“Vicario di Cristo” da primo e sostanziale titolo, rilegato “graficamente” a solo “titolo storico”. Cardinale Müller: “Una barbarie teologica”

Innanzitutto, va dato atto del fatto che l’amico e collega Marco Tosatti come sempre è stato attento e bravo, nel rivelare su Stilum Curiae, che in modo silenzioso c’è stata un’operazione di rottamazione senza precedenti riguardanti i “titoli” papali nell’Annuario Pontificio 2020 [*].

Sì, rivelare, perché come i governi balneari sono abituati a passano misure impopolari e vergognose in agosto, quando siamo tutti al mare, qui è stato fatto eseguire un cambiamento, certamente già da tempo programmato, ma fatto eseguire approfittando di questo tempo, in cui siamo tutto presi (sia nel senso letterale, sia nel senso figurativo) dal coronavirus. Il Cardinale Gerhard Ludwig Müller l’ha definito “una barbaria teologica”. Questo è un fatto, che va rivelato in modo energico e risolutivo.

In passato Papa Francesco aveva già fatto operare un cambiamento “grafico”: mettendo il suo nome e titolo “Vescovo di Roma” su una pagina separata e relegando tutto gli altri titoli su una pagina successiva, prima della sua biografia. Anche se quella volta il senso era più che chiaro e la scelta discutibile dal punto di vista teologico.

27.03.2020, Vatikan, Vatikanstadt: Papst Franziskus küsst am Eingang des Petersdoms ein Kruzifix, das 1552 in einer Prozession durch Rom getragen wurde, um die große Pest zu stoppen, während eines Sondersegens «Urbi et Orbi» (der Stadt und dem Erdkreis). Foto: Yara Nardi/REUTERS/AP/dpa +++ dpa-Bildfunk +++ |

Ancora una volta il Papa regnante ha voluto fare tutto sotto traccia, senza alcuna spiegazione, nascondendo quello che fa… salve dopo il siluro di Tosatti mandare qualche pasdaran della rivoluzione a darsi alla narrazione.
Ma qui non siamo a Buenos Aires. Qui siamo nello Stato della Città del Vaticano, che è un’enclave dell’Italia, che fa parte della Città di Roma, anche se territorio sovrano estero. E a Roma nun se famo cojona.

Ma anche ai non Romani tra i lettori stupiti dell’Annuario Pontificio era immediatamente chiaro, che un simile cambiamento sulla “pagina papale” poteva essere stato effettuato solo su precisa indicazione dello stesso Papa Francesco. Un esperto delle questioni in Vaticano, parlando con il giornale cattolico tedesco Die Tagespost, ha tratto da questo la costatazione di una “errata comprensione dell’ufficio” del Papa in carica. Tuttavia, è più grave, secondo lo stesso esperto, che anche i titoli papali, dogmaticamente importanti, “Successore del Principe degli Apostoli” e “Sommo Pontefice della Chiesa universale” siano stati liquidati come note storiche. Anche il Cardinale Gerhard Ludwig Müller ha scritto in Die Tagespost in questo contesto di “dilettantismo teologico degli statistici”, anche se questo cambiamento nell’Annuario del Vaticano, nuovamente verrà narrata con grande ipocrisia come segno di grande umiltà della parte interessate.
Uno sguardo ai testi del Concilio Vaticano II sulla dottrina cattolica vincolante sul Papa, come Pastore supremo della Chiesa universale avrebbe salvato i redattori dell’Annuario Pontificio 2020 [*] dall’imbarazzo di aver svalutato elementi essenziali della dottrina cattolica sul Primato a semplice accessorio storico.

Come al solito, sulla via della opacità, il non detto e la non risposta, il Papa regnante – che rimane Vicario di Cristo anche se a lui non piace – non ha spiegato o fatto spiegare dai suoi collaboratori questo cambiamento “grafico”. Questa volta l’esegesi non è stata affidata al “fidato amico”, Direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede (ex Vatican Insider, oggi molto Vatican e poco Insider), ma a Gianni Cardinale su Avvenire, sollecitando l’assist del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Inevitabilmente, per sistemare il buco nei pantaloni che ha messo a nudo il re, è stato comandato un pasdaran della rivoluzione a provvedere per la toppa, proverbialmente peggio del buco, mentre non spiega un bel niente di coerente.

Producendo il tipico rumore di chi tenta di arrampicarsi sugli specchi, Gianni Cardinali si lancia in una narrazione, cercando a rilegare tutto ad una “sistemazione grafica dei ‘titoli storici’ tradizionalmente attribuiti al Pontefice”, definendolo “una piccola ma non secondaria variazione”. “Francesco continua ad essere definito innanzitutto ‘vescovo di Roma’. Ma per quanto riguarda gli altri titoli tradizionalmente attribuiti al Pontefice – scrive Cardinale -, c’è una variazione grafica e non solo”. Piccola ma non secondaria. Una variazione grafica e non solo. Complimenti per la chiarezza d’idee.

Bontà sua, Cardinali sottolinea che gli “attributi” del Papa non sono stati cancellati, “come avvenne all’inizio del pontificato di Benedetto XVI quando il titolo di ‘Patriarca d’Occidente’ venne espunto a partire dall’Annuario Pontificio 2006. In quella occasione una Nota del pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani spiegò che quella cancellazione voleva ‘esprimere un realismo storico e teologico e, allo stesso tempo, essere la rinuncia ad una pretesa, rinuncia che potrebbe essere di giovamento al dialogo ecumenico’”.

Innanzitutto, “Patriarca d’Occidente” certamente non aveva la valenza teologico ma solo storico, che assume il titolo di “Vicario di Cristo”. In più, almeno per la cancellazione di “Patriarca d’Occidente”, fu data una spiegazione, mentre nel caso della declassificazione a mero “titolo storico” di “Vicario di Cristo” (che non solo ha valore teologico, ma è anche quello che fa del “Vescovo di Roma”, l’unico che conserva per se stesso, il Papa, il Pastore della Chiesa universale di Cristo.

E ce lo conferma Gianni Cardinali stesso, con un candore che fa quasi tenerezza, in conclusione della sua esegesi: “Un modo di enfatizzare anche graficamente la particolare importanza da lui attribuita al titolo di ‘vescovo di Roma’ rispetto agli altri associati alla figura del Pastore universale della Chiesa”.

Insomma, ci è toccato costatare che tutti i “titoli” del Vescovo di Roma, tra cui il primo e più importante, quello fondamentale teologicamente, che fa di lui il Papa, il Capo della Chiesa universale di Cristo, cioè “Vicario di Cristo”, sono stati “sistemati graficamente” (eufemismo per relegati) a solo “titoli storici”. E sapendo quale valore danno i pasdaran della rivoluzione all’avverbio “tradizionalmente” (secondo la tradizione), è più che chiaro il senso. Ma come si fa! Come si fa!

Il giornale cattolico tedesco Die Tagespost, in alcuni articoli eccellenti, ha sottolineato che si tratta di “definizioni della natura del primato papale”, che adesso sono state classificate come semplici “titoli storici”, sotto i dati biografici dell’attuale titolare del ministero di Pietro. “E inoltre questi sono mescolati a titoli che non hanno nulla a che vedere con il primato e che sono cresciuti solo in senso storico, ma non dogmatico”.

Guido Horst: Es war einmal ein „Stellvertreter Christi“ – 2 aprile 2020 (C’era una volta un “Vicario di Cristo”)
Kardinal Müller: „Eine theologische Barbarei“ – 2 aprile 2020 (“Una barbarie teologica”)

Marco Tosatti (e se lui è “strano”, io lo sono ancora di più) ha scritto il 2 aprile 2020 su Stilum Curiae, puntuale e senza mezzi termini:

L’Annuario Pontificio appena uscito riserva una sorpresa davvero sorprendente. Nelle primissime pagine, quelle in cui si parla del Pontefice regnante. Guardate bene le due fotografie che alleghiamo all’articolo. La prima riguarda l’Annuario Pontificio dell’anno scorso. La pagina relativa al papa si apriva, in grande, con il primo e il più importante dei suoi titoli, tutto in maiuscolo: VICARIO DI GESÙ CRISTO.
Perché tu sei Pietro e su questa pietra.
E poi veniva il resto: successore del principe degli apostoli; sommo pontefice della Chiesa universale; primate d’Italia; arcivescovo e metropolita della provincia romana; sovrano dello stato della città del Vaticano; e infine – ma forse poteva anche essere messo più in alto…servo dei servi di Dio.
E ora leggete la seconda, fotografia, quella riferita all’Annuario appena pubblicato.
In alto c’è solo il nome: JORGE MARIO BERGOGLIO.
A seguire la sua biografia, per due terzi di pagina.
E infine sotto la legenda: Titoli storici, abbiamo Vicario di Gesù Cristo ecc.
Forse sono strano, ma mi ha colpito. Non so, mi sembrava più giusta la vecchia formula: cioè quella in cui la cosa più importante, per la Chiesa cattolica, veniva messa in alto, e subito: che c’è in terra un Vicario di Gesù Cristo, qualcuno a cui sono state affidate le Chiavi. Poi, chi sia quel signore, in fondo è secondario; e infatti ce ne sono stati più di un paio di centinaia…ma il punto centrale è che un Vicario, c’è.
E relegarlo come primo dei titoli storici… cioè come qualcosa che in fondo risale a tempi lontani, ma che può avere o non avere un significato nel mondo di oggi.
E questo sarebbe coerente con ipotesi e teorie che proliferavano negli ambienti dei gesuiti anni fa, e in particolare nell’Università gregoriana, ispirate da Karl Rahner, che appunto incasellavano quegli attributi papali ai secoli passati, e sostanzialmente mettevano in dubbio il loro significato nel mondo e nella Chiesa contemporanea. E in questo modo implicitamente si nega un valore teologico, a quella definizione…
Ma anche non dando credito a questo genere di interpretazioni, l’impaginazione attuale sembra frutto di uno sforzo straordinario di piaggeria.

Successivamente, nel pomeriggio dello stesso giorno, il 2 aprile 2020 su Stilum Curiae, Marco Tosatti è ritornato sull’argomento, con la traduzione italiana dell’articolo molto interessante, apparso sul quotidiano tedesco Die Tagespost, che commenta le “novità” offerte dall’Annuario Pontificio 2020:

L’Annuario Pontificio 2020 è curato dalla Segreteria di Stato e pubblicato nella Libreria Vaticana. È solo un’Annuario, una rubrica, e manca di qualsiasi autorità magisteriale. Ciononostante, si dovrebbero evitare carenze teologiche ed errori dovuti alla negligenza. Questa volta, le definizioni della natura del primato papale sono classificate come semplici “titoli storici” sotto i dati biografici dell’attuale titolare del ministero di Pietro. E inoltre questi sono mescolati a titoli che non hanno nulla a che vedere con il primato e che sono cresciuti solo in senso storico, ma non dogmatico, come “Sovrano dello Stato Vaticano”. La denominazione “Servo dei Servi di Dio”, che risale a Gregorio Magno, non è un titolo d’ufficio, ma storicamente voleva solo esprimere il carattere di servizio dell’ufficio apostolico contro le pretese di potere del “Patriarca ecumenico di Costantinopoli”. “Chi vuole essere il primo tra voi, infatti, sarà il servo di tutti” (Mc 10,43), dice Gesù.
Dopotutto, si scopre perché Francesco, il Vescovo di Roma, è a capo della gerarchia cattolica, quando è stato eletto al suo pontificato dai cardinali e quando ha iniziato solennemente il suo ministero di “Pastore universale della Chiesa”.
Certo, tutti i titoli essenziali del Papato sono cresciuti nella Chiesa, e ancor più quelli meno significativi. Questo vale anche per il concetto e il ministero del Vescovo, e quindi anche per il Vescovo di Roma. Gesù stesso non nominò il Vescovo di Roma, ma nominò Simon Pietro, che più tardi subì il martirio a Roma, e trasferì così il suo primato alla Chiesa romana. Poiché tutti i vescovi sono successori degli apostoli, il vescovo della Chiesa di Roma fondata da Pietro e Paolo è anche il successore di San Pietro (Ireneo di Lione, Adversus haereseses III, 3:2). La lista dei vescovi romani (i “Summi Pontifici Romani”) inizia poi anche nell’”Annuario” del 2020 con “Pietro di Betsaida in Galilea, il principe degli apostoli, che ricevette da Gesù Cristo la suprema autorità papale, che doveva trasmettere ai suoi successori”.
Il nuovo Annuario Vaticano classifica il titolo papale “Vicarius Christi” come nota storica.
Uno sguardo ai testi del Concilio Vaticano II sulla dottrina cattolica vincolante del Papa come supremo pastore della Chiesa avrebbe salvato i redattori dell’”Annuario Pontificio” 2020 dall’imbarazzo di svalutare elementi essenziali della dottrina cattolica del primato come mero accessorio storico.
Infatti, sono i vescovi che sono i successori degli apostoli, “che insieme al successore di Pietro, il Vicario di Cristo e il capo visibile di tutta la Chiesa, guidano la casa del Dio vivente” (Lumen Gentium 18). È una barbarie teologica svalutare i titoli del Papa “Successore di Pietro, Vicario di Cristo e Capo visibile di tutta la Chiesa” come mera zavorra storica. Sono infatti cresciuti storicamente, così come tutti i concetti della dottrina della Trinità, della cristologia, della dottrina della grazia e dell’ecclesiologia e così via. Ma essi fanno emergere elementi essenziali del primato petrino, che risale all’istituzione di Cristo ed è quindi legge divina e non solo umano-ecclesiale. Nessun Papa o Concilio ecumenico potrebbe, ricorrendo al loro supremo potere sulla Chiesa, al primato, all’episcopato, abolire o reinterpretare i sacramenti nella loro essenza.
I cattolici hanno il diritto, radicato nella fede divina e cattolica, di comprendere il papato in generale e oggi il pontificato di papa Francesco alla luce del Concilio Vaticano II. Solo con molto umorismo e ironia si può sopportare il dilettantismo teologico degli statistici, anche se potrebbe essere nuovamente lodato dagli interessati pieni di ipocrisia come segno di grande umiltà.

Segue l’articolo di Gianni Cardinale ” Papa Francesco, vescovo di Roma ma non solo. Nel nuovo Annuario Pontificio cambia la sistemazione grafica dei “titoli storici” tradizionalmente attribuiti al Pontefice”, su Avvenire del 2 aprile 2020:

È stato da poco pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana l’Annuario Pontificio, il corposo volume rilegato in tela rossa che contiene tutto l’”organigramma” della Santa Sede e della Chiesa cattolica. Questa edizione del 2020 contiene, nelle prime pagine, una piccola ma non secondaria variazione rispetto a quelle precedenti.
Il cambiamento riguarda proprio la parte dedicata al Papa. Francesco continua ad essere definito innanzitutto “vescovo di Roma”. Ma per quanto riguarda gli altri titoli tradizionalmente attribuiti al Pontefice, c’è una variazione grafica e non solo.
Precedentemente questi titoli erano pubblicati sopra la breve biografia ecclesiastica di Jorge Mario Bergoglio. In cima e con caratteri più grandi quello di “Vicario di Gesù Cristo”, sotto gli altri: “Successore del Principe degli Apostoli”, “Sommo Pontefice della Chiesa Universale”, “Primate d’Italia”, “Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana”, “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano” e “Servo dei Servi di Dio”.
Ora nel nuovo Annuario Pontificio questi attributi sono sistemati sotto la biografia di Papa Francesco, separati da essa con una breve linea di demarcazione, tutti con lo stesso carattere più piccolo, e soprattutto introdotti con il titoletto: “Titoli storici”.
Interpellato da Avvenire al riguardo il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni spiega che la locuzione “titoli storici” vuole indicare “il legame con la storia del papato”. Infatti questi “titoli ‘storici’ – sottolinea Bruni – si intendono storicamente legati al titolo di Vescovo di Roma, perché nel momento in cui viene designato dal conclave alla guida della Chiesa di Roma l’eletto acquisisce i titoli collegati a questa nomina”.
In base a questa spiegazione quindi i titoli tradizionali attribuiti al Pontefice non vengono “storicizzati” ma mantengono intatta la loro attualità. Altrimenti sarebbero stati cancellati, come avvenne all’inizio del pontificato di Benedetto XVI quando il titolo di “Patriarca d’Occidente” venne espunto a partire dall’Annuario Pontificio 2006. In quella occasione una Nota del pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani spiegò che quella cancellazione voleva “esprimere un realismo storico e teologico e, allo stesso tempo, essere la rinuncia ad una pretesa, rinuncia che potrebbe essere di giovamento al dialogo ecumenico”.
A dire il vero Papa Francesco era già intervenuto su questa parte dell’Annuario Pontificio. Infatti mentre fino a Benedetto XVI la pagina dedicata al Pontefice era unica, con nella prima linea il suo nome, quindi il titolo di “vescovo di Roma” e a seguire gli altri, Papa Francesco volle sdoppiarla in modo che ci fosse prima una pagina bianca con solo scritto su due righe “Francesco/vescovo di Roma” e che solo nella pagina successiva venissero pubblicati gli altri titoli insieme alle note biografiche. Un modo di enfatizzare anche graficamente la particolare importanza da lui attribuita al titolo di “vescovo di Roma” rispetto agli altri associati alla figura del Pastore universale della Chiesa.

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[*] L’Annuario Pontificio 2020 e l’Annuarium Statisticum Eccleasiae 2018 sono stati pubblicati il 25 marzo 2020. Vengono redatto dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa, dal 2016 diretto da Monsignor Tomislav Dukez. Il suo predecessore, Monsignor Vittorio Formenti che aveva diretto l’Ufficio dal 1996, attualmente fa parte del Collegio dei Coadiutori del Capitolo di Santa Maria Maggiore (il sesto secondo la Bolla di nomina e presa di possesso). Il nome di Monsignor Formenti era finito sulla stampa in quel 2016, quando a seguito di indagini della magistratura italiana su altre persone, era venuto fuori anche suo nome… strana coincidenza, eh! Il minimo che si può dire è che si tratta di un personaggio con delle frequentazioni opache. Non dimentichiamo – come Gratteri ha osservato per la ‘drangheta – che questo tempo di lock down a causa del Coronavirus favorisce l’opacità di operazioni illegali e assicura più ombra a personaggi “opachi” . Appunto.

Sulla stampa in ottobre 2016 erano apparsi articoli sul faccendiere bresciano 73enne Alessandro Raineri, titolare di un’anonima azienda vinicola, che nell’inchiesta sull’esposizione universale, in cui era coninvolta ‘ndrangheta, era accusato di aver utilizzato il denaro ricevuto anche “per l’acquisto di monili e monete coniate dalla Città del Vaticano, procurate tramite conoscenze presso lo Stato Pontifici” dove, secondo quanto risulta dalla intercettazioni, poteva contare sull’amicizia di Monsignor Vittorio Formenti, Direttore dell’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa, bresciano come Ranieri, a cui il faccendiere chiedeva favori.
Nel articolo “Tangenti: “C’è da mangiare per tutti”. Tra i lavori spartiti anche quelli della M5. E il faccendiere “vendeva” l’amicizia con Tronca” di Mauro Consani e Paolo Verri su Il Giorno del 5 ottobre 2016 si legge: “Raineri avrebbe avuto, tra l’altro, anche entrature in Vaticano: era in contatto, come risulta dall’ordinanza, anche con monsignor Vittorio Formenti, che dalla diocesi di Brescia è andato a dirigere l’Ufficio Statistiche del Vaticano. Grazie a Formenti, Raineri sarebbe riuscito a ‘esaudire’ una richiesta avanzata da Visconti che aveva chiesto aiuto affinché il figlio del portiere dello stabile in cui viveva potesse celebrare il battesimo a Roma nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Emerge dalle carte dell’indagine anche che monsignor Formenti al ‘faccendiere-lobbista’ ( è definizione del gip) avrebbe fatto avere – circostanza insolita – ‘dei pass per presenziare a funzioni liturgiche all’interno della Santa Sede’. Infatti in un’intercettazione dell’8 aprile 2015 monsignor Formenti ricordava a Raineri i ‘due biglietti sul sagrato per domenica’. Biglietti procurati il giorno dopo con una chiamata a un conoscente all’interno del Vaticano. E che Raineri avesse agganci alla Santa Sede lo dimostrerebbe anche la richiesta ‘di una dipendente della Corte d’appello di Brescia’ dello scorso 20 gennaio. La donna, parlando al telefono, si era rivolta a lui per ‘poter andare all’udienza del Pontefice’. In cambio il faccendiere ‘chiedeva un biglietto per andare all’inaugurazione dell’anno giudiziario'”.

Postscriptum

A chi venisse la voglia di dirci che non è il tempo per le polemiche, rispondiamo:
– Per primo, questo non sono osservazioni polemiche, ma legittimi osservazioni. E fino a nuovo ordine – finché non è abolita totalmente la Costituzione e non è reintrodotta la Sacra Inquisizione – abbiamo ancora la libertà di parola, come cittadini maturi e credenti credibili.
– Per secondo, chi ci governa – a tutti i livelli, dai piani più alti fino a quelli sottoposti – deve smetterla a creare confusione tra i fedeli e occasioni di “polemiche”, con le sue decisioni e i suoi comportamenti.
– Per terzo e non per ultimo, la risposta alla domanda se un fedele ha un diritto di critica nei confronti del Papa, ci è fornita dal diritto canonico e dai documenti della Chiesa.
Ecco, cosa ha scritto su questo delicato tema recentemente Fabio Amicosante, il 17 gennaio 2020 su La Luce di Maria:

La Congregazione per la Dottrina della fede, nel 1998, ha elaborato un documento firmato dall’allora Cardinale Ratzinger. La “Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professio fidei”, che delimitava in modo chiaro ed esplicito le modalità e i campi attraverso cui si esprime l’infallibilità papale. Dalla lettura del documento, emerge che solo in alcuni ambiti è impegnata l’infallibilità del Pontefice e dunque le relative affermazioni nei determinati ambiti sono vincolanti per tutti i cattolici, poiché in esse non può esservi alcun errore dottrinale.
Il Papa può sbagliare? Il Catechismo della Chiesa Cattolica impone sì obbedienza al Papa, ma laddove il dogma di infallibilità non è impegnato, il fedele ha diritto di critica? Il Codice di Diritto Canonico (Can. 212) chiede da una parte obbedienza ai pastori e dall’altra riconosce loro il diritto di esprimere il loro pensiero su “ciò che riguarda il bene della Chiesa”. Dunque, i fedeli, salvo restando l’integrità della fede e dei costumi, possono e devono manifestare le loro perplessità.
Atteggiamento di umiltà. Ciò che il Pontefice dice, ad esempio, in un’intervista non impegna l’infallibilità papale. Questo, naturalmente non significa che ogni cosa che dice può allora essere opinabile e soggetta a critiche. Anche quando si è nella possibilità di mettere in discussione i fatti, lo si deve fare con un chiaro atteggiamento di umiltà, come confermato dal Numero 62 della Gaudium et spes. La prudenza è poi richiesta anche a coloro che studiano le scienze Sacre. Il Can. 218 del Codice di Diritto Canonico richiede prudenza nel proprio pensiero.
Quando Paolo criticò Pietro. C’è poi una chiara differenza tra la critica mossa verso un aspetto pastorale e una critica mossa contro la dottrina. Ci viene in aiuto la storia. San Paolo criticò Pietro, primo Pontefice della storia. La sua critica riguardava l’obbligo, da parte dei convertiti, di sottoporsi al giudaismo: “Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Ma per l’appunto, questa era una critica di tipo pastorale, ben diversa dalle critiche, spesso rivolte a Papa Francesco, di carattere principalmente dottrinale.
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Codice di Diritto Canonico
Can. 212 – §1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa.
§2. I fedeli sono liberi di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.
§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone.
Can. 218 – Coloro che si dedicano alle scienze sacre godono della giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza il loro pensiero su ciò di cui sono esperti, conservando il dovuto ossequio nei confronti del magistero della Chiesa.