Lucio Brunelli racconta il papa ‘da vicino’

“Si può escludere che, in un futuro ancora indeterminato, rinuncerà al pontificato con motivazioni simili a quelle del suo predecessore? No, non lo si può affatto escludere. E’ stato lui stesso a chiarircelo, in modo come al solito molto diretto”: a scriverlo è Lucio Brunelli, già vaticanista del Tg2 e direttore per l’informazione di Tv2000 e Inblu Radio, nel suo ultimo libro ‘Papa Francesco come l’ho conosciuto io’.

Lontano dal voler essere soltanto una carrellata di ricordi autobiografici, il volume traccia un ritratto, inedito, dell’uomo, del sacerdote, del cardinale divenuto vescovo di Roma. E sul conclave, che lo ha eletto papa, Brunelli ricorda come lo stesso papa “confidò ai giornalisti di aver votato per Ratzinger ‘per la sua libertà nel dire le cose’, riferendosi alla famosa meditazione della via crucis sulla ‘sporcizia nella Chiesa’”.

Nel libro ha scritto che, alla fine del 2007, Bergoglio gli “raccontò che il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, gli aveva proposto a nome del Papa un importante incarico in Vaticano. Ma lui era molto felice di fare il vescovo a Buenos Aires, lo appagava il contatto direttore con la gente. Rispose a Bertone che ringraziava di cuore il Santo Padre ma che lui, se possibile, declinava l’invito. ‘Dica a Sua Santità che se vengo in Vaticano mi suicido’, raccontava con tono scherzoso ma non troppo. Non si sentiva adatto per la burocrazia curiale”.

Il libro racconta in quale modo il rapporto con Jorge Mario Bergoglio, fatto di parole personali scambiate in 20 anni di frequentazione, ma anche della normale attività giornalistica di ogni vaticanista, che deve analizzare, elaborare e diffondere il messaggio rappresentato dall’attività complessa e faticosissima del Papa, abbia alla fine cambiato profondamente il giornalista:

“Il rapporto cresceva nel tempo. Abbiamo iniziato una corrispondenza, una volta in via della Scrofa mi sono confessato da lui. Fu un’esperienza indimenticabile. Di verità e di misericordia. Gli raccontavo dei miei due figli che avevo dovuto crescere da solo. Avevano 11 e 10 anni quando mia moglie ci lasciò”.

A lui abbiamo chiesto di raccontarci l’avvenimento per cui lo ha conosciuto: “Avevo sentito narrare di lui nel 2001 da un amico uruguayano ed ero molto incuriosito e affascinato dai suoi racconti: un cardinale che rifiutava ogni mondanità, si alzava alle 4 del mattino per pregare, frequentava le baraccopoli di Buenos Aires dove operava un gruppo di parroci di frontiera…

Di persona lo incontrai solo nell’ottobre 2005, otto anni prima dell’elezione, nell’abitazione romana di Gianni Valente e Stefania Falasca, cari amici che già lo frequentavano. Gianni infatti aveva realizzato alcuni reportage molto interessanti dall’Argentina per il mensile ‘30Giorni’ ed aveva avuto modo di conoscere il cardinale a Buenos Aires. Ogni volta che Bergoglio veniva a Roma passava a casa loro e fu lì che lo incontrai la prima volta”.

Come è papa Bergoglio ‘visto da vicino’?

“Mi immaginavo un uomo di Chiesa austero e ieratico, serissimo, di fronte al quale avrei sentito una certa soggezione. Invece fin dal primo incontro sperimentai la sua incredibile capacità di mettere a proprio agio il suo interlocutore, facendo ricorso anche a una certa spontanea ilarità. Serio e sobrio, ma non musone, ha sempre sostenuto che l’umorismo è l’attitudine umana che considera più vicina alla Grazia.

Con lui, nel tempo, divenne facile sia condividere dispiaceri o gioie della vita, sia conversare con libertà di temi d’attualità. Un sacerdote: dopo tanti anni non mi viene migliore definizione di Bergoglio come l’ho conosciuto io.

Un sacerdote che prega, innanzitutto, e prega in modo molto tradizionale, con il rosario, l’adorazione eucaristica, le novene di santa Teresina del bambino Gesù. E un sacerdote a cui stanno a cuore le anime, specialmente quelle più lontane dalla Chiesa.

Credo che non si capirebbe fino in fondo papa Francesco senza questa sua vocazione missionaria, la passione a testimoniare il vangelo di Cristo nei luoghi dove, per dirla con De Andrè, ‘il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’”.

Perché per il papa ‘il tempo è superiore allo spazio’?

“Confido che ho impiegato un po’ di tempo a capire questa ed altre espressioni più ‘filosofiche’ del papa.  Mi sembra intenda dire che il cristiano non è uomo che cerca spazi di potere, ma apre processi, percorsi nuovi di vita. Non ha la preoccupazione di ‘fissare’ concetti o delimitare territori ma prova a far nascere una storia che potrà svilupparsi nel tempo, come un seme posto nel terreno. Questa filosofia corrisponde alla sua visione del cristianesimo, come una storia di incontri prima ancora che una serie di enunciati”.

Dopo 7 anni di pontificato quale Chiesa prospetta il papa?

“Resto sempre perplesso quando sento parlare di ‘Chiesa di Francesco’. La Chiesa non è proprietà di nessuno, nemmeno dei papi, è solo di Cristo. La vocazione del successore di Pietro è di confermare il tesoro della fede, non di inventare nuove fondamenta. Quando nelle riunioni pre-conclave Bergoglio parlò del rinnovamento della Chiesa evocò l’immagine del ‘Mysterium Lunae’. Come la Luna, la Chiesa non vive di luce propria ma della luce di Cristo.

Che sia sempre più riflesso di questa luce, quindi trasparente di Cristo, è il desiderio di papa Francesco come lo fu dei suoi insigni predecessori. Rendere sempre più la Chiesa trasparente di Cristo comporta tante singole azioni: una pulizia decisa, ad esempio, delle strutture più opache. Ma fondamentalmente non è un’operazione manageriale. Charles Peguy direbbe che è una ‘operazione della Grazia’.

Richiede quella testimonianza di verità e di bellezza che noi, dal papa fino all’ultimo dei battezzati, non siamo in grado di realizzare con i soli nostri sforzi ma possiamo chiedere con fiducia al buon Dio e riconoscere con stupore là dove si manifesta con più evidenza”.

(Intervista pubblicata su Aci Stampa)

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