La Chiesa della SS. Trinità – Storia e Arte nel Tempio della Madonna Liberatrice in Viterbo

Il culto verso la Madonna Liberatrice rappresenta la più antica devozione mariana dei Viterbesi, poiché è da settecento anni che essi invocano sotto questo titolo la Madre di Dio nella Chiesa della SS. Trinità, officiata dai Padri Agostiniani.

Essa cominciò ad essere venerata con culto solenne il 28 maggio 1320, a seguito della protezione accordata dalla Vergine alla Città dei Papi, funestata da violente calamità naturali e da gravi discordie civili: come è riferito dalle cronache del tempo, i Viterbesi ritrovarono la pace ai piedi dell’Immagine della Madonna, da quel momento proclamata loro Liberatrice.

Per solennizzare tale consacrazione, la Magistratura, fece dono al Santuario di una riproduzione in argento della Città . L’interesse costante del Comune di Viterbo per la sua Liberatrice è confermato dagli antichi Statuti, e quello del 1344 stabiliva che la sua festa si celebrasse ogni anno, nel lunedì di Pentecoste.

Ricorrendo proprio quest’anno il VII centenario del culto pubblico verso la venerata Immagine, la Diocesi e il Comune di Viterbo, e la Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio hanno concordato una serie di importanti manifestazioni. Il coinvolgimento della Sacra Milizia nell’evento è motivato dal fatto che la Delegazione della Tuscia e Sabina – fin la sua istituzione per volontà del 31̊ Gran Maestro, S.A.R. l’Infante di Spagna Don Carlos di Borbone delle Due Sicilie e Borbone Parma di f.m. – ha prescelto la Chiesa della Trinità come centro della propria vita spirituale, invocando da subito la Madonna Liberatrice come sua celeste Patrona.

Tra le iniziative del Giubileo mariano, la Delegazione ha curato la pubblicazione di un volumetto a firma di Antonella Travaglini, intitolato “La Chiesa della SS. Trinità – Storia e Arte nel Tempio della Madonna Liberatrice in Viterbo”.

Nell’opera, dopo un’esaustiva introduzione sulle origini degli Eremiti Agostiniani nella Tuscia, sulla costruzione della chiesa e sul culto dell’Immagine, viene puntualmente descritto il vasto patrimonio artistico che caratterizza il tempio.

Nella presentazione della Cappella del Crocifisso, poi, l’autrice ha voluto evidenziare come il prezioso Crocifisso ligneo ascrivibile alla metà del XV sec., sia stato restaurato a cura del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. La lapide apposta sulla destra dell’altare ricorda come la solenne inaugurazione della rinnovata cappella avvenne l’8 aprile 2018 alla presenza del Gran Maestro, S.A.R. il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie e Orléans, Duca di Calabria, Conte di Caserta, del Gran Prefetto e Presidente della Real Deputazione, S.A.R. il Príncipe Don Jaime di Borbone delle Due Sicilie e Landaluce, Duca di Noto, del Presidente della Real Commissione per l’Italia, S.E. il Duca Don Diego de Vargas Machuca, e delle Alte Cariche della Sacra Milizia.

La Cappella del Crocifisso e il Crocifisso ligneo sono stati restaurati dal Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nel 2018, come riporta l’iscrizione nella lapide posta sulla parete destra, il cui simbolo compare sulla sommità della cornice. Nella foto il Vice Delegato e Tesoriere della Delegazione della Tuscia e Sabine, Nob. Dott. Sandro Calista, Cavaliere Jure Sanguinis con Placca d’Oro (Foto di Vik van Brantegem).

“La Cappella dedicata al Crocifisso si colloca nell’abside della navata destra, fatta edificare nel 1795, accoglie il Crocifisso ligneo ascrivibile alla metà del XV secolo. La scultura, quale opera preziosa per i suoi caratteri formali, è risolta con lo scopo di un intenso coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore. Gli arti superiori sono inseriti in due appositi alloggiamenti scavati in modo da poter ruotare liberamente, grazie a un meccanismo che serviva a soddisfare precise esigenze liturgiche. La scultura esprime un raccolto patetismo, un dolore sommesso, il volto presenta contorni marcati proposti nel taglio delle palpebre arrotondate e delle labbra socchiuse. La fronte alta, la massa compatta dei capelli risulta divisa da una scriminatura centrale, il trattamento della capigliatura a ciocche ondulate cinge la testa e l’attacco della barba, nettamente separata sul mente, mostrando una certa rigidità del modellato. L’ovale del viso è longitudinalmente ripartito dal condotto diritto e allungato del naso, i rilievi anatomiche del corpo sono appena accennati ed esprimono un realismo descrittivo semplificato anche nella postura, nell’assottigliamento dei fianchi e nell’espressività soprattutto del ventre rigonfio. L’opera è caratterizzata dalla disposizione distesa del Cristo, dalle braccia rivolte verso l’esterno, dalle gambe leggermente ripiegate, dai piedi sovrapposti e dalla testa appena reclinata sul lato destro. I fori presenti nelle mani dimostrano come la scultura avesse in passato dei chiodi infissi che la sorreggevano sulla croce. La realizzazione del tronco schematizzata, con poco o nessun rilievo di nervatura è interrotto da un corto perizoma a fascia annodato sul fianco sinistro, con un lembo pendente lateralmente. È probabile che il soggetto portasse sul capo anche una corona di spine per le tracce di colature del sangue che corrono ai lati del collo. L’orchestrazione decorativa della cappella è tuta al servizio di una compostezza che, nella sua metafisica sobrietà, spinge alla meditazione sul sacrificio di Gesù” (Antonella Travaglini, “La chiesa della SS. Trinità. Storia e Arte nel Tempio della Madonna Liberatrice in Viterbo”, Viterbo 2020).

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