Epicureo, persona dedita esclusivamente ai piaceri della vita…

In un mio post sul mio diario Facebook, in reazione ad un tweet di Enzo Bianchi, avevo scritto: “Per un uomo di fede e credente nel Vangelo del Figlio di Dio – Colui che è la Via, la Verità e la Vita – è di primaria importanza vivere e morire nella certezza, che con la morte si nasce alla Vera Vita, per l’eternità”. Il commento dell’amico Antonio Caragliu (“Un epicureo”) mi ha suggerito la parola del giorno di oggi, “epicureo” appunto.

Il lemma “epicureo” viene dal latino Epicureus, dal greco antico Epikoúreios, dal nome del filosofo greco antico Epicuro, in greco antico Epíkouros (alleato o compagno, soccorritore, in latino Epicurus (Samo, 10 febbraio 341 a.C. – Atene, 270 a.C.), discepolo dello scettico democriteo Nausifane.

“Epicureo” significa:

1. In senso proprio, come aggettivo, pertinente alla dottrina di Epicuro e della sua scuola, l’epicureismo: la filosofia, la dottrina epicureo; come sostantivo maschile, seguace di Epicuro: le concezioni etiche degli epicurei.

2. Nella storiografia filosofica il termine assume due significati, sovrapponibili ma non coincidenti: da un lato la filosofia originaria di Epicuro (il pensiero basato sul piacere, interpretato come privazione di dolore); da un altro lato la storia dei pensatori che si sono rifatti ad Epicuro (la storia del pensiero dei seguaci di Epicuro), ed è questo il significato prevalente.

3. Con uso estensivo, per lo più come sostantivo, chi si dedica solo al godimento dei beni materiali e considera fine della vita la soddisfazione dei piaceri (edonista, gaudente, viveur, epulone, materialista): è un/a epicureo/a; come aggettivo, da epicureo: fare vita epicurea; avere ideali, aspirazioni epicuree.
“Gli Stoici e Peripatetici e Epicurii … in uno volere concordevolmente concorrono” (Dante).
“Egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri” (Boccaccio).
“Vita epicura tenne” (Malispini).
“Lor vita epicùria” (Burchiello).

Roberto Bompiani, “Il Parassita”, 1875, Getty Museum.

Epicuro era fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell’età ellenistica e romana, l’epicureismo, che si diffuse dal IV secolo a.C. fino al II secolo d.C., quando, avversato dai Padri della Chiesa subì un rapido declino, per essere poi rivalutato secoli dopo dalle correnti naturalistiche dell’Umanesimo, del Rinascimento e dal razionalismo laico illuminista.

La dottrina epicurea, di ispirazione atomista, s’innesta nel clima culturale ed etico dell’ellenismo che dopo la delusione politica seguita alla caduta della democrazia ateniese subordina tutta la ricerca filosofica all’esigenza di garantire all’uomo la tranquillità dello spirito. Sul raggiungimento di questo obiettivo Epicuro fonda il suo pensiero su tre principi: il sensismo, cioè il principio per il quale la sensazione è il criterio della verità e il criterio del bene (il quale ultimo s’identifica perciò col piacere); l’atomismo per il quale Epicuro spiegava la formazione e il mutamento delle cose mediante l’unirsi e il disunirsi degli atomi e la nascita delle sensazioni come l’azione di strati di atomi, provenienti dalle cose, sugli atomi dell’anima; il semi-ateismo per il quale Epicuro riteneva che gli dèi esistono sì, ma non hanno alcuna parte nella formazione e nel governo del mondo.

“Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi” (Epicuro, Lettera sulla felicità (a Meneceo).

Per gli epicurei la felicità è piacere e il piacere può essere in movimento (gioia) o stabile, catastematico (assenza di dolore). Soltanto la totale assenza di dolore (aponia) e di turbamento (atarassia) sono eticamente accettabili e dunque costituiscono la vera felicità. Queste si raggiungono solo se si seguono quelli che gli epicurei definiscono “bisogni naturali” (per esempio la fame). La limitazione qualitativa e quantitativa dei piaceri è il problema stesso della virtù etica, in quanto segno evidente della condizione umana. Proprio per questo i piaceri si dividono in naturali necessari (per esempio il mangiare), naturali non necessari (come il mangiare troppo) e vani, cioè né naturali né necessari (ad esempio, l’arricchirsi): i primi devono essere assecondati, i secondi possono essere concessi ogni tanto, mentre i terzi devono essere assolutamente evitati.

Il “tetrafarmaco o quadruplice rimedio”

Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta: “Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura”.
Propone quindi un “quadrifarmaco” capace di liberare l’uomo dalle sue quattro paure fondamentali:
Male 1: Paura degli dei e della vita dopo la morte
Cura: Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi.
Male 2: Paura della morte
Cura: Quando noi ci siamo ella non c’è, quando lei c’è noi non ci siamo più.
Male 3. Mancanza del piacere
Cura: Esso è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare, che saranno quelli fondamentali, e non quelli superflui
Male 4. Dolore fisico
Cura: Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell’animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità.

Per quanto riguarda i mali dell’anima Epicuro afferma che essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali ci sono la filosofia e la saggezza.

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