Quindici anni fa San Giovanni Paolo II il Grande ci lasciò. L’eredità di un uomo umanissimo, nel tempo di Coronavirus

Oggi, l’amico e collega Francesco Antonio Grana ha avuto il merito di avermi ricordato, che oggi 15 anni fa, ci lasciava San Giovanni Paolo II il Grande. Mi segnalò due articoli su Ilfattoquotidiano.it di oggi, che faccio seguire, insieme ad un suo articolo del 9 gennaio 2020.
Magari, avesse vissuto San Giovanni Paolo II ancora 15 anni in più… Oggi più che mai sentiamo la sua mancanza.

Papa Giovanni Paolo II, a 15 anni dalla morte l’eredità di Wojtyla ritorna d’attualità nell’emergenza coronavirus
“Colui che può porre un definitivo limite al male è Dio stesso”: le parole del pontefice polacco inserite nell’ultimo libro prima di morire – il 2 aprile 2005 – rivivono e possono essere affiancate perfettamente alla commovente preghiera che Papa Francesco ha rivolto, in un’inedita piazza San Pietro deserta, affinché finisca presto il contagio in tutto il mondo
di Francesco Antonio Grana
Ilfattoquotidiano.it, 2 aprile 2020
“Colui che può porre un definitivo limite al male è Dio stesso”. Poco più di un mese prima di morire, il 2 aprile 2005, esattamente 15 anni fa, San Giovanni Paolo II consegnava al mondo queste parole. Lo faceva nel suo ultimo libro intitolato Memoria e identità, un autentico bestseller come tutti i suoi testi. Il Papa polacco sottolineava che questo limite al male è la misericordia divina. Egli guardava alle spalle della sua lunga vita, ben 85 anni, gli ultimi dei quali segnati dall’avanzare inesorabile del morbo di Parkinson che però non gli aveva fatto perdere la gioia di vivere e di tornare giovane, come spesso faceva durante le Giornate mondiali della gioventù da lui inventate. È chiaro, come lui stesso scrive, che il male per lui rappresentava l’orrore del nazismo, i campi di concentramento, il comunismo, tutte le guerre contro le quali non aveva mai mancato di far sentire il suo forte grido di condanna, le mafie alle quali non risparmiò un anatema rimasto storico, l’oltraggio alla vita umana, in ogni sua fase, e più in generale ogni attentato alla persona.
Ma sono parole che sicuramente possono essere lette anche alla luce del dramma della pandemia di coronavirus che il mondo sta vivendo proprio nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita di San Giovanni Paolo II. E possono essere affiancate perfettamente alla commovente preghiera che Papa Francesco ha rivolto, in un’inedita piazza San Pietro deserta, affinché finisca presto il contagio in tutto il mondo. “Quando parlo del limite imposto al male, – ha scritto Wojtyla – penso innanzitutto al limite storico che, ad opera della provvidenza, è stato imposto al male dei totalitarismi che si sono affermati nel XX secolo: il nazionalsocialismo e, poi, il comunismo marxista”.
A 15 anni dalla sua morte cosa resta dell’eredità di San Giovanni Paolo II? È una domanda alle quale hanno cercato di rispondere i due Pontefici che gli sono succeduti. Benedetto XVI, suo fidato collaboratore e amico per un quarto di secolo, che lo ha beatificato. E Francesco che da lui è stato creato cardinale e che lo ha canonizzato. “Già prima avevo avuto modo di conoscerlo e di stimarlo – ha raccontato Ratzinger – ma dal 1982, quando mi chiamò a Roma come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue intuizioni. L’esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una ‘roccia’, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Chiesa”.
Bergoglio ha sottolineato, invece, che “San Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia”. E ha aggiunto: “Giovanni Paolo II è un missionario, un uomo che ha portato il Vangelo dappertutto. Viaggiava tanto. Sentiva questo fuoco di portare avanti la parola del Signore. È un San Paolo, è un uomo così; questo per me è grande”.
La cosiddetta “generazione Wojtyla” è stata segnalata indelebilmente dalle immagini e dalle parole di quello storico pontificato durato quasi 27 anni. Dal crollo del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, che San Giovanni Paolo II contribuì decisamente a far cadere, all’avvento del terrorismo fondamentalista di matrice islamica con l’attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. Ma anche ai 104 viaggi internazionali e alle 146 visite in Italia. Al Papa atletico e sportivo dei primi tempi che si concedeva di andare a sciare sull’Adamello, in compagnia dall’allora presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini. Fino all’anziano Pontefice fiaccato dalla malattia negli ultimi anni.
Per tutti, credenti e non credenti, rimangono indelebili le parole che pronunciò iniziando il suo pontificato, il 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa ‘cosa è dentro l’uomo’. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi, vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia, permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! Di vita eterna!”.
L’avvento di Wojtyla sul trono di Pietro, il 16 ottobre 1978, del Papa che arrivava dall’altra parte della cortina di ferro, rappresentò una vera e propria rivoluzione. Non solo per la Chiesa cattolica che dopo 455 anni ebbe un vescovo di Roma non italiano, ma per il mondo intero. E i vertici dell’impero sovietico se ne accorsero subito, fin dalla fumata bianca e dalle prime storiche parole pronunciate dal neo eletto: “Siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli eminentissimi cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso nostro signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua madre, la Madonna santissima. Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… la nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini”. Nessuno quella sera del 1978 avrebbe mai potuto immaginare che, esattamente 20 anni dopo, Wojtyla avrebbe messo piede a Cuba accolto con tutti gli onori da Fidel Castro.

Giovanni Paolo II, quindici anni fa ci lasciava un grande papa. Il suo segreto? La normalità
di Francesco Antonio Grana
Ilfattoquotidiano, 2 aprile 2020
“Ringrazio tutti. A tutti chiedo perdono”. Così, esattamente 15 anni fa, San Giovanni Paolo II si congedava dal mondo. Il Papa che aveva chiesto più volte mea culpa per i tanti, troppi peccati commessi dalla Chiesa cattolica nel corso dei secoli, lasciava la terra chiedendo perdono per l’ultima volta nel suo testamento.
La pandemia di coronavirus non ha permesso che si potessero svolgere a Roma le celebrazioni in programma per i cento anni dalla nascita di Karol Wojtyla. In primis la grande messa che Papa Francesco avrebbe dovuto presiedere in piazza San Pietro, domenica 17 maggio, vigilia del compleanno del suo predecessore. Ma ciò nonostante il ricordo dei fedeli in tutto il mondo, soprattutto in Italia e in Polonia, è abbastanza intenso e viaggia anche grazie ai social.
Bergoglio lo ha voluto ricordare attraverso un libro scritto a quattro mani con don Luigi Maria Epicoco e intitolato San Giovanni Paolo Magno (San Paolo). Per il Papa, infatti, Wojtyla “è stato un grande! Io ricordo una volta qui a Roma, era sabato, e si pregava il rosario. Ho partecipato al rosario, rimanendo edificato nel vedere quest’uomo in ginocchio a pregare la Madonna, con una devozione e un’intensità che mi ha fatto tanto bene al cuore. Per questo, ho voluto fare anch’io delle dichiarazioni al processo di canonizzazione e, proprio in quella circostanza, ho sottolineato la profonda devozione alla Madonna, la profonda testimonianza di preghiera, di tenerezza, di normalità. Non dobbiamo dimenticare che quest’uomo, finché ha potuto, non ha smesso di praticare lo sport, di nuotare, di sciare. Si racconta che una volta andando a sciare di nascosto, un bambino lo ha riconosciuto e ha gridato: il Papaaaa. Ma questo non lo ha scoraggiato a tornare più e più volte”.
“Penso – ha aggiunto Francesco – che la grandezza di quest’uomo sia nascosta nella sua normalità. Ci ha mostrato che il cristianesimo abita la normalità di una persona che vive in una comunione profonda con Cristo. Per questo ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni sua scelta hanno sempre un valore molto più profondo e lasciano il segno”. Per Bergoglio “Giovanni Paolo II è stato un uomo libero, fino alla fine e, anche nell’immensa debolezza che ha vissuto, sono certo che ha sempre mantenuto una grande lucidità e una grande consapevolezza di quello che stesse vivendo la Chiesa. Forse alcune situazioni di difficoltà ne hanno aumentato il dolore, ma sono certo che egli è stato Papa fino all’ultimo respiro della sua vita, senza tentennamenti. La sua è stata una testimonianza straordinaria, fino alla croce. Era quello che il Signore domandava in quel momento specifico a lui”.
Un Papa umanissimo, che da giovane aveva conosciuto molto presto la sofferenza con la morte della mamma a nove anni. Un uomo che amava calcare il palcoscenico e cantare. Un grande sportivo che sapeva non solo sciare, come ricorda Bergoglio, ma anche nuotare e andare in canoa. E perfino scrivere lettere intense alle sue amiche, anche da Papa, senza però minare minimamente il celibato sacerdotale.
Se Wojtyla è stato sicuramente un Pontefice straordinario, anche per la lunghezza del suo regno, quasi 27 anni, egli è stato un uomo normalissimo. Un vescovo di Roma che ha saputo interpretare perfettamente il suo ruolo nel passaggio tra il secondo e il terzo millennio cristiano, ma prima ancora nello storico crollo del comunismo al quale lui stesso ha contribuito in modo decisivo.
Eppure a volte si ricorda San Giovanni Paolo II come un Papa superstar, o perfino popstar, una vera e propria celebrità del sacro dimenticando la profondità del suo magistero tutto imperniato ovviamente sui dettami evangelici. Si cita spesso che furono ben due milioni i giovani di tutto il mondo presenti alla storica Giornata mondiale della gioventù del 2000, a Tor Vergata, durante il Grande Giubileo.
Ma si dimentica il grande mandato missionario che Wojtyla affidò a quella generazione: “Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti”.
Eloquente è ciò che ha scritto il cardinale Michele Giordano, che da San Giovanni Paolo II ricevette la berretta rossa: “Che santità, continuo a chiedermi, è stata quella di Papa Wojtyla? Forse la santità delle cose eccezionali? Del giovanile dinamismo dei primi tempi? Dei grandi viaggi? Delle tante lingue parlate? Delle folle innumerevoli? Dei grandi raduni? Della sofferenza degli ultimi anni? No, Giovanni Paolo II ha manifestato una santità ‘feriale’, cioè quotidiana. Fatta senz’altro di grandi eventi, ma alimentata da una costante ricerca di Dio da servire nell’uomo”.

Giovanni Paolo II vent’anni fa apriva il Grande Giubileo con parole profetiche (ma ancora inascoltate)
di Francesco Antonio Grana
Ilfattoquotidiano.it, 9 gennaio 2020
Esattamente venti anni fa San Giovanni Paolo II apriva il Grande Giubileo dell’anno 2000. E con esso, in modo altamente significativo, il Papa polacco inaugurava il terzo millennio cristiano. Un tempo di pace, secondo l’auspicio di Karol Wojtyla che nella sua vita aveva conosciuto prima gli orrori del nazismo e poi quelli del comunismo. Eppure questa speranza fu subito annientata dall’attacco terroristico alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. Nell’Anno Santo ci fu anche un radicale e autentico mea culpa. “Il Grande Giubileo – disse Wojtyla – ci ha offerto un’occasione provvidenziale per compiere la ‘purificazione della memoria’, chiedendo perdono a Dio per le infedeltà compiute, in questi duemila anni, dai figli della Chiesa”.
Tutto ciò che per l’anziano Papa polacco rappresentava quello storico passaggio tra due millenni è condensato in modo molto efficace in un’immagine rimasta impressa nella memoria di tutti. Quella dell’apertura della porta santa della Basilica Vaticana, il 24 dicembre 1999. San Giovanni Paolo II rivestito di un prezioso e straordinario piviale multicolore che varca simbolicamente la soglia del terzo millennio cristiano. “Quando fu posto sulle spalle dell’anziano Papa in diretta mondiale, – hanno spiegato i sarti veneti di X Regio che lo realizzarono – al suo inatteso apparire produsse un effetto dirompente. Molti lo amarono, altrettanti lo odiarono; si impose comunque come un potente dato mediatico al cui commento nessuno poté sottrarsi e nei giorni successivi costituì il tema dominante di ogni servizio giornalistico. Come in seguito disse monsignor Piero Marini: ‘Nessuno ricorda quel che il Papa disse in quella notte, tutti ricordano com’era vestito!’”.
Quell’immagine, infatti, a venti anni di distanza, è ancora fortemente rappresentativa di quel pontificato missionario, ma anche della svolta che Wojtyla diede alla Chiesa attuando quel dialogo con il mondo contemporaneo voluto dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Firmando la lettera apostolica Novo millennio ineunte, con le linee guida scaturite dall’Anno Santo, San Giovanni Paolo II invitò “la comunità cristiana a ‘ripartire’ con rinnovato slancio dopo l’impegno giubilare. Certo, non si tratta di organizzare, nel breve periodo, altre iniziative di grandi proporzioni. Si torna nell’impegno ordinario, ma questo è tutt’altro che un riposo. Occorre anzi trarre dall’esperienza giubilare gli insegnamenti utili per dare al nuovo impegno un’ispirazione e un orientamento efficaci”. Indicazioni che sono state poi sviluppate nei pontificati di Benedetto XVI e Francesco.
Indimenticabili furono le parole pronunciate da Wojtyla nella veglia della Giornata mondiale della gioventù, a Tor Vergata, davanti a due milioni di ragazzi provenienti da tutto il mondo. “Cari amici, vedo in voi le ‘sentinelle del mattino’ in quest’alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti”.
Parole profetiche benché inascoltate in un mondo, come ha denunciato più volte Francesco, che sta vivendo una vera e propria terza guerra mondiale a pezzi. Non a caso Bergoglio, davanti alla nuova escalation di tensione in Iran, ha rivolto un accorato appello in favore della pace. “In tante parti del mondo si sente una terribile aria di tensione. La guerra porta solo morte e distruzione. Chiamo tutte le parti a mantenere accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo e di scongiurare l’ombra dell’inimicizia”. Parole che rappresentano l’autentica eredità del Giubileo del 2000.

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