la solennità di Pentecoste, quando speriamo le restrizioni saranno rimosse o comunque ridotte sufficientemente da poter celebrare. Sarà anche l’occasione pubblica ed ufficiale di ripresa delle attività pastorali e sarà bello che tutta la Chiesa si ritrovi quel giorno unita. Seguirà a suo tempo la comunicazione di data e luogo”.

I riti del triduo pasquale saranno partecipati in streaming, magari con un coordinamento tra parrocchie: “Ritengo, inoltre, che la celebrazione del Triduo nelle parrocchie vuote, con il sacerdote solo davanti alla telecamera non abbia molto senso e del resto non tutte le parrocchie sono in grado di trasmettere.

Le celebrazioni separate per ogni singola parrocchia e comunità hanno senso se vi è una comunità che si riunisce fisicamente. In assenza di comunità fisica, preferisco che vi sia un minimo di coordinamento, organizzazione e unità almeno all’interno dei singoli vicariati e che si eviti la dispersione.

E’ l’unico modo, in questo particolare momento, di custodire un po’ di unità tra noi. Non si può assistere a celebrazioni in streaming registrate, quindi non si invitino i fedeli ad assistere a celebrazioni se non in diretta. Seguendo il suggerimento della Congregazione per le Chiese Orientali, il Sabato Santo alla sera in tutte le chiese, anche laddove non si celebra, si suonino le campane nell’orario previsto per la celebrazione della liturgia vigilare concordata dal Vicariato, così da invitare tutti ad un momento unitario di preghiera”.

Poi ha chiesto anche che in famiglia si preghi: “Sinceramente penso che le trasmissioni in streaming del triduo siano certamente importanti e utili, ma di sicuro non potranno mai sostituire la presenza fisica nelle celebrazioni, che per noi è costitutiva. Penso che sia molto più utile e fruttuoso invitare le nostre rispettive comunità a pregare in famiglia.

Invito caldamente, quindi, i vari Vicariati e gli uffici diocesani preposti, a preparare sussidi per aiutare le famiglie a pregare di nuovo insieme in casa. Molti ormai non sanno più pregare insieme e credo che sia importante aiutare le famiglie a riprendere questa bella tradizione.

E’ bene indicare, ad esempio, quali brani biblici leggere nei vari giorni della Settimana Santa, quali segni compiere, come un padre o una madre debba benedire la famiglia, e così via. Ripeto ancora e insisto: è bene avere trasmissione in diretta, perché questo aiuta moltissimo.

Ma è ancora più importante pregare in famiglia insieme, e invito i parroci, i responsabili di comunità e quelli dei vari uffici diocesani a preparare sussidi brevi e semplici, per questo scopo… In tutte le preghiere e celebrazioni non si dimentichi di pregare per le vittime di questo virus, per la Chiesa nel mondo e in particolare per la nostra Chiesa di Gerusalemme”.

Inoltre nella domenica delle Palme mons. Pizzaballa ha inviato un messaggio ai cristiani della terra di Gesù: “La popolazione di Gerusalemme ha accolto Gesù con entusiasmo, riconoscendolo come Re, come il Messia atteso, come colui che avrebbe ascoltato finalmente le loro preghiere. Ma Gesù sa, e il Vangelo ce lo dice, che nulla è così semplice.

Sappiamo che è venuto a Gerusalemme, non per sedere in trono come David, ma per essere ucciso. Il significato che Gesù attribuisce alla sua ‘entrata trionfale’ è diverso dal significato che la popolazione di Gerusalemme aveva visto in essa.

Forse è questa la lezione che Gesù ci vuole dare oggi. Ci rivolgiamo a Dio quando c’è qualcosa che ci fa male. Quando siamo in difficoltà, improvvisamente tutti sentiamo nascere in noi le domande più grandi e alle quali è più difficile dare risposta”.

Ed ha sottolineato la differenza tra le aspettative della gente e Gesù: “In altre parole, noi vogliamo che Gesù diventi il tipo di re e messia che risolva i nostri problemi: la pace, il lavoro, la vita dei figli o dei genitori, che ci dia un aiuto, insomma, nella difficile situazione in cui ci troviamo. Vogliamo che ci salvi dal Corona Virus, che tutto torni come prima…

Certo, sappiamo che Gesù risponde alle nostre preghiere e non pretende che le nostre motivazioni siano pure. Lui è venuto per cercare e salvare i perduti. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

Tuttavia, allo stesso tempo, Gesù risponde a modo suo. Proprio perché Gesù dice ‘sì’ ai nostri desideri più profondi, dovrà dire ‘no’ ai nostri desideri immediati.

La gente di Gerusalemme voleva un profeta, ma questo profeta avrebbe detto loro che la città era sotto l’imminente giudizio di Dio. Volevano un Messia, ma questi avrebbe avuto il suo trono su una croce pagana.

Volevano essere salvati dal male e dall’oppressione, ma Gesù li avrebbe salvati dal Male in tutta la sua profondità, non solo dal male dell’occupazione romana e dallo sfruttamento da parte dei ricchi. La storia della grande entrata a Gerusalemme, quindi, è una lezione sulla discrepanza tra le nostre aspettative e la risposta di Dio”.

Di fronte a questa ‘nostra’ delusione di certezze mancate la risposta di Gesù è la speranza di una vita nuova: “Il Vangelo, tuttavia, ci dice che la fede cristiana è fondata sulla speranza e sull’amore, non sulla certezza. Lui non risolverà tutti i nostri problemi, non ci darà tutte le certezze di cui la nostra natura umana ha bisogno, ma non ci lascerà soli. Sappiamo che ci ama.

Al suo passaggio, le folle stesero i propri mantelli ai piedi di Gesù e lo accolsero con quei pochi rami di ulivo e palme che riuscirono a trovare. Nonostante la nostra fatica a comprendere, allora, poniamo anche noi di fronte al nostro Messia quel poco che abbiamo, le nostre preghiere, le nostre necessità, il nostro bisogno di aiuto, il nostro pianto, la nostra sete di Lui e della Sua parola di consolazione.

Sappiamo di avere bisogno di purificare le nostre intenzioni, e chiediamo a Lui anche questa grazia: comprendere di cosa abbiamo davvero bisogno. E qui, oggi, nonostante tutto, alle porte della Sua e nostra città, dichiariamo di volerlo accogliere davvero come nostro Re e Messia, e di seguirlo nel Suo cammino verso il Suo trono, la croce. Ma Gli chiediamo anche che ci dia la forza necessaria per portare la nostra con il Suo stesso, fecondo amore”.

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