Credenti… e non credenti che si/ci interrogano… Poi, certo, la pandemia passerà. Prima o poi

“Sarebbe bello che fosse spiegato il mistero di come quell’uomo, solo in quella piazza a implorare aiuto da un Cristo nudo in croce che non gli risponderà, abbia toccato il cuore di tanta umanità e di tanti che in quel Cristo non credono” (Cit).

Oggi sono più i non credenti ad interrogarsi sulla presenza di Dio, rispetto ad alcuni credenti, che pensano solo alle chiese (che non sono neanche) chiuse (e l’ha specificato il Viminale, come lo spiega l’amico e collega Mimmo Muolo su Avvenire di oggi).

La certezza della Risurrezione nella Vita eterna, che ci sorregge da credenti, ci interroga, ci trasforma e cambia la storia. Perché, ha detto Papa Francesco all’Angelus di domenica 22 marzo 2020, i “prodigi” che Gesù “compie non sono gesti spettacolari, ma hanno lo scopo di condurre alla fede attraverso un cammino di trasformazione interiore”.

Quindi, il credente è chiamato a restare aperto a questa trasformazione. Anche quando in chiesa non può andare (non perché sono “chiuse”, ma perché #iorestoincasa). “Pregando. Sempre”, conclude l’amico e collega Salvatore Mazza su Avvenire di oggi.

Coronavirus. Nota del Viminale: ecco le regole per chi vuole recarsi in chiesa
È possibile entrare per pregare solo se la chiesa è situata sul percorso per andare al lavoro o degli spostamenti per situazione di necessità. Matrimoni sì, ma solo con sposi e testimoni
di Mimmo Muolo
Avvenire, 28 marzo 2020
Le Chiese restano generalmente aperte. Ma è possibile recarvisi almeno per pregare individualmente? (come è noto non si può celebrare la Messa in presenza di fedeli). I matrimoni in chiesa sono consentiti dalle vigenti disposizioni anti-coronavirus? E le misure restrittive costituiscono una violazione o quanto meno una forte limitazione della libertà di culto, come viene lamentato da acuni? A tali domande, poste ripetutamente e da molti in questo periodo di restrizioni alla libertà di movimento per ragioni sanitarie, risponde adesso una nota della Direzione centrale degli Affari dei Culti del Ministero dell’Interno, inviata alle Prefetture, al fine di dare uniformità all’azione di quanti devono controllare gli spostamenti dei cittadini. Il documento esplicativo è frutto della interlocuzione tra la Segreteria generale della Cei, la presidenza del Consiglio e lo stesso Ministero dell’Interno, al quale proprio la Segreteria Cei aveva a più riprese rappresentato la posizione della Chiesa e il disagio di molti fedeli, che si sono visti limitare la possibilità di recarsi a pregare in chiesa. Vediamo punto per punto le risposte date a tre precisi quesiti proprosti dalla Cei. Il Ministero fa anche una premessa di carattere generale, che riportiamo come la prima delle domande qui di seguito.

Le misure disposte costituiscono una violazione della libertà di culto?
Le misure disposte per il contenimento e la gestione della pandemia, sottolinea la nota, “comportano la limitazione di diversi diritti costituzionali, primo fra tutti la libertà di movimento, e vanno a determinare importanti ricadute in una molteplicità di settore, dalla mobilità al lavoro, alle attività produttive, interessando anche l’esercizio delle attività di culto”. Dunque, come si può evincere da questa frase, non si può parlare di violazione, le norme non sono dirette in maniera perscutoria contro la Chiesa, ma si inquadrano in provvedimenti presi per fermare l’espansione del contagio e per il bene comune.

È consentito a un fedele di uscire di casa, munito di autocertificazione, per recarsi a pregare in chiesa?
“È necessario – precisa la nota – che l’accesso alla chiesa avvenga solo in occasione di spostamenti determinati da comprovate esigenze lavorative, ovvero per situazione di necessità e che la chiesa sia situata lungo il percorso, di modo che, in caso di controllo da parte delle Forze di polizia, possa esibirsi la prescritta autocertificazione o rendere dichiarazione in ordine alla sussistenza di tali specifici motivi”. Ad esempio: se esco per andare al lavoro o a fare la spesa e lungo l’itinerario c’è la mia parrocchia o un’altra chiesa aperta, posso entrare e fermarmi a pregare, rispettando ovviamente le distanze minime da altri fedeli. Ma non è possibile prendere la macchina e attraversare la città per andare a pregare nel santuario o nella chiesa intitolata al santo di cui sono eventualmente devoto.
In vista della Settimana Santa, nell’interlocuzione avuta con la Presidenza del Consiglio dei Ministri si è rappresentata la necessità che, per garantire un minimo di dignità alla celebrazione, accanto al celebrante sia assicurata la partecipazione di un diacono, di chi serve all’altare, oltre che di un lettore, un cantore, un organista ed, eventualmente, due operatori per la trasmissione. Su questa linea l’Autorità governativa ha ribadito l’obbligatorietà che siano rispettate le misure sanitarie, a partire dalla distanza fisica. Di fatto, che disposizione dare a queste persone per potersi muovere? Un’autocertificazione?
Fermo restando che per i riti della Settimana Santa, dice la nota, il numero dei partecipanti sarà limitato ai “celebranti, al diacono, al lettore, all’organista, al cantore e agli operatori per la trasmissione”, tutti costoro “avranno un giustificato motivo per recarsi dalla propria abitazione alla sede ove si svolge la celebrazione e, ove coinvolti in controlli o verifiche da parte delle Forze di polizia, attraverso l’esibizione dell’autocertificazione o con dichiarazione rilasciata in questo senso dagli organi accertatori, non incorreranno nella contestazione e nelle relative sanzioni correlate al mancato rispetto delle disposizioni in materia di contenimento dell’epidemia da Covid-19”. Il servizio liturgico, precisa il Ministero dell’Interno, pur non essendo un lavoro, è assimilabile alle “comprovate esigenze lavorative”. Perciò “l’autocertificazione dovrà contenere il giorno e l’ora della celebrazione, oltre che l’indirizzo della chiesa ove la celebrazione si svolge”.
Come mai si permettono matrimoni in Comune e non in Chiesa?
I matrimoni in chiesa “non sono vietati in sé”, prosegue la nota. “Ove il rito si svolga alla sola presenza del celebrante, dei nubendi e dei testimoni – e siano rispettate le prescrizioni sulle distanze tra i partecipanti – esso non è da ritenersi tra le fattispecie inibite dall’emanazione delle norme in materia di contenimento dell’attuale diffusione epidemica di Covid-19”.

Tutte le campane di Bologna, inclusa la campana della Torre dell’Arengo di Palazzo Re Enzo hanno richiamare i bolognesi a un momento di raccoglimento per chi è morto in queste settimane, mentre l’Arcivescovo di Bologna Mons. Matteo Zuppi, il Rabbino capo Rav Alberto Sermoneta, il Presidente della Comunità ebraica Daniele De Paz e il Presidente della Comunità islamica Yassine Lafram insieme al Sindaco Virginio Merola si sono ritrovati in Piazza Maggiore per un minuto di silenzio in ricordo dei morti e hanno invitato alla preghiera in questo tempo di pandemia.

La preghiera

Come uomini di fede nel Dio unico e figli di Abramo, Padre di tutti i credenti, di fronte ai tragici avvenimenti che si stanno susseguendo in questi giorni, riflettiamo pensosi su di essi. Il nostro padre Abramo supplicò Dio di salvare gli abitanti della città. Abbiamo il dovere di pregare e supplicare Dio perché questo è ciò che Egli ci chiede! Chi salva una vita è come se avesse salvato l’intera umanità. Ci impegniamo con insistenza anche noi a invocare il Suo nome e chiediamo ai nostri fedeli, convinti che siamo tutti sulla stessa barca, di intercedere perché la vita sia preservata e possiamo tutti vedere, dopo il diluvio il ramoscello di ulivo della vittoria sul male. Possano tutti gli uomini praticare le buone opere che aiutano gli uni e gli altri. Invochiamo Dio, Signore di pace e misericordia, che sorga presto l’arco che unisce la terra al cielo e finisca il diluvio della malattia. Amen.

Ciò che ci trasforma e cambia la storia
Salvatore Mazza
Avvenire, 28 marzo 2020
L’immagine del Papa che, in uno scenario quasi da day after, cammina in una via del Corso deserta, è di quelle che passeranno sicuramente alla storia, come quelle di ieri sera in piazza San Pietro. Era la metà di marzo, e Francesco – dopo aver pregato davanti all’icona di Maria Salus populi romani a Santa Maria Maggiore – si stava recando, come in pellegrinaggio, nella chiesa di San Marcello, dove si trova il crocifisso che nel 1552 fu portato in processione per i quartieri di Roma perché finisse la grande peste.
Nel tempo della pandemia, i gesti di papa Bergoglio hanno dato – secondo quello che abbiamo imparato essere il suo stile – una forza ulteriore alle sue parole in questo momento tanto difficile. Perché la preghiera è importante. Fondamentale. La preghiera vera è una forza inarrestabile, certi da un lato che «in un modo o nell’altro – ha detto una volta nel 2017 Francesco – Dio esaudirà le richieste di chi ha fede», e dall’altro che «le pretese di logiche mondane non decollano verso il cielo, così come restano inascoltate le richieste autoreferenziali». È partito da qui, da questa imprescindibile concezione della preghiera – non un formulario da recitare a memoria nella logica più o meno scoperta di una sorta di do ut des, ma invocazione fiduciosa al Padre -, l’invito che il Papa ha rivolto a tutti i cristiani, di tutte le confessioni, a «unire le voci verso il cielo» mercoledì a mezzogiorno per recitare tutti insieme il Padre Nostro; e a ritrovarsi ieri alle 18 per seguire attraverso Internet e la televisione il momento di preghiera da lui presieduto sul sagrato di piazza San Pietro, vuoto di fedeli, con la speciale benedizione Urbi et Orbi. Per «rispondere alla pandemia – mentre l’umanità trema» – con «l’universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza».
Nessuno sa, ovviamente, quanti siano stati mercoledì i cristiani che hanno levato con una sola voce la preghiera al Padre. Così come nessuno sa né probabilmente saprà mai, al di là dei milioni di persone che ieri sera hanno seguito la diretta televisiva, quanti effettivamente in tutto il mondo si siano collegati col sagrato deserto di San Pietro. Ma non è poi così importante saperlo, perché la preghiera non è mai neppure una prova di forza; essere in tanti è solo importante perché, come Gesù ha detto, «se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
Poi, certo, la pandemia passerà. Prima o poi. E non mancherà chi dirà, ci si può scommettere, che la preghiera non ha avuto nessun ruolo nella fine dell’emergenza, che è tutta una questione di meccanismi epidemiologici, eccetera eccetera. E qualcuno andrà oltre, irridendo e bollando come superstizione le iniziative del Papa, e ogni intenzione di preghiera. Perché un conto è la Chiesa che aiuta i poveri, la Chiesa “sociale”, ma la preghiera… Eppure chi crede sa benissimo che le cose non stanno così. Che la fede è un’altra cosa.
Nel gennaio del 1993, tornando ad Assisi con i leader religiosi islamici ed ebrei per pregare per la pace in Europa minacciata dal conflitto nei Balcani, Giovanni Paolo II ricordò il precedente di sette anni prima, e disse: «Come allora ci affidammo al Signore della storia, il quale ci ha dato dei segni, anche tangibili, di averci ascoltato, ci affidiamo oggi, ancora una volta, alla sua misericordia, certi di essere ascoltati». La stessa fiducia che Francesco ha scandito nella frase citata prima. È questa certezza a sorreggere i credenti. Perché, ha aggiunto papa Bergoglio domenica scorsa, i «prodigi» che Gesù «compie non sono gesti spettacolari, ma hanno lo scopo di condurre alla fede attraverso un cammino di trasformazione interiore». Restiamo aperti a questa trasformazione. Pregando. Sempre.

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